I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 1 ottobre 2025.
*
I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 1 ottobre 2025.
*
TOP
DOMENICO MARZI

Ci sono momenti in cui la politica locale smette di essere semplice amministrazione del quotidiano e diventa laboratorio nazionale. È quello che sta accadendo a Frosinone, dove l’ex sindaco Domenico Marzi ha deciso di compiere una scelta tanto coraggiosa quanto scomoda: rompere il giocattolo delle vecchie coalizioni e provare a immaginare una strada nuova.
Marzi non si è limitato a rispondere con un “sì” o un “no” alle sirene del Partito Democratico che vorrebbe nuovamente in campo una coalizione come quella ulivista che lo elesse sindaco nel 1998. Ha spiegato perché è impossibile ancohe solo pensarla, una cosa del genere. E così facendo ha introdotto un principio di serietà che spesso, nelle trattative politiche, resta un optional.
In queste settimane di appelli e retroscena, molti hanno scommesso su un ritorno nostalgico, sul remake della coalizione del 2022. Marzi ha ribaltato la logica. Ha detto: niente ritorni acritici, niente schemi precotti. Piuttosto, un’alleanza “civica e centrista”, fondata su profili credibili e non sul riciclo di sigle e rancori.
Il quadro profondamente cambiato

C’è del metodo in questa apparente ritrosia. L’avvocato-sindaco che guidò Frosinone per due mandati non ignora che il quadro è cambiato, che il Pd non è più quello di ieri e che il M5s pesa ormai poco. Ha colto, però, una cosa che molti fingono di non vedere: i cittadini chiedono volti nuovi, una politica pragmatica, capace di costruire più che di testimoniare.
Marzi rompe gli schemi perché rifiuta il rifugio rassicurante dell’opposizione “gridata”. Non si accontenta di giocare la partita come comprimario, pretende di ridefinire il campo da gioco. E in questo c’è la sua rottura: non accetta che il centrosinistra locale sia condannato a rincorrere, a illudersi di un testa a testa mentre il centrodestra consolida.
L’ex sindaco ha posto la questione vera, quella che la sinistra fatica a porsi ovunque. Non basta il Campo largo, serve il Campo giusto. Ed è questa, nel mare dei comunicati e delle schermaglie, la vera notizia: Marzi non si è piegato alla nostalgia, ha scelto di guardare avanti.
Memmo guarda al 2027.
ROBERTO GUALTIERI

Ci sono vittorie che non si consumano alle urne ma nei sondaggi quotidiani che la vita urbana restituisce. Quella di Roberto Gualtieri è una di queste. Il sindaco di Roma può permettersi oggi di incassare un risultato che, tradotto in linguaggio politico, equivale a un trionfo: i romani giudicano la qualità della vita in costante crescita, con un voto medio di 6,71, tra i più alti registrati negli ultimi anni. Un cambio di passo netto rispetto al passato, quando – negli anni di Ignazio Marino e Virginia Raggi – la città arrancava attorno a un malinconico “5 politico”.
Certo, non tutto è risolto. I rifiuti restano il tallone d’Achille: lì la sufficienza non è ancora conquistata, anche se il voto medio (5,1) segna un progresso significativo rispetto alle immagini dei cassonetti stracolmi che hanno fatto il giro del mondo. È un cantiere aperto, e Gualtieri lo sa: ma il punto è che i romani hanno cominciato a percepire un’inversione di tendenza.
Sul fronte Trasporti, con le Metro che strappano un 6,3 e i taxi un 6,4, i giudizi restano severi ma incoraggianti. E qui pesa la prospettiva: nuove linee tranviarie e il completamento della metro C promettono di spostare l’asticella.
I punti forti

Dove Roma sorride davvero è sull’offerta culturale: musei, biblioteche, Auditorium, Palaexpo, tutti con voti tra il 7 e il 7,3. Un capitale simbolico che Gualtieri ha saputo valorizzare e che restituisce alla città la sua vocazione di culla delle arti. Ancora più sorprendente, per chi ricorda i ritardi storici, è il giudizio sugli asili nido: 6,8, record assoluto dal 2007.
La mappa dei municipi conferma le disuguaglianze tra centro e periferia: in Prati e al Flaminio si sfiora il 6,9, a Tor Sapienza si scende sotto. Ma anche qui emerge un segnale: la forbice non si allarga, e anzi la periferia inizia a intravedere un miglioramento.
È questo, in fondo, il successo silenzioso di Gualtieri. Non l’annuncio roboante ma la lenta ricostruzione della fiducia dei cittadini, pezzo per pezzo, voto dopo voto. Dopo anni di frustrazioni, i romani tornano a dire che “si vive meglio”. È ancora un 6 e mezzo, non un 10. Ma è un 6 e mezzo che pesa come un’investitura politica.
Il riscatto silenzioso di Roma.
FLOP
MATILDE CELENTANO

