I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 17 dicembre 2025.
*
*
I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 17 dicembre 2025.
*
TOP
VITTORIO CELLETTI

I vertici di Unindustria ed i quadri confindustriali in genere, parlano raramente. Quei silenzi servono a dare più peso alle loro parole quando decidono di intervenire. La posizione assunta nelle ore scorse da Vittorio Celletti ha un merito raro: parte dalla realtà e non dalla retorica. Il suo territorio vive l’incertezza della crisi dell’automotive ed il presidente di Unindustria Cassino non propone scorciatoie né slogan consolatori. Dice una cosa semplice e impegnativa insieme: il manifatturiero va difeso, ma va anche ripensato.
Difeso, perché senza industria non c’è lavoro stabile, non c’è filiera, non c’è futuro. Ripensato, perché il mondo è cambiato e chi finge di non accorgersene è destinato a restare fermo mentre tutto si muove. Guardare oltre l’auto non significa rinnegarla, ma affiancarle nuove direzioni di marcia.
Il Cassinate non è un deserto produttivo. È un territorio che custodisce eccellenze spesso date per scontate. Il distretto del marmo di Coreno Ausonio, la nautica, la green economy non sono parole di moda ma opportunità concrete. Settori che possono crescere se messi nelle condizioni giuste, se inseriti in una visione industriale coerente.
L’impresa al centro

Celletti insiste su un punto decisivo: l’impresa manifatturiera va rimessa al centro. Non come categoria da difendere per principio ma come motore reale dello sviluppo. Senza aziende operative, competitive, connesse ai mercati, ogni discorso sul rilancio resta vuoto.
Qui entra in gioco la responsabilità delle istituzioni. La Zona Logistica Semplificata riconosciuta dalla Regione Lazio è un passo importante. Bene il credito d’imposta ma ancora meglio la semplificazione amministrativa, cioè pratiche più snelle, non più facili. Perché il tempo perso tra uffici e carte è un costo che le imprese non possono più permettersi.
In questa visione il porto di Gaeta non è un dettaglio, ma un asset strategico. Trasformarlo in un gateway continentale significa collegare davvero il Lazio meridionale ai flussi economici nazionali e internazionali. Senza infrastrutture, la competitività resta uno slogan.
Il ruolo del Consorzio

Fondamentale è anche il ruolo del Consorzio Industriale del Lazio, chiamato a costruire un piano serio, credibile, capace di affrontare nodi concreti come infrastrutture e depurazione. Qui si misura la differenza tra annunci e governo dei processi.
E poi c’è l’Università. Non come ornamento, ma come leva decisiva. Le competenze umane sono il vero capitale del territorio. Investire sui giovani significa dare loro un motivo per restare, per credere, per scommettere sul luogo in cui sono cresciuti.
Il messaggio di Celletti è chiaro: nessuno si salva da solo. Servono alleanze, visione condivisa, responsabilità diffuse. È una strada più faticosa del lamento, ma è l’unica che può portare il Cassinate fuori dalla nebbia. Con i piedi ben piantati nel presente e lo sguardo finalmente rivolto avanti.
Senza nostalgia né illusioni.
DERIO OLIVERO

È tempo di slogan urlati e paure agitate come clave. Proprio per questo la posizione del vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, suona quasi rivoluzionaria. Non perché indulgente, non perché ambigua, ma perché semplice e rigorosa: difendere il diritto, non le parole sbagliate. Difendere il processo, non l’errore. Difendere la convivenza, non l’odio.
Il vescovo non è una figura qualsiasi nella chiesa: è presidente della Commissione per l’Ecumenismo della Cei, a luglio è stato nominato da Leone XIV nel Dicastero per il dialogo Interreligioso. E nelle ore scorse ha avuto parole in favore dell’imam di Torino, chiedendone la scarcerazione: “Perché so che quell’uomo da anni è per il dialogo e la collaborazione”. L’imam Mohamed Shahin era stato arrestato per le parole sulla strage del 7 ottobre che ha scatenato la guerra in Israele.
Il giusto peso delle parole

Olivero non ha mai giustificato l’orrore del 7 ottobre. Lo ha detto con chiarezza: terrorismo vile, senza se e senza ma. Eppure ha osato fare una cosa che oggi sembra proibita: ricordare che in uno Stato di diritto non si arrestano le persone per le opinioni, ma per i reati. E che la libertà di espressione non è una bandiera da sventolare solo quando conviene.
Il suo appello per l’imam Mohamed Shahin ha fatto scandalo proprio perché rompe un riflesso automatico. Quello che scatta quando la paura prende il posto del pensiero. Olivero non chiede sconti, non assolve nessuno. Chiede un processo regolare. Chiede che le parole pericolose vengano condannate, sempre, ma che non diventino il grimaldello per sospendere le regole comuni.
La reazione che ha ricevuto è forse la parte più istruttiva di tutta la vicenda. Minacce, insulti, lettere cariche di rabbia e sospetto. Un campionario di paura collettiva che racconta molto più di mille analisi sociologiche. Non è l’Islam a fare paura. È l’idea stessa di comprendere senza cedere, di ascoltare senza giustificare.
Il paradosso

Colpisce che un vescovo venga attaccato da sedicenti cristiani proprio perché ricorda un principio evangelico elementare: la dignità della persona. E colpisce che venga accusato di “condivisione” quando fa esattamente l’opposto di ciò che il fanatismo pretende, cioè rifiuta la logica dei blocchi contrapposti.
Olivero parla da pastore ma anche da cittadino. Vede nella religione non un’arma identitaria ma una possibilità di incontro. Un costruttore di ponti, non di muri. E non è un caso che oggi sieda nel Dicastero per il dialogo interreligioso: è lì perché sa che il confronto è faticoso, lento, imperfetto. Ma è l’unica strada.
Il messaggio più forte, alla fine, è questo: una società matura non si difende chiudendo bocche e alzando steccati ma rafforzando le regole comuni. Trasformare un “brutto squarcio di anime” in un’occasione di dibattito è un atto politico, nel senso più alto del termine.
In un clima avvelenato, la mitezza di Olivero non è debolezza. È coraggio civile. E oggi, forse, è proprio ciò di cui abbiamo più bisogno.
Il coraggio mite di chi costruisce ponti.
FLOP
SEBASTIANELLI e EVANGELISTA

La linea di demarcazione è precisa. Da un lato c’è il controllo serrato, la critica esasperata, la proposta alternativa. Dall’altro lato c’è l’allusione becera, il pettegolezzo lanciato come un sacchetto di sterco. A sconfinare, superando quella linea, sono stati i consiglieri di opposizione del Comune di Cassino Giuseppe Sebastianelli e Franco Evangelista.
Lo hanno fatto con un’interrogazione depositata anche a nome degli altri oppositori civici (non il centrodestra) le cui firme però non appaiono. In quell’interrogazione prendono di mira il viaggio privato compiuto dal sindaco Enzo Salera, trasformato per l’occasione in un caso politico che non esiste. (Leggi qui: Salera dagli Usa: «Feccia politica». Veleni sul viaggio a Las Vegas).
Il viaggio privato

Un viaggio personale, non pagato con denaro pubblico, senza atti amministrativi, senza delegazioni ufficiali, senza benefici per amici o conoscenti. Un viaggio di lavoro fatto dal commercialista Enzo Salera e non dal sindaco Salera. Per incontrare alcuni imprenditori italoamericani che volevano una sua opinione su un progetto che potrebbero decidere di sviluppare sul territorio del Sud Lazio.
Proprio per la natura privata, Salera non ha messo in valigia la fascia tricolore. Evitando così di indossarla durante il saluto fatto alla comunità italiana di Boston che molto avrebbe apprezzato quel segnale istituzionale. Nonostante queste accortezze, il viaggio è stato sufficiente per scatenare sospetti, ammiccamenti, domande costruite più per suggerire che per chiarire. Il classico “noi chiediamo”, lasciando che il fango faccia il resto.
Il problema non è il controllo sull’operato di un sindaco. Quello è sacrosanto. Il problema è il bersaglio. Qui non si indaga una scelta pubblica, ma si mette sotto processo il tempo privato di una persona, con il contorno più grave di insinuazioni su soggetti sui quali non esiste alcun sospetto. Nessun atto, nessuna ombra concreta. Solo illazioni.
I fatti ed il sottinteso

