Top e Flop, i protagonisti di mercoledì 10 settembre 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 10 settembre 2025.

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Top e Flop. I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 10 settembre 2025.

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TOP

DINA MINNA

Pippo Baudo (Foto Cerroni © Imagoeconomica)

È stato un mito insuperabile Pippo Baudo, un monumento vivente a se stesso. Per la capacità unica con cui ha saputo portare in scena il suo mestiere. Ora che è passato al palcoscenico dell’eternità, il SuperPippo Nazionale continua a dare prova della sua straordinaria sensibilità. Sembra un piccolo miracolo laico.

Discreta, silenziosa, fedele per 36 anni: Dina Minna, la sua assistente originaria di Ceprano, non era solo la custode delle agende e delle telefonate ma una presenza quotidiana, parte della famiglia. Al punto che il re della televisione italiana ha voluto trattarla come una figlia, destinandole una quota quasi pari a quella dei due eredi legittimi.

Non è un dettaglio: è un segnale. Nello Showbiz le “spalle” restano rigorosamente lontane dai riflettori, il gesto di Baudo dice che la lealtà conta, che la dedizione ha un valore e che la fedeltà professionale non è un sentimento a perdere. È un capitale che, a volte, trova persino un riconoscimento materiale.

Oltre la cifra
Dina Minna

Naturalmente, l’entità dell’eredità – tra diritti televisivi, terreni in Sicilia, appartamenti a Roma e società immobiliari – fa notizia per le cifre. Ma il punto non è la somma: è il significato. Baudo ha scelto di riconoscere che c’è chi, dietro le quinte, contribuisce a costruire una carriera e persino un mito nazionale.

Dina Minna, “l’angelo custode” che lo ha accompagnato ovunque, fino alla tomba, è il simbolo di quella lealtà discreta che raramente chiede e che, ancor più raramente, viene ripagata. Baudo lo ha fatto, con la generosità dei grandi vecchi che sanno distinguere tra convenienza e riconoscenza. Lasciando un’eredità più duratura del denaro: quella di un esempio.

Immenso anche nell’eternità.

MANUELA MIZZONI

C’è un dato che balza agli occhi leggendo l’elenco degli idonei alla nomina di direttore generale delle Asl del Lazio: dalla provincia di Frosinone c’è un solo nome, quello della dottoressa Manuela Mizzoni. Un dettaglio che, da solo, racconta molto della situazione sanitaria e amministrativa della Ciociaria.

Non si tratta soltanto di un riconoscimento personale — per una professionista che ha costruito il proprio percorso con competenza, formazione manageriale e ruoli di responsabilità nel gruppo INI fondato dal compianto professor Delfo Faroni e gestito oggi dai figli Christopher e Jessica — ma di un segnale politico e culturale. È come se la Regione dicesse: da questa terra emerge un’unica figura che, oggi, ha i requisiti per sedere al tavolo dei manager della sanità. Troppo poco per un territorio che conosce sulla propria pelle le fragilità del sistema: ospedali sotto pressione, carenze di personale, attese infinite per visite ed esami.

La presenza di Mizzoni nell’elenco non risolve, ma pone una questione: perché la provincia di Frosinone riesce ad esprimere così poche figure apicali? È un problema di formazione, di reti relazionali, di “ascensore sociale” inceppato? O forse di un sistema che forma figure di livello ma non gli offre abbastanza opportunità lasciando che si guardino intorno poggiando gli occhi su altri territori nazionali ed europei?

Le due facce della medaglia
(Foto © DepositPhotos.com)

La questione poi pone di fronte ad un bivio: se sia più efficace avere un manager del territorio, che lo conosce e ne intuisce al volo le criticità, oppure sia meglio una figura del tutto estranea alle dinamiche territoriali. Con la sola eccezione del compianto professor Carlo Mirabella e poi del suo sostituto Mauro Vicano, mai nella Asl di Frosinone si è voluto mettere un Dg che venisse dal territorio. Una scelta fatta dai governi regionali di centrosinistra e di centrodestra. Al punto che un altro valido manager come Renato Sponzilli venne mandato a dirigere la vicina Asl di Latina e non quella di Frosinone che conosceva come le sue tasche.

Che Manuela Mizzoni sia stata inserita tra gli idonei è, dunque, motivo di orgoglio. Ma non basta. Servirebbe che attorno a lei si costruisse una generazione di professionisti capaci di scalare le gerarchie, senza dover emigrare altrove per ottenere riconoscimenti. Perché la Ciociaria non può continuare a essere terra di criticità sanitarie senza essere anche fucina di soluzioni e di leadership.

Voce che predica nel deserto.

