Top e Flop, i protagonisti di mercoledì 23 ottobre 2024

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 23 ottobre 2024

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 23 ottobre 2024.

TOP

PIERO MARRAZZO

Piero Marrazzo (Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

L’intervista televisiva a Mara Venier l’ha rilasciata domenica, ma l’abbozzo di shit-storm di ritorno strategicamente lasciato brado da Libero a trazione Mario Sechi gli è arrivato nelle ore successive e starebbe decantando sui social. Le ore che hanno fatto seguito a quel che Piero Marrazzo ha voluto e saputo dire a Domenica In. Di lui, del periodo buio in cui venne fatto precipitare dopo i fatti e le glassature sguincione nonché strategiche del 2009.

E della vita di Marrazzo com’è oggi, un’esistenza che poggia sul conforto di un lessico sociale che prima, quando passò i suoi guai, era bandito. Oggi parlare di trans e di chi va con loro è solo un concetto ghettizzato dal mainstream che fa capo all’Esecutivo in carica, ma quel recinto è rimasto tale. E non ha fatto breccia in una società che, per fortuna, è molto più di chi oggi ne decide le sorti in punto di politica attiva.

Nessuna elegia, solo serenità

Elegia ed apologia di un universo sessuale? No, chissenefregava ieri e chissenefrega oggi. Merito postumo a Ruggero dei Timidi ed alla sua celeberrima hit che perculava bonariamente un padre con abitudini nottiluche? Neanche.

Quel che Piero Marrazzo ha voluto fare è stato molto più importante di quello che Piero Marrazzo ha voluto dire, ed avrebbe meritato una maggior delicatezza di approccio, specie tra colleghi. Liberarsi da quel senso di cupa e sottesa ghettizzazione concettuale è importante. Affermare, a distanza di lustri, che ogni uomo è molto più della somma dei suoi “errori”, specie se non sono reati e se quegli “errori” sono solo la risposta esistenziale di un dato momento a solitudine ed opzione sessuale, è un atto catartico.

Un fatto bello in sé. Che magari avrà fatto share con “Zia Mara” in un palinsesto che non è dei più ottimali, ma conserva una sua valenza assoluta. Quella che rimanda ad un giornalista ed ex governatore della Pisana che è andato in tv a raccontare una “Storia senza eroi”. Ed a farlo con un libro che, 15 anni dopo quel che accadde e come venne fatto accadere, emenda una narrazione pruriginosa, comaresca e perfino giudiziaria che ha colpito Marrazzo per anni. Facendogli male assai.

Di poteri effimeri
Giorgia Meloni

Libero invece si è sentito tautologicamente tale, “libero al curaro”, di dare un lead breve per introdurre il tema-camola. Poi di dare sfogo al linguaggio degli utenti social. Cioè a coloro che, nel 2009, i social non ce li avevano. Ma che possedevano in nuce già tutta l’approssimazione becera che poi diteggiare sulle tastiere ha elevato a massima potenza.

La potenza che si fa potere effimero di scrivere saggi “ma dove andremo a finire signora mia”. Di taggare Giorgia Meloni ed Ignazio La Russa come se fossero i vescovi del vivere giusto. E di farlo con un “Vergogna, chiedo l’intervento immediato” che finisce puntualmente nel titolo click-bait.

E che non rende, per converso, Marrazzo un gigante, ma una persona che ha trovato la sua altezza giusta. Un uomo perbene che ha fatto pace con una fetta tumultuosa della sua esistenza. E che legittimamente oggi la cassa parlandone e scrivendone. Libero di farlo malgrado Libero.

Bentornato.

IOLANDA APOSTOLICO

A suo tempo era scoppiata una delle più grandi “Casamicciole” dell’era meloniana. Uno di quei casini per i quali, specie con il destracentro al governo, l’Italia viene descritta per parte e da una sua parte come un ring tra toghe rosse e mannare e totem dell’eunomia vessati dai giudici “sinistri”. In parte e senza iperboli qualcosa oltre la visione partigiana peppia, e lo fa perché le correnti in cui la Magistratura è divisa non sono affatto immuni dal morbo della polarizzazione ideologica.

Ma come sempre est modus in rebus, e come sempre per certi fenomeni basta segnare bene i loro areali e volumi. Magari per accorgersi che sono oggettivi ma per nulla pervasivi a livello di sistema. Con la giudice di origini cassinati ed in servizio a Catania Iolanda Apostolico infatti le cose erano andate come se il suo “caso” fosse paradigma della brutta stagione delle toghe ingerenti. (Leggi qui: Dagli alla giudice di Cassino che ha “sfidato” il governo sui migranti).

