Top e Flop, i protagonisti di mercoledì 22 maggio 2024

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 22 maggio 2024

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 22 maggio 2024.

TOP

GIANNI RIOTTA

Gianni Riotta (Foto: Stefano Carofei © Imagoeconomica)

C’è un problema di fondo che “peppia” al di sotto del fascicolo penale, tutto preliminare, sulla vicenda Liguria-Toti stanata in parte dalla “Bestia”, un software-spione complesso usato anche nel processo Morandi. Ed assieme a quello, anzi, proprio in virtù del medesimo, c’è una necessità. E’ quella di ribadire a suon di scalpellate nel marmo che non si imbastiscono giudizi netti sulle indagini della magistratura. Non lo si fa appunto, perché l’azione della magistratura è azione procedurale di parte.

Quel che una Procura sostiene ed un Gip avalla in ordine alle sole misure di cautela non sarà mai polpa per giudizi etici che abbiano la presunzione di una serena credibilità. Siamo un Paese polarizzato – non ci stancheremo mai di ripeterlo – e questo ci mette sotto scacco di una approssimazione melodrammatica ed interessata da cui in Italia sfuggire è quasi impossibile.

Tuttavia – sì, nei sistemi complessi c’è sempre un ‘tuttavia’ – valutare il contesto in cui è maturato uno scenario non è peccato. E non è proibito, né mediaticamente bollabile solo come circense o partigiano. E lo scenario, il contesto che ha delimitato i confini della vicenda Liguria è di quelli che sembrano rimandare ad una vecchia Italia ricchettona.

Uno show molto discutibile

Giovanni Toti (Foto: Carlo Lannutti © Imagoeconomica)

Un’Italietta notabilante da “cumenda” con entrature al Principato che pare proprio dura a morire, anche quando non innesca effetti penali. Gianni Riotta ha descritto questo scenario con una distaccata maestria che andrebbe sposata subito. Perché non sottintende che qualcuno abbia violato la legge, ma sottintende che anche a non violarla in Italia c’è sempre un po’ di palta sotto le scarpe di ognuno.

“La vicenda Genova, corruzione, partiti, imprenditori che non innovano ma regalano tangenti”. E ancora: “Sesso nei week end a Montecarlo con lo yacht, gioco d’azzardo, regali griffati alle giovani amiche che chiamano Spinelli ‘il vecchio’”. E non è finita: “Archistar famose che firmano le residenze per i ricchi scenario dello show, tradimenti, ignoranza, furbizia ovunque.

Ecco, per Riotta questo brodetto di privilegi sciantosi e barocchi “conferma che il Cine Panettone è La Ricerca del Tempo Perduto dell’Italia di oggi. Che non cresce, non cambia, decade tra un lazzo, un ghigno e una mazzetta”. Non sappiamo e non abbiamo il diritto di sapere se quelle enunciate siano state mazzette illegali o prebende legalizzate.

Ma anche la seconda ipotesi è misera, misera e decadente. E Riotta lo ha spiegato benissimo.

Prova a dargli torto.

BERNARDO DONFRANCESCO

Bernardo Donfrancesco

La mano destra che passa sulla testa per poggiare la fascia tricolore sulla spalla, con il colore verde rivolto verso l’interno. Un gesto ormai diventato spontaneo, come camminare o respirare. Lo ha fatto per 54 anni, cioè dal 1970 quando è stato eletto per la prima volta sindaco di Colfelice. A Palazzo Chigi c’era Emilio Colombo con il suo governo Quadripartito formato da Dc – Psi – Psi – Pri, Genova veniva sommersa dall’alluvione determinata dai suoi fiumi e dalle piogge, in Vietnam gli Usa difendevano la base di Ripcord, a Sanremo trionfava Chi non lavora non fa l’amore cantata da Adriano Celentano e Claudia Mori. A Colfelice un giovanissimo professore di lingua inglese metteva con emozione la sua prima fascia tricolore: era Bernardo Donfrancesco. Che oggi ha 84 anni e tra pochi giorni si prepara a passare definitivamente quella fascia al termine del decimo mandato da sindaco.

L’ultima volta è stato eletto nel 2019: con il 94. 96% delle preferenze. Su 1.276 votanti la sua lista “Grappolo d’uva e due spighe di grano” ha raccolto ben 1.169 voti. Solo 62 i voti raccolti dalla lista “Insieme con i cittadini” dello sfidante.

A palazzo Jacobucci ora il presidente della Provincia di Frosinone Luca Di Stefano ha salutato “con affetto e riconoscenza” il sindaco di Colfelice Bernardo Donfrancesco. Che ha deciso di non ricandidarsi. In segno di stima e gratitudine, il presidente della Provincia gli ha consegnato una medaglia ricordo: «Il sindaco Bernardo Donfrancesco rappresenta un esempio straordinario di dedizione al servizio pubblico».

Soprattutto dimostra che l’esperienza è il vero valore aggiunto in politica ed in amministrazione. Il nuovismo non sempre paga. Quasi mai. Lo dicono i numeri e lo dimostra il caso di Bernardo Donfrancesco a Colfelice.

Largo ai giovani.

MARIO MORI

Il generale Mario Mori (Foto: Andrea Di Biagio © Imagoeconomica)

Mario Mori è un uomo di 85 anni, due terzi dei quali passati a combattere a mani nude la malavita. Dopo la morte di Falcone e Borsellino lo ha fatto in solitudine, circondato da pochi fedeli servitori della legge, in un clima di paura diffusa, diffidando di una magistratura divisa da conflitti intestini e fiaccata nel morale, cercando sponda in un quadro istituzionale e politico che passava da una Repubblica all’altra, liquefacendosi. Trentadue anni dopo il suo procedere a tentoni nel buio, tra sospetti e depistaggi, tra minacce e blandizie, è raccontato come la più grave delle colpe che si possano attribuire a un uomo. A cui la vita impone un’ultima distopica avventura, in attesa che la storia gli riservi la gloria che merita”.

Il direttore de Il Messaggero Alessandro Barbano conosce bene la storia del generale Mario Mori. E conosce ancora meglio i paradossi del nostro sistema giudiziario. È lui l’autore del libro La gogna: Hotel Champagne la notte più buia della giustizia in cui fa a pezzi l’inchiesta che ha portato alla condanna del giudice Palamara.

Questa però è una storia che rischia di superarla, in quanto a paradossi. Perché il generale dei carabinieri Mario Mori, l’uomo che con le sue indagini arrivò all’arresto di Totò Riina, è stato per anni sotto indagine con l’accusa di avere partecipato alla trattativa Stato – Mafia. Cioè la trattativa con la quale lo Stato raggiungeva un accordo con le cosche per mettere fine alla stagione degli attentati. E nessuno lo aveva autorizzato. Una sentenza definitiva ha stabilito che quelle accuse erano balle. Non ci fu alcuna trattativa tra Repubblica Italiana e mafia. E quindi il generale non si mise d’accordo con nessuno.

Nemmeno il tempo di godersi l’assoluzione. Ora ad indagarlo è la Procura di Firenze. Per cosa? L’esatto contrario di ciò per cui è stato processato ed assolto a Palermo. E cioè di avere saputo degli attentati che la mafia stava per fare e di non essere intervenuto. Si sfiora il ridicolo.

Alessandro Barbano (Foto: Andrea Di Biagio © Imagoeconomica)

Alessandro Barbano non ci gira intorno. “La procura di Firenze rilancia il teorema della trattativa che per un decennio ha terremotato la democrazia italiana per poi essere stracciato da una sentenza della Cassazione. Secondo quel teorema, il generale avrebbe stretto con la mafia un accordo per scambiare impunità e clemenza in carcere con la fine delle stragi. La smentita clamorosa di questa ipotesi investigativa non è bastata a fermare la pervicacia di una magistratura che, in concorrenza tra Palermo, Reggio Calabria e Firenze, persegue un disegno ormai storico: riscrivere la storia repubblicana come la storia giudiziaria di una democrazia incompiuta, assediata da poteri occulti che si confondono con le istituzioni”.

Una situazione che mette a nudo i problemi del nostro sistema giudiziario. e spiega perché la corporazione non vuole che venga modificato. “Bisogna prendere atto che in Italia questo si può fare. Si può fare in nome dell’obbligatorietà dell’azione penale, che di fatto legittima qualunque indagine, anche trentadue anni dopo, e anche se fondata su ricostruzioni, indizi, delazioni che mai e poi mai potranno fondare prova regina. E si può fare perché, anche se dieci o quindici anni dopo questi teoremi saranno giudicati paccottiglia da una Corte Suprema, nessuno ne risponderà civilmente, disciplinarmente, e neanche professionalmente. Agli autori di queste infruttuose indagini non sarà impedito di ascendere ai più alti gradi della carriera”.

Uso ad obbedir tacendo.

FLOP

ARIANNA MELONI

Arianna Meloni (Foto: Saverio De Giglio © Imagoeconomica)

“FdI sarà la sorpresa del Parlamento europeo. Col premierato basta giochi di palazzo. Ecco, come a dire basta scherzi, ora sterziamo davvero sulle cose da plenipotenziari. Non c’è nulla di male nella “sorellanza”. Cioè in quella naturale e bellissima predisposizione a difendere il nostro sangue con le unghie e coi denti. In ogni circostanza, occasione o spunto di confronto. Un confronto che però, quando si parla di politica, non è solo il termometro emotivo del familismo buono che ci ammala benevolmente tutti.

No, in ambito politico il confronto è fatto ci cose empiriche e di slogan. Dove le prime sono inoppugnabili ed i secondi sono legittimi, specie in campagna elettorale, ma lo sono purché non si esageri. E soprattutto purché non partano dalla ovvia partigianeria che la “sorellanza” sottintende. Ed Arianna Meloni non è solo sorella di Giorgia, è anche responsabile politica del partito di cui la sorella è leader e fondatrice.

Combo micidiale: sorella e generalessa

Una combo micidiale, dunque, anche a contare una certa vulgata per cui Arianna è quel che è (molto più di quel che già era di suo) anche perché è sorella della “capa”. Insomma, la Meloni due ha tutto il diritto, politico e familiare, di “caricare” sul lavoro della sorella. Tuttavia dovrebbe contrappuntarlo con una maggiore obiettività. E magari con meno slogan in endiade. “Vorremmo portare l’Europa a essere centrale in Occidente, e l’Italia a essere centrale in Europa in tutti i processi decisionali”.

Cioè “dallo sviluppo industriale alla difesa comune, dalla gestione dei fenomeni migratori alla Pac, la politica agricola”. Lo spottone ci sta tutto, tuttavia quel saporino de casetta nostra non recede affatto. “Le imminenti elezioni sono una straordinaria occasione per cambiare l’assetto politico europeo e fare dell’Italia, dell’orgoglio italiano, il perno di una nuova Europa. Che l’Italia aspiri ad essere peno è bello, che lo debba diventare con certe scelte è opinabile, ma è la democrazia baby.

Spottone con mezza verità

“Ecco perché votare Giorgia e Fratelli d’Italia il prossimo giugno è fondamentale per dare maggiore forza e peso alla nostra nazione in Europa. E Giorgia è stimata ovunque”. Vero ma solo in parte, e ci sono ambienti molto meno mainstream dove le ovvie tare della politica meloniana sono nodi tutti giunti al pettine.

“Tutti la guardano come un esempio. Perché è una persona che non è mai scesa a compromessi, che è arrivata al governo dicendo quel che pensa e facendo quel che dice”.

Ecco, dire che Meloni, la Meloni sempre in bilico tra sovranismo ed europeismo, tra Arcore e Colle Oppio, “non è mai scesa a compromessi” è esattamente la cosa che ti aspetteresti dicesse di te tua sorella. Una cosa bellissima, se non fosse che non è vera.

Sorellanza.