È una politica che rinuncia ai fatti e si affida al sottinteso. Una politica che non dice apertamente “accusiamo”, ma lascia intendere “qualcosa non torna”. Salvo poi non spiegare cosa, dove e perché. Una tecnica vecchia, ma sempre tossica. La Cassazione le classificherebbe come “espressioni altamente insinuative” equiparandole alla diffamazione.
Così l’interrogazione diventa uno strumento piegato, non per ottenere risposte, ma per alimentare un clima. Un clima fatto di veleni, di sospetti striscianti, di chiacchiericcio da social travestito da atto istituzionale. E il Consiglio comunale rischia di diventare il prolungamento di una bacheca Facebook.
Il paradosso è che tutto questo accade mentre la città avrebbe bisogno di un’opposizione forte, credibile, concentrata sui problemi veri: servizi, sviluppo, bilancio, opere, visione. Invece si preferisce inseguire il gossip politico, come se un volo per Las Vegas fosse più rilevante di una delibera o di un piano urbano.
Questione di ruoli

C’è poi un confine che non andrebbe mai superato: tirare in ballo persone terze, senza ruoli pubblici e senza ombre giudiziarie, è un atto irresponsabile. Non è politica, è leggerezza istituzionale. E alla lunga lascia segni.
Criticare un sindaco è legittimo. Sorvegliarlo è doveroso. Ma trasformare un viaggio privato in un caso pubblico, senza uno straccio di prova, dice molto più di chi interroga che di chi risponde.
La politica, quando perde il senso della misura, smette di essere confronto e diventa rumore. E Cassino, di rumore, ne ha già abbastanza. Servirebbero idee, non insinuazioni. Domande vere, non malizia. Altrimenti non è opposizione. È solo spettacolo di bassa lega.
Quando la politica perde la bussola.
MATTEO SALVINI

C’è un ponte che non unisce, ma separa. Non la Sicilia dalla Calabria, bensì la propaganda dalla realtà. È il Ponte sullo Stretto, versione salviniana: annunciato, rilanciato, promesso. E puntualmente bocciato.
L’ultima giornata è di quelle da cerchiare in rosso ma non sul calendario delle inaugurazioni. La Corte dei conti ha messo un altro timbro di stop, dopo aver già affondato la delibera Cipess. Stavolta nel mirino c’è l’atto aggiuntivo, cioè il cuore del progetto: il contratto tra ministeri e società Stretto di Messina. Tradotto dal linguaggio dei magistrati contabili: così non va. E non va per motivi seri, non per cavilli.
Il verdetto è netto. L’iter voluto dal governo Meloni non rispetta le norme europee. Punto. Perché i costi sono passati dai privati allo Stato senza rifare la gara. Perché nessuno può garantire che i costi non lievitino oltre il 50% rispetto al progetto del 2005. Perché i conti aggiornati sono vaghi, generici, ottimisti sulla carta e pericolosi nella realtà. E perché, in questo scenario, non si possono nemmeno promettere penali o risarcimenti ai privati vincitori di una gara vecchia di vent’anni.
Il disastro annunciato

Il risultato è un disastro annunciato. Non solo il Ponte rischia di violare le regole europee, aprendo la strada a una procedura d’infrazione. Ma rischia anche una stagione infinita di contenziosi civili. Altri soggetti potrebbero legittimamente dire: se la gara fosse stata rifatta, avremmo partecipato anche noi. Avvocati pronti, cantieri no.
Nel frattempo, mentre Salvini continua a parlare di “opera strategica”, il governo fa un gesto che vale più di mille conferenze stampa. Nella manovra di bilancio, i 780 milioni previsti per quest’anno vengono spostati al 2033. Non al 2026, non al 2027. Al 2033. Una data che suona come una resa mascherata. Altro che apertura dei cantieri: non se ne vede nemmeno l’ombra.
La giornata nera del Ponte è soprattutto la giornata nera di una politica che confonde l’annuncio con l’opera, il rendering con il cantiere, lo slogan con le regole. E alla fine, come spesso accade, il Ponte resta dov’è. Nell’aria. E i miliardi, per ora, pure.
La giornata nera di chi vorrebbe edificare il Ponte.