La convalida mancata e la bufera mediatica
Il barcone di migranti affondato al largo della Grecia (Foto: Guardia Costiera greca © Imagoeconomica)

La Apostolico non aveva convalidato in punto di Diritto il trattenimento in un Cpr di un migrante tunisino. E lo aveva fatto, come ha ricordato AdnKronos, nonostante costui “non avesse pagato la caparra da 5mila euro introdotta dal decreto Cutro”. Apriti cielo, buona parte di politica, intellighenzia e media d’area governista le si erano scagliati addosso ed era partito perfino un mezzo dossieraggio per dimostrare che in altre occasioni (private) la Apostolico aveva solidarizzato con la causa dei migranti.

In prima linea contro la giudice c’era stato il vicepremier Matteo Salvini, e a seguire il già diretto da lui stesso Viminale aveva fatto ricorso. C’erano dunque ragioni empiriche per sostenere una tesi che l’Esecutivo ed il destracentro avevano descritto su tutti i media come inoppugnabile? Ma certo che sì, almeno all’inizio. Perché poi il Ministero retto dell’ex uomo sul campo di Matteo Salvini, Matteo Piantedosi, aveva chiesto alla Cassazione di estinguere il giudizio.

Ed in queste ore si apprende che “il governo ha anche modificato le norme per evitare che la questione finisse in sede di giustizia europea”. Tutto fumo e niente arrosto allora? E le ragioni inoppugnabili che avevano fatto venire l’idrofobia a mezza galassia destrorsa all’epoca dei fatti? Quelle che sul caso Albania hanno portato addirittura ad un DL-cerotto?

Meglio ritirare tutto, hai visto mai…
Matteo Piantedosi

Adn l’ha spiegata molto bene: “Per evitare un giudizio severo della Corte di giustizia europea, che rischiava di inficiare il decreto Cutro anche nelle parti che riguardano la realizzazione dei cpr in Albania, il Viminale ha deciso di fare un passo indietro”. Passo inutile, a ben vedere ex post.

Anche a costo di dare ragione alla Apostolico, sperando magari che in manistream la cosa passasse in cavalleria. Ma non è stato così, ed alla fine c’è stata la decisione delle sezioni unite civili della Cassazione sul parere di alcuni giudici di non convalidare i fermi dei migranti in applicazione del decreto Cutro. E con essa la retromarcia dell’Esecutivo.

Come da copione.

FLOP

LUIGI DI MAIO

Luigi Di Maio

Non ha detto nulla di eclatante, a ben vedere, né di irrazionale, però l’impressione per cui Luigi Di Maio sia sempre pronto più ai giudizi su terzi che alle ammende personali resta forte. Per inquadrare bene il problema dobbiamo ricordare chi sia stato Di Maio: astro nascente del M5s delle “origini”, due volte ministro ed infine “capo” politico del Movimento Cnquestelle proto-contiano.

Uno insomma che, dei pentastellati ne sa, e tanto. E che però dovrebbe ricordare anche che grazie ai pentastellati tantissimo ha ricevuto. Al punto da non essere cancellato a spugna dopo il fallimento del partito che aveva fondato, ma da essere recuperato.

E non con un ruolo magro, bensì come rappresentante speciale dell’Ue per il Golfo Persico ed ex ministro degli Esteri. Le sue carte Di Maio alla Farnesina se le era giocate bene e nulla quaestio, anche perché in Italia quello di allocare i trombati è sport nazionale che ha eco anche europee.

Stipendi, pagatori e pagati
Beppe Grillo (Foto: Carlo Lannutti © Imagoeconomica)

Il dato però è un altro. E’ quello per cui se a Di Maio gli chiedi se sia più vicino a Conte o a Grillo lui fa lo snob e spiega che quel format a lui non garba. “Difficile dire perché i due non hanno una questione politica. È una questione di potere ed è incredibile perché Grillo dovrebbe essere l’azionista e Conte l’amministratore delegato, se vogliamo usare un termine aziendale”.

E ancora: “Ma lo stipendio di Grillo dipende da Conte e invece dovrebbe essere viceversa”. Insomma, Di Maio ne fa una questione di potere ed è un po’ come sentire un crotalo che critica l’utilizzo del veleno come format di sopravvivenza. “Questo sta creando non so se l’ultimo atto del Movimento 5 Stelle, ma lo ha portato al livello più basso”.

Vero anche questo, ma solo in parte, perché il suo livello più basso – almeno concettualmente – il M5s lo aveva toccato proprio quando uno dei suoi delfini di razza aveva fatto un partito tutto suo. Esattamente per affermare una sua visione a discapito di quella corale.

“Io ci avevo provato…”
Giuseppe Conte (Foto: