I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 19 novembre 2025.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 19 novembre 2025.
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FRANCESCO ROCCA

Il paziente, questa volta sembra aver risposto bene alla terapia. Antipatica come una supposta, amara come uno sciroppo all’olio di ricino. Ma qualche beneficio lo ha portato alla crisi di bilancio, l’anemia di posti letto, le tachicardie burocratiche e le febbri da liste d’attesa. Oggi però la Sanità del Lazio si presenta ai controlli con un tono migliore, i parametri sotto controllo e soprattutto un avanzo di 150 milioni. A certificare lo stato del paziente è ministro della Salute Orazio Schillaci: «Il Lazio è tra quelli che stanno dando il buon esempio».
A sottolinearlo sono stati gli Stati Generali della Salute del Lazio, convocati non in un’aula ministeriale qualunque ma nelle Corsie Sistine del Santo Spirito in Sassia, ospedale più antico d’Europa, a simboleggiare il ponte tra la storia e il futuro. Con un parterre da “mille e una riforma”, si è celebrato il cambio di passo che, almeno sulla carta, sembra già in atto.
I numeri parlano chiaro: bilanci parificati, rete ospedaliera riprogrammata, copertura delle cure domiciliari più che raddoppiata per gli over 65, centinaia di nuovi posti nelle strutture per dipendenze e salute mentale. Insomma, la macchina si è rimessa in moto. Non è poco, soprattutto considerando che due anni fa la Regione partiva da un buco da un miliardo, con un sistema che sembrava più pronto per la rottamazione che per la digitalizzazione.
La soddisfazione del Governatore

Francesco Rocca, con la grinta del presidente-commissario, rivendica il merito di aver messo ordine, dato trasparenza e, soprattutto, ricostruito fiducia. Perché la sanità, prima che di medici, è fatta di fiducia: quella che serve per chiamare un CUP e credere che la risonanza si farà prima dell’anno prossimo, o per varcare la soglia del Pronto Soccorso con la certezza che ci sarà qualcuno ad accoglierti.
Eppure, le liste d’attesa restano la madre di tutte le battaglie. Rocca lo ammette, il ministro annuisce, e tutti sanno che la vera rivoluzione passa di lì. Ma intanto si lavora a misure per renderle più trasparenti, più leggibili, più credibili. È un inizio, non una soluzione.
Quello che ha colpito il Ministero è il metodo: condivisione, confronto, dati aperti. “Un modello da replicare”, dice Schillaci. E in un Paese in cui la sanità viaggia a velocità diverse tra Nord e Sud, è già un titolo di merito. Il paziente Lazio sta meglio. Ma la cura non è finita.
Segnali di ripresa.
CLAUDIO DURIGON

Le sigle sono simili ma il significato è profondamente diverso: ZLS e ZES sono due cose molto differenti tra loro. E tra gli addetti ai lavori e molto difficile che ci si possa confondere. Per questo è straordinariamente importante che nelle ore scorse ci sia stato chi, dall’interno del Governo Meloni ha avuto il coraggio di dire quella parola proibita: “ZES delle Province del Lazio”.Si chiama Claudio Durigon.
Il sottosegretario leghista lo ha detto nel giorno in cui si stappava il prosecco a fiumi per celebrare l’arrivo delle ZLS nel Lazio. Non è un’area franca ma qualcosa che si avvicina: un perimetro economico in cui le imprese avranno percorsi agevolati, meno burocrazia, più incentivi, procedure autorizzative più rapide e un canale diretto con il sistema portuale e logistico. La ZES è lo stesso ma non a macchia di leopardo come le ZLS: che in Ciociaria riguarderanno alcune aree di 18 Comuni. (Leggi qui: ZLS, Mantovano ha firmato: ora la ripresa del Lazio ha un decreto).

Il lavoro di squadra tra il Governo (Claudio Durigon), la Regione Lazio (Francesco Rocca, Roberta Angelilli e Giancarlo Righini) ed il Consorzio Industriale (Raffaele Trequattrini) ha messo nero su bianco un’intenzione che dalle nostre parti sembrava quasi eresia: portare un assaggio di Zona Economica Speciale anche nel Lazio, fuori dalla sola area portuale di Civitavecchia. Per capirci: se la ZLS è una spinta, la ZES è un razzo. Semplificazioni, sì, ma soprattutto incentivi fiscali pesanti, crediti d’imposta per gli investimenti, meno burocrazia per chi vuole creare impresa e lavoro.
Le parole del Sottosegretario
Fino ad oggi, il Lazio è rimasto lontano da questo circuito virtuoso. E non perché Latina, Frosinone, Rieti e Viterbo non abbiano i requisiti economici ed industriali per diventare aree Zes ma solo perché Roma Capitale da sola ribalta i risultati delle altre province messe insieme. Roma sta benissimo e per la statistica stiamo bene anche noi che non vediamo un quattrino di quelli della Capitale.

