I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 20 agosto 2025.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 20 agosto 2025.
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ENZO SALERA

Ha fatto la cosa più difficile della politica italiana: li ha riuniti. E non per rinfacciare colpe o dividersi finanziamenti, ma per provare a non restare l’ultima provincia dell’Impero. Il sindaco di Cassino Enzo Salera ha convocato la Consulta con i suoi colleghi del Circondario per dire una cosa chiara, semplice, e oggi più che mai fondata: se la ZES (Zona Economica Speciale) può includere le Marche e l’Umbria, allora il Cassinate ha tutte le carte in regola per entrarci a pieno titolo.
Già, perché nelle settimane scorse Giorgia Meloni ha aperto il vaso di Pandora, annunciando l’estensione dei benefici ZES a due regioni che – dati alla mano – hanno un PIL pro capite, un tasso di occupazione e un livello di infrastrutture decisamente superiori a quello del Lazio Meridionale. Eppure sono dentro. Il Cassinate no. Il Cassinate resta fuori, impantanato in una media con Roma che ne cancella ogni fragilità economica. (Leggi qui).
La mossa di Giorgia Meloni ha quindi fatto scattare l’allarme rosso tra gli amministratori locali. E così, 30 Comuni, 11 sindaci, delegati e rappresentanti politici hanno risposto alla chiamata del sindaco di Cassino Enzo Salera, accendendo una mobilitazione istituzionale che mira a rompere il silenzio e farsi sentire a Palazzo Chigi.
La posta in gioco

La posta in gioco è altissima: incentivi fiscali fino al 50%, semplificazioni burocratiche, priorità negli investimenti pubblici e attrattività per le imprese. Tradotto: una boccata d’ossigeno per un territorio che si sta desertificando industrialmente, sotto il peso della crisi dell’automotive e della mancata riconversione economica.
Leonardo Capuano, vicesindaco di Piedimonte San Germano, è stato tra i più netti: «Siamo a un passo dal collasso industriale, se non si interviene ora, la ricaduta sarà devastante». Ma è stato Salera a mettere il dito nella piaga: «Dobbiamo spostare di dieci chilometri i riflettori del governo. Se oggi le Marche e l’Umbria possono entrare nella ZES, allora il criterio non è più solo economico. È anche politico. E noi, che da anni sopportiamo il peso dell’automotive e delle delocalizzazioni, abbiamo tutto il diritto di esserci».
Non è una richiesta di favore. È una rivendicazione basata su dati, dossier, analisi. Come quello presentato durante l’incontro: uno studio dettagliato che evidenzia come l’esclusione del Cassinate sia stata il frutto di un disegno tecnico sbagliato, incapace di fotografare la realtà dei distretti industriali in sofferenza.
Confini labili

E ora che si sa che i confini della ZES non sono scolpiti nella pietra, ma si possono modellare su base politica, allora il Cassinate vuole il suo posto a tavola. La linea è tracciata: nei prossimi giorni partirà una campagna di pressing su Regione, Governo, parlamentari locali. L’obiettivo è entrare nel nuovo decreto o in una sua revisione, prima che la stagione dei fondi ZES diventi una corsa a ostacoli da cui il Lazio meridionale resta escluso per sempre.
E stavolta, a differenza del passato, nessuno dei sindaci ha intenzione di mollare la presa. Perché quando scopri che una zona “speciale” può includere chi sta meglio di te, diventa intollerabile accettare di essere trattato da marginale.
Perché noi no?
ORAZIO SCHILLACI

Il conformismo è spesso scambiato per disciplina di Partito. In questo contesto Orazio Schillaci ha commesso l’errore più grave: ha ragionato con la propria testa. E oggi, mentre metà maggioranza gli volta le spalle e l’altra metà finge di non conoscerlo, il ministro della Salute si ritrova nell’occhio del ciclone per aver fatto esattamente ciò che ogni ministro dovrebbe fare: esercitare la propria autonomia di giudizio.
Il pretesto è la revoca del NITAG, la commissione consultiva sui vaccini. Schillaci ha impiegato dieci giorni, è vero. Ma alla fine ha cancellato le nomine (sue, formalmente), tra cui quelle imbarazzanti di due noti No Vax, Paolo Bellavite ed Eugenio Serravalle. Una decisione che ha fatto felice l’intera comunità scientifica, sollevata da un cortocircuito che aveva trasformato un organismo tecnico in un campo di battaglia ideologico. Una scelta netta, assunta nel silenzio calcolato della premier Meloni, che pare tutt’altro che soddisfatta della piega presa dagli eventi.
L’assalto di Salvini

Ma il vero terremoto è venuto dopo. La Lega, con Matteo Salvini in testa, nella giornata di ieri ha colto la palla al balzo per smarcarsi, accusando il ministro di confusione, incoerenza e — soprattutto — di non seguire la linea del governo. Eppure, il merito della decisione è indiscutibile. Lo sanno bene gli esperti, le Regioni, gli Ordini professionali. Solo la politica sembra non voler ammettere che Schillaci ha fatto la cosa giusta.
Perché allora questa insistenza sullo “scivolone” del ministro? Perché, banalmente, Schillaci non appartiene a nessuna parrocchia, non ha una corrente che lo copre, non ha un partito che lo difende. È stato scelto per la sua competenza e oggi paga il prezzo dell’indipendenza. La sua colpa non è il decreto del 5 agosto, ma il fatto di essersi sottratto al balletto delle pressioni incrociate. Ha chiesto alla premier un’indicazione. Non è arrivata. Ha scelto. Ha revocato. E adesso si ritrova isolato in un governo che non tollera chi si permette il lusso del pensiero autonomo.
Il paradosso

Il paradosso è evidente: Salvini attacca Schillaci per aver corretto un errore che lui stesso avrebbe probabilmente denunciato a parti invertite. Forza Italia lo difende, il PD lo elogia, FdI si divide tra chi parla di “pluralismo” (leggi: tolleranza verso i No Vax) e chi tace, sperando che la questione scivoli via nel solleone di agosto.
Ma il punto politico, il nodo vero, resta lì: chi comanda davvero sulla salute pubblica? Chi detta la linea quando si tratta di vaccini, prevenzione, medicina basata sull’evidenza? È una domanda che inquieta, perché il confine tra tecnica e politica, tra consulenza e propaganda, si sta facendo pericolosamente labile.
In questa cornice, la figura di Schillaci acquista una dignità istituzionale rara. Non per infallibilità — il caso NITAG è anche frutto di una sua leggerezza iniziale — ma per aver riconosciuto l’errore e aver agito di conseguenza, senza cedere alla paura del dissenso. Un gesto che ricorda a tutti che la scienza non è opinione. E che guidare un ministero non significa eseguire ordini, ma assumersi responsabilità.
Settembre porterà con sé la finanziaria, i nodi sul fondo sanitario nazionale, le tensioni con le Regioni. E in quel contesto, avere un ministro credibile, autorevole e ascoltato sarà più utile di qualsiasi slogan. Per questo, oggi, lasciare solo Schillaci sarebbe un errore grave. E tenerlo sotto scacco per motivi di equilibrio politico interno sarebbe peggio. Perché in un’epoca in cui il “consenso” vale più della coerenza, e l’algoritmo detta le agende, un ministro che ragiona è merce rara. E forse proprio per questo, indigesta.
La cura del ministro per la Salute.
FLOP
LO SMEMORATO DI FERENTINO

Il silenzio suona più forte degli applausi. Il Teatro Romano di Ferentino – gioiello archeologico riportato finalmente al suo splendore – è pronto a tornare alla città. Un evento straordinario, frutto di un progetto coraggioso e di una visione chiara. E il sindaco Piergianni Fiorletta, va detto, ci ha messo testa, cuore e caparbietà. Il merito, nella sostanza, è soprattutto suo.
Peccato che nel comunicato ufficiale, quello che annuncia l’inaugurazione e passa in rassegna tutti coloro che hanno contribuito – progettisti, tecnici, operai, pensatori, pure chi teneva ferma la livella – manchi un nome. Uno che in questa storia c’entra eccome: Antonio Pompeo, ex sindaco, ex presidente della Provincia e, soprattutto, l’uomo che portò a Ferentino il ministro Franceschini e strappò i fondi in Conferenza Stato-Regioni. Non proprio un ruolo di secondo piano.
Il precedente del cimitero

La dimenticanza è clamorosa. E non è questione di bon ton istituzionale. Non c’è rivalità politica che possa giustificare l’assenza di un riconoscimento minimo. Anche perché lo stesso Fiorletta, all’inizio del suo nuovo mandato, volle Pompeo al suo fianco per inaugurare la nuova ala del cimitero, proprio a testimoniare continuità e rispetto reciproco.
Questa volta, invece, la macchina ha inciampato. Volutamente o meno, è stato fatto un taglio chirurgico che sa di rimozione politica. Ed è un peccato. Perché un’opera bella come il Teatro Romano meritava una narrazione ampia, non un piccolo sgambetto da campagna elettorale fuori tempo massimo. Sicuramente non riconducibile a Fiorletta, proprio per il precedente di cui sopra.
L’arte nobilita, ma la politica dovrebbe unire. E un sindaco che guarda al futuro – come Fiorletta dimostra spesso di fare – non può permettersi che qualcuno riscriva il passato con la penna dell’opportunismo. O con lo scalpello della Damnatio memoriae.
Grande il Teatro… meno grande la memoria
ANTONIO DECARO

Funziona un po’ come nelle cene ben riuscite. Anche in Politica è fondamentale un passaggio: sapere quando è il momento di mettersi a tavola… e quando è il momento di alzarsi. Invece in Puglia, il Partito Democratico si è seduto. Da mesi. Con ostinazione. E, come in certi pranzi domenicali che si trascinano fino a sera, nessuno ha ancora deciso chi deve cucinare, chi deve servire, e soprattutto chi deve guidare.
Ieri, attorno a quel tavolo finalmente convocato a Bari, c’erano tutti: Michele Emiliano, presidente uscente con vocazione da eterno regista; Antonio Decaro, sindaco di Bari ed erede designato di una coalizione spaccata prima ancora di cominciare; Igor Taruffi, inviato del Nazareno con l’ingrato compito di raffreddare i bollori di una guerra intestina. L’incontro è stato definito “cordiale e costruttivo”. Tradotto dal politichese: non hanno litigato, ma non si sono nemmeno convinti a vicenda.
Paradosso pugliese

La verità è che il Pd pugliese – e con lui buona parte della coalizione – si è infilato in un paradosso tutto suo: ha un candidato potenzialmente forte (Decaro), un governatore che vuole restare in campo (Emiliano), due ex leader ingombranti come lo stesso Emiliano e Nichi Vendola che non accennano ad arretrare, e un partito nazionale che guarda la scena come si guarda un parente imbarazzante ai pranzi di Natale: con affetto, ma senza sapere dove mettersi.
Decaro ha messo un paletto: non correrà se nella lista ci saranno i due ex. Emiliano, che ha già annunciato urbi et orbi la sua candidatura, non intende accettare il ruolo di comparsa. In cambio gli viene ipotizzata una poltrona da assessore, che per un presidente uscente suona più o meno come offrire la carbonara a uno chef stellato. Il risultato? Una tregua senza pace, un’apertura che non risolve e un’unità che resta una parola bella da scrivere nei comunicati, ma sempre più lontana dai fatti.
Eppure, se c’è una lezione che la storia politica del centrosinistra insegna, è che le fratture consumate in casa si pagano care alle urne. Non sarà certo il sorriso cordiale tra Emiliano e Decaro a evitare che il centrodestra, compatto e silenzioso, metta le mani su una regione strategica.
Disastro annunciato

La situazione pugliese, va detto, ha il sapore classico del disastro annunciato, di quelli che nel Pd vengono chiamati “processi democratici” ma che più spesso si rivelano autogol organizzati con rigore. Mentre si consumano trattative infinite per chi deve stare in lista, fuori dalla stanza gli elettori guardano perplessi. Non tanto per la complessità della trattativa, quanto per la sensazione che l’unico vero avversario, per il Pd, sia il Pd stesso.
Elly Schlein ha fatto bene a muovere Taruffi, ma il suo partito, se vuole governare, deve decidere chi guida e chi segue. La leadership non si proclama: si conquista. E anche in politica, come nei banchetti veri, se nessuno serve, il pranzo finisce in confusione.
Il rischio, per il Pd, è che a forza di apparecchiare, la tavola resti vuota. E che a servire il pasto – ovvero la Regione – sia qualcun altro.
La sindrome del banchetto: tutti seduti, nessuno che serve.



