Top e Flop, i protagonisti di mercoledì 10 dicembre 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 10 dicembre 2025.

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 10 dicembre 2025.

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TOP

ROMANO PRODI

Non è un’iperbole quella secondo la quale si può definire Romano Prodi uno dei “Padri fondatori” dell’Europa così come istituzionalmente la conosciamo oggi (in senso lato, quel titolo tocca a gente come Adenauer e Spinelli, ovvio) .

In particolare e nel suo ruolo di Presidente della Commissione Europea dal 1999 al 2004 ha ricoperto un mandato da cui scaturirono tappe cardinali di un percorso difficilissimo. Quali? In ordine sparso: introduzione dell’Euro, il più grande allargamento dell’UE nel 2004 e la stesura della Carta Costituzionale Europea. E non sarebbe certo un atto di lucidità analitica attribuire al professore bolognese le zoppie di “questa Europa“.

Quella dell’Ursula bis che, obiettivamente, negli ultimi anni ha dato una prova ben grama di sé rispetto a quello che l’Ue potrebbe e dovrebbe essere, o quanto meno diventare con maggior determinazione.

Ursula bis e tare connesse
Ursula von der Leyen (Foto: Daina Le Lardic © European Union 2025)

In particolare in ordine alla gestione della crisi in Ucraina dovuta all’aggressione della Russia (non crisi, guerra, in Ucraina c’è una guerra macellaia che dura da tre anni quasi) ed agli scenari di macroeconomia questa Ue è indubbiamente deficitaria.

Tuttavia giudicare un’ottima auto solo perché il pilota del momento è un po’ “scarsino” o spaesato non è certo indice di lungimiranza. Ed è per questo motivo che erano doverose le esternazioni di ieri del professor Prodi in ordine al giudizio cassato, sprezzante e tranchant da parte di Donald Trump sui 27 Paesi che compongono empiricamente l’Ue.

Non solo da un punto di vista etico, ma anche tecnico in purezza. Perché, piaccia o meno, non c’è futuro per le singole Nazioni (in particolare per l’Italia) senza l’Europa. E non ci sarebbe una visione geopolitica ed economica se non ci fossero state le legittime “pulci” chel’ex premier che aveva battuto due volte Silvio Berlusconi ha fatto a lessico e politica del tycoon che oggi risiede alla Casa Bianca.

Premio e affondo
Donald Trump (Foto © Gage Skidmore)

Prodi parte dal concetto, indubbio, di “debolezza” dell’Europa unita attuale. Poi però accende il faro su chi quella debolezza la sta cavalcando per scavalcare un macro-soggetto che resta insopprimibile anche al netto dei suoi affanni. “I recenti avvenimenti fanno capire che la nostra debolezza rende facile il compito di un presidente che sta voltando le spalle alla storia del suo stesso Paese, odia la democrazia e vede il futuro del mondo in un rapporto diretto tra oligarchi o dittatori o chiamateli poteri assoluti”.

Prodi ha espresso questi concetti intervenendo ieri a Milano alla cerimonia di conferimento del Premio Ispi 2025, assegnato a lui e a Mario Monti. E spiegando ancora: “Questo è quello che (Trump – ndr) sta facendo e che farà anche in futuro: dall’Ucraina a qualsiasi altro orizzonte del mondo. (Lui) “odia quindi l’Europa, perché ha un disegno politico nuovo per gli Stati Uniti, spero provvisorio, in cui l’Europa è proprio un impiccio”. La chiosa è stata da autocritica vera e sentita, ma senza abdicare da una missione partita da lontano.

Mario Monti (Foto Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

“L’Europa in questi anni ha finito per odiare se stessa, da anni succube di Orbán e dei suoi veti, resa più fragile da debolezza del motore franco-tedesco che ha sempre retto l’Europa, tradizionalmente aiutato dall’Italia. E quell’accento sul ruolo ausiliari ma fondamentale di Roma ha dato la cifra di come Prodi sappia “Leggere le mappe” di questo strano scenario geopolitico. Scenario in cui Washington non è più nostra madrina ma ha la presunzione di fare la matrigna.

Padre nobile, ma incazzato.

AURELIO TAGLIABOSCHI

Aurelio Tagliaboschi

C’è un paradosso che gli italiani continuano ad ignorare: ci accorgiamo dell’importanza della manutenzione idraulica solo quando l’acqua arriva alle ginocchia. Finché i torrenti scorrono tranquilli, nessuno li vede. Ma basta una notte di pioggia fuori stagione perché tutti si domandino dove siano finiti fossi, canali, briglie, argini. La risposta, per fortuna, arriva dai territori che hanno deciso di non aspettare l’emergenza. Come nel caso del Lazio.

Qui, mentre il clima cambia più in fretta dei decreti, si lavora sul concreto: è il caso del Consorzio di Bonifica a Sud di Anagni, diretto da Aurelio Tagliaboschi. In questi giorni ha avviato una campagna di  sfalcio, trinciatura, risagomature, con escavatori che ripuliscono canali come fossero vene ostruite, un reticolo idraulico mantenuto vivo e respirante. Non è poesia, è prevenzione. E prevenzione significa soldi risparmiati, imprese al sicuro, territori che non diventano titoli di cronaca.

La prevenzione sotto l’albero

L’intervento nel fosso Rio S. Maria — 2,5 chilometri di manutenzione certosina in piena area industriale — racconta bene il nuovo ruolo dei Consorzi: non più enti relegati ai campi e alle campagne, ma sentinelle del suolo anche per distretti produttivi e infrastrutture strategiche come A1 e Alta Velocità. Dove passa l’economia, deve passare anche l’acqua. E deve passare bene. Non è un caso che, in parallelo, siano stati ultimati i lavori sul Rio di Montelanico e sul Torrente Alabro a Ferentino. È la prova che servono reti di intervento capillari, non annunci. Perché il clima non aspetta i tempi della burocrazia.

Sonia Ricci, Commissario del Consorzio, lo dice con chiarezza: “La sicurezza idraulica è una priorità assoluta”. Tradotto: non si governa un territorio senza governare la sua acqua. Non si proteggono imprese e cittadini se si lascia che fossi e torrenti diventino discariche vegetali.

Per questo gli interventi dei Consorzi di Bonifica sono esattamente ciò che serve in un Paese che ogni anno conta danni miliardari per eventi estremi. La vera modernità, oggi, non è il grande progetto che tutti applaudono. È il fossato ripulito che nessuno nota, ma che salva un quartiere. La transizione climatica non si fa solo nei convegni: si fa con un escavatore da 15 metri che, ogni giorno, impedisce all’acqua di diventare un nemico.

Quando la manutenzione diventa la prima linea contro il clima.

ENRICO PITTIGLIO

Enrico Pittiglio nella sede di Ali Lazio

La nomina di Enrico Pittiglio alla guida di ALI Lazio è una di quelle notizie che sembrano amministrative, quasi tecniche, e invece spostano assi politici. Un sindaco di un piccolo comune, San Donato Val di Comino, che arriva al vertice dell’associazione che rappresenta le autonomie locali del Lazio non è un dettaglio. Soprattutto se succede a Giulia Tempesta, Capo Segreteria del Sindaco di Roma. 

a nomina di Pittiglio è il segnale di una carriera che si allarga, di una rete di relazioni che si fa regionale, di un uomo politico che non può più essere letto solo nella cornice del proprio municipio o della propria Provincia, della quale è il vicepresidente uscente.

Orbita diversa
Enrico Pittiglio con Antonio Pompeo

Pittiglio lo dice con tono semplice: «È un onore per chi viene da un piccolo comune sedersi a questo tavolo». Ma la traduzione politica è più pesante. Da oggi, il vicepresidente della Provincia di Frosinone entra in un’orbita diversa, con responsabilità e impegni che non permetteranno più la stessa concentrazione sul perimetro provinciale.

E qui nasce la domanda che a Frosinone rimbalza da ore: Pittiglio sarà della partita alle prossime elezioni provinciali? Perché se la risposta fosse no, si aprirebbe un vuoto che qualcuno dovrà riempire. I voti che porta, le relazioni che tiene, i pesi che equilibra non sono facilmente sostituibili. E in una fase in cui il Pd sta provando a ricostruirsi, tra Congresso e nuove alleanze, perdere un perno come lui in vista delle Provinciali significa cambiare la geometria dell’intera competizione.

La sua nomina a Roma è una promozione. Ma come ogni promozione, sposta equilibri. ALI Lazio guadagna un direttore capace e radicato nei territori. La Provincia di Frosinone, invece, scopre che il suo scacchiere politico ha appena perso un pezzo che contava. E ora deve capire in fretta come rimettere insieme la scacchiera prima che inizi la partita.

Equilibri precari.

ALDO MATTIA

Aldo Mattia ad Atreju

A volte per capire dove sta andando un Paese basta guardare cosa mette a tavola. All’evento di Atreju, Aldo Mattia lo ha detto senza giri di parole: la sovranità alimentare non è uno slogan, è un confine da difendere. Perché nel mondo globale, dove tutto circola tranne l’identità, il cibo è diventato la nostra carta d’imbarco culturale.

Mattia, che il settore lo frequenta da mezzo secolo (è stato direttore di Coldiretti in Sardegna, Sicilia, Lazio e Basilicata), lo ripete con la calma di chi ha visto passare Governi distratti: mai nessun esecutivo aveva investito così tanto nell’Agricoltura. E

Lo testimonia la campagna “Coltiviamo l’Italia”, i progetti di filiera, la gestione delle emergenze, ma soprattutto quella scelta definita “coraggiosa e controcorrente”: dire no alle carni sintetiche in un mercato che vorrebbe spacciarle come progresso inevitabile.

Non è folklore bucolico
Foto © IchnusaPapers

Qui non si tratta di folklore bucolico, né di difendere un piatto di carbonara per patriottismo gastronomico. Si tratta di capire che la qualità del cibo italiano è un asset geopolitico. Un modo per dire al mondo chi siamo, come produciamo, che tipo di Paese immaginiamo. E non è un caso che proprio ora l’UNESCO abbia riconosciuto la cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità: è la conferma che il nostro modello di filiere, territori, saperi e gusto non è solo buono, è unico.

Mattia ha ragione quando sottolinea che la sovranità alimentare passa per gli agricoltori veri, non per i laboratori. Per giovani e donne che tornano alla terra non come ripiego, ma come investimento. Per un’agri-voltaico che produce energia senza sottrarre campi alla coltivazione. È qui che si gioca la prossima sfida: produrre senza snaturarsi, modernizzare senza mutilare tradizioni che funzionano da secoli.

In un mondo che corre verso ciò che è artificiale, la scelta più rivoluzionaria è difendere ciò che è autentico. E oggi l’Italia, nel piatto, ha ancora molto da insegnare.

Mattia, la sovranità che si mangia.

FLOP

ANNA MARIA BERNINI

Annamaria Bernini (Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

È una musica stonata quella che si alza intorno all’Accademia di Belle Arti ma non è colpa né degli orchestrali né degli allievi. L’istituto è pieno di talenti: da quindici anni investe su un ponte culturale con la Cina che porta a Frosinone una selezionata serie di studenti. Ma la burocrazia ora quel ponte lo segna come “chiuso per lavori”. Non lavori veri, ma lavori mentali: moduli da compilare, rigidità consolare, interpretazioni che cambiano senza motivo apparente.

Il risultato è semplice quanto disastroso: negli ultimi mesi numerose domande di visto degli studenti cinesi per venire a Frosinone e frequentare le lezioni dell’Accademia di Belle Arti sono state rifiutate. Non perché mancassero i requisiti accademici, ma perché — così dicono — gli stessi studenti non avrebbero sufficiente conoscenza della lingua italiana. Una motivazione che rasenta il grottesco, se si considera che la loro fase pre-accademica di apprendimento linguistico si svolge proprio a Frosinone. È come rifiutare il biglietto d’ingresso a uno studente perché non conosce ancora ciò che dovrebbe imparare.

Nel frattempo la città paga. E paga caro.

La via della Ciocia

In quindici anni, grazie alla collaborazione con istituti cinesi ed al lavoro costante dell’Accademia, oltre 1.200 studenti sono arrivati a Frosinone, portando con sé cultura, scambi internazionali, ricchezza economica, vita nelle strade, nelle case, negli esercizi commerciali. Un indotto vero, non teorico: affitti, ristorazione, trasporti, servizi. Un pezzo di economia sana che oggi viene messo a rischio da un muro di timbri e cavilli.

Il segretario cittadino di Forza Italia, Pasquale Cirillo, ha fatto ciò che dovrebbe essere normale: ha chiesto al Ministro dell’Università Anna Maria Bernini di intervenire, di parlare con ambasciate e consolati, di ristabilire un criterio unico e razionale. Perché se ogni consolato valuta a modo suo, non è più una procedura: è una lotteria.

E una cosa va detta senza giri di parole: non si può lasciare che l’incoerenza amministrativa diventi un danno strutturale per un’intera città.

Frosinone non è una comparsa nel progetto: è il cuore. È qui che gli studenti vengono orientati, preparati, inseriti in un percorso serio che negli anni ha portato prestigio dentro e fuori dal Paese. Mettere a rischio questa realtà con decisioni poco trasparenti non è solo un’offesa al buon senso, ma una violazione dell’interesse pubblico.

Note stonate.