Ieri è arrivata la firma del Sottosegretario Alfredo Mantovano sulla Zona Logistica Semplificata. Ma era la ZES vera quella che mancava. E Durigon l’ha messa al centro dell’agenda: «Si tratta di un primo passo, l’obiettivo adesso è inserire nella Finanziaria la Zes delle Province del Lazio» ha detto. Semplice, diretto, quasi rivoluzionario.
A ben vedere, Rocca, Righini e Angelilli hanno già apparecchiato la tavola con il piano per la ZLS. Il sindaco di Civitavecchia, Piendibene, plaude. Ma senza una ZES per le province si rischia di lasciare metà Lazio senza pasto. Ora serve solo che la politica nazionale, dopo essersi ricordata che le province esistono, agisca con coerenza e visione.
Finalmente lo hanno detto.
FLOP
FEDERICO GIANASSI

Se ieri non avesse mandato un messaggino su WhatsApp ci sarebbe stato da chiamare Federica Sciarelli e segnalargli la situazione per la trasmissione Chi l’ha Visto? Che fine hanno fatto il Commissario nazionale del Pd Federico Gianassi ed il Congresso Provinciale del Partito Democratico di Frosinone?
Doveva tenersi “tra qualche settimana”, poi “tra qualche giorno”, poi “entro la fine del mese”. Ora, a quanto pare, si è perso nei meandri di un cassetto di Federazione o, peggio, nelle nebbie frusinati. Una di quelle storie che sembrano scritte da Paolo Villaggio in un film su Fantozzi: la riforma epocale… che non arriva mai.
Il Commissario Federico Gianassi, con tono rassicurante, ha annunciato ieri che “nei prossimi giorni” invierà l’anagrafe degli iscritti. Ma si tratta della stessa anagrafe che, secondo i tempi ufficiali, doveva essere pronta settimane fa. In teoria, dovremmo essere già nel pieno della conta congressuale. In pratica, siamo ancora all’incipit della letterina: “Caro amico ti scrivo…”.
Il pretesto della trattativa

Il pretesto ufficiale? Si starebbe trattando per un nome terzo, condiviso, capace di unire. Un nome al posto dei due candidati: l’uscente Luca Fantini, sostenuto dalle aree di Claudio Mancini e Sara Battisti (Rete Democratica) e di Antonio Pompeo (Energia Popolare). E lo sfidante Achille Migliorelli sostenuto dalle aree di Francesco De Angelis e Mauro Buschini (Area Dem) ed il Collettivo Parte Da Noi (Danilo Grossi). La realtà dei fatti è che non c’è nessuna intesa e nemmeno nessuna interlocuzione: le aree del Segretario uscente hanno chiesto agli avversari il ‘nome terzo’ ma quel nome non è uscito. E si resta così a metà del guado.
Non si accordano nemmeno su cosa mettere all’ordine del giorno, figuriamoci sul Segretario. Così il Pd provinciale di Frosinone resta senza guida, senza Congresso e con un Commissario che rischia di trasformarsi in una figura mitologica: l’eterno traghettatore. Il paradosso è che sembrava tutto pronto. Si parlava già di gazebo, di assemblee, di piattaforme congressuali.
Ora, il rischio vero è che il Partito continui nella sua lenta dissoluzione: per un anno è stato fuori da tutti i temi chiave della provincia di Frosinone, lontano da tutti i fronti di crisi, invisibile ad operai, ai pensionati ed anziani in fila per il ticket alla Asl, assente dal dibattito sulla crisi che stritola il sindaco di indicazione leghista nel capoluogo, assente sui tavoli per le prossime elezioni Provinciali.
Un anno in cui il Pd si è abituato a non decidere. Perché in fondo, per alcuni, l’immobilismo è più rassicurante del verdetto delle urne.
Il suicidio di un Partito.
L’AMMINISTRAZIONE COMUNALE DI CASSINO

In politica i guanti bianchi si usano raramente. Più spesso si ricorre al fioretto e quando serve anche alla sciabola. I toni si esasperano, si colpisce sotto la cintura, si pugnala alle spalle e si tradisce. Perché la politica è rivoluzione. Democratica. Ma pur sempre rivoluzione. E come diceva Mao, “la rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La rivoluzione è un atto di violenza”.
Non fisicamente, certo, ma nei toni, nelle parole, nei giudizi. Fa parte del gioco. E voler zittire le critiche in tribunale, invece che in Aula consiliare, è l’equivalente di dichiarare forfait al dibattito democratico.
È il caso dell’amministrazione comunale di Cassino, guidata dal sindaco Enzo Salera, che ha pensato di querelare per diffamazione l’esponente del Movimento 5 Stelle Ori Sambucci. Il “reato”? Un post su Facebook, graffiante e polemico, in cui si accusava la giunta di non aver preso pubblicamente le distanze da figure politiche del centrosinistra coinvolte in vicende giudiziarie ritenute poco edificanti.
La scelta sbagliata

Il tribunale ha assolto Sambucci. Ma non è questo il punto. La notizia vera è che il Comune – con sindaco e giunta schierati come parti civili – ha trasformato un’opinione politica in un caso giudiziario. Come se la critica fosse lesa maestà, e il dissenso un fastidio da portare davanti al giudice, anziché nel confronto pubblico.
È una scelta perdente, sotto ogni punto di vista. Lo è sul piano legale – perché è finita con un’assoluzione piena – ma lo è soprattutto sul piano politico, perché dimostra debolezza, non forza. Non si denunciano le parole, si demoliscono con altri argomenti. Chi governa deve accettare la polemica, anche quando è aspra, e deve saper rispondere nel merito, non con l’atto di citazione in mano.
Assenza di argomenti.