FLOP

MATTEO CICHELLA

La gioia di Cichella dopo il gol-vittoria

Quando si indossa una maglia di Serie B, non si rappresenta più solo se stessi. Si diventa simbolo, modello, esempio: per i compagni più giovani, per i ragazzi che sognano di diventare calciatori, per i tifosi che vedono in quella maglia un pezzo di identità collettiva. È un onore, ma anche un dovere.

Ecco perché la leggerezza di Matteo Cichella, 19 anni, fermato a Frosinone mentre guidava senza patente, non può passare come una semplice “ragazzata”. Certo, l’errore è di quelli che segnano più per imprudenza che per malafede. Certo c’è di infinitamente peggio ed alzi la mano chi non ha mai provato l’ebrezza del volante ancora prima di avere il Foglio Rosa. Ma è proprio qui il punto: quello che vale per tutti non vale per chi vive sotto i riflettori; che non può permettersi di abbassare la soglia della responsabilità. Perché il gesto non resta privato: diventa pubblico, amplificato dai social, discusso nei bar e nelle scuole calcio.

La multa da 5.000 euro e la contestazione al compagno che gli aveva affidato l’auto sono dettagli giuridici. Il vero danno è all’immagine. Ai ragazzi che sognano di imitarlo, Cichella ha trasmesso un messaggio sbagliato: che la regola si può aggirare, che la scorciatoia è innocua.

Senza regole è il caos

Non è così. Le regole servono a proteggere la vita, non a complicarla. E chi gioca a calcio lo sa meglio di chiunque: senza regole, il gioco diventa caos. Senza regole sulla strada, il rischio diventa tragedia.

Non ha commesso un delitto. E quei 5mila euro di multa sono una punizione salata. Ma più di tutto al giovane centrocampista, oggi, serve capire che l’errore non è stato solo personale: è stato “collettivo”. Ha mandato un segnale sbagliato a tanti ragazzi e uomini che lo hanno nella bacheca dei propri idoli.

Il Frosinone Calcio, che ha costruito negli anni un’immagine di serietà e disciplina, non può fare spallucce. Il talento si misura anche nella testa. Perché un campione vero non è solo quello che segna un gol. È quello che sa essere esempio. Sempre.

Fuori gioco.

GIUSI BARTOLOZZI

Giusi Bartolozzi

Sono sempre le seconde linee a pagare il prezzo più alto. Perché le prime sono immuni. Ministri, premier, sottosegretari possono contare sugli scudi parlamentari, sulle giunte per le autorizzazioni, sui riti delle Camere che rallentano e filtrano. I loro collaboratori, invece, restano nudi davanti alla magistratura.

La vicenda di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Carlo Nordio, è l’ennesima conferma. Indagata per false dichiarazioni sulla gestione del caso Almasri, si trova ora in quella terra di nessuno dove non valgono immunità né scudi, ma dove ogni sua parola rischia di pesare come un macigno sul governo stesso. E non importa che la linea difensiva di Palazzo Chigi sia compatta, né che Nordio abbia ribadito la sua “piena e incondizionata solidarietà”: il bersaglio mobile resta lei.

È una dinamica antica. Nel 1992 toccò agli autisti e ai segretari dei ministri, chiamati a spiegare conti correnti e agende. Negli anni Duemila furono i capi di gabinetto, i direttori generali, i “consiglieri giuridici” a finire sotto i riflettori di procure e tribunali. Oggi, in un sistema che ha reso l’immunità sempre più simile a un privilegio da casta, il destino delle seconde linee è di farsi parafulmine.

Passaggio non casuale
Il Guardasigilli Carlo Nordio

Non c’è da stupirsi, dunque, se in molti vedono nell’iscrizione di Bartolozzi un passaggio non casuale, quasi un avvertimento alla vigilia della riunione della giunta per le autorizzazioni. Perché è chiaro: colpire un collaboratore significa costringere i vertici a muoversi, trascinandoli in un terreno mediatico che amplifica il caso.

Si potrà discutere se estendere o meno lo “scudo” anche ai collaboratori, invocando precedenti più o meno assimilabili. Ma la sostanza resta: la linea di faglia della politica italiana corre sempre tra chi gode di immunità e chi non ne ha. Ed è in quel solco che finiscono travolti funzionari e capi di gabinetto, pedine essenziali della macchina dello Stato, ma sacrificabili quando serve smorzare l’urto delle inchieste.

Alla fine, se la politica non affronta il nodo vero — un rapporto trasparente tra responsabilità istituzionale e responsabilità personale — continueremo ad assistere allo stesso copione. Con le prime linee che alzano i pugni in aula, e le seconde che pagano il conto nei tribunali.

Vittima Sacrificale.