Il voto di ieri sera al Comune di Latina non è stato un passaggio tecnico di Bilancio, ma l’istantanea di una crisi politica che comincia a prendere forma. Il consolidato è passato, sì, ma con numeri da brivido: 17 voti favorevoli, sei contrari, Forza Italia fuori dall’aula, Noi Moderati rappresentati da un solo consigliere. (Leggi qui: Latina, la crisi è servita).
A dirlo senza mezzi termini è stato Cesare Bruni, consigliere meloniano, che ha messo il dito nella piaga: “Qui c’è una questione politica sulla consistenza della maggioranza, che non si può sottacere”. Perché il nodo non è solo aritmetico: dietro le assenze, le astensioni e i mugugni c’è un’inquietudine di fondo sulla gestione di Abc, la società dei rifiuti che da mesi è terreno di scontro sotterraneo.
La voce ferma della sindaca

La sindaca Celentano, con voce ferma ma non serena, si è appellata ai consiglieri: “Le responsabilità devono essere condivise”. Ma l’appello ha mostrato tutta la fragilità di una coalizione che non sa più se marciare unita o ciascuno per conto proprio.
Da un lato, Noi Moderati: favorevoli, ma “con riserva”, chiedendo di vedere un progetto chiaro per il futuro di Abc, magari una spa pubblica e multiservizi. Dall’altro, le opposizioni guidate da Damiano Coletta: “State cancellando Abc”. In mezzo, Forza Italia, assente, e Fratelli d’Italia, divisi.
Non è un caso che il bilancio debba tornare in aula entro il 20 novembre per l’approvazione definitiva: sarà allora il vero banco di prova, con una maggioranza che rischia di arrivare spaccata all’appuntamento. Latina, ancora una volta, dimostra che i numeri in Consiglio non sono mai solo numeri, ma la misura della tenuta (o della fragilità) politica di chi governa.
Il bilancio che scricchiola e la maggioranza che non c’è.
MARIA ROSARIA BOCCIA

Il caso Boccia-Sangiuliano torna a far rumore e lo fa nelle forme più solenni: con una richiesta di processo. Un passaggio inevitabile, diranno i tecnici del diritto. Ma politicamente è molto di più: è la trasposizione giudiziaria di un affaire che, un anno fa, aveva già prodotto un terremoto istituzionale.
Gennaro Sangiuliano, allora ministro della Cultura, finì ai margini di via del Collegio Romano, non per una scelta politica, non per un inciampo parlamentare ma per l’irrompere sulla scena pubblica di un intreccio personale che – secondo i pm – avrebbe trasformato la vita del ministro in un “perdurante stato di ansia, pensieri suicidi e isolamento”. Parole che pesano, parole che evocano più una tragedia greca che la vita di palazzo.
Ora, a distanza di dodici mesi, quelle stesse accuse si cristallizzano in atti di accusa: stalking, lesioni, diffamazione, perfino false dichiarazioni in curriculum. La protagonista è l’imprenditrice campana Maria Rosaria Boccia, donna dal carattere granitico e dalla biografia piena di luci e ombre, che – sempre secondo l’impianto accusatorio – avrebbe cercato di scalare le stanze del ministero attraverso pressioni personali e una ossessiva pretesa di vicinanza.
La dimensione politica

E qui emerge la dimensione politica. Perché l’affaire Boccia non è mai stato solo una vicenda privata. È stato un detonatore: ha messo in discussione il filtro con cui la politica seleziona i suoi collaboratori, ha aperto squarci su quanto fragile possa diventare l’equilibrio di un ministro travolto non da avversari politici ma da dinamiche personali incontrollabili.
Il processo che si apre ora non dirà soltanto se Maria Rosaria Boccia è colpevole o innocente. Dirà, soprattutto, quanto la nostra politica sia vulnerabile agli “incidenti privati” e quanto poco basti per trasformare un incarico istituzionale in una polveriera. Perché la storia insegna che i ministri cadono quasi sempre per scandali o per trame interne ai partiti. Qui, invece, a far cadere un ministro è stato il cortocircuito tra pubblico e privato, tra desiderio personale e potere politico.
Un processo che parla della politica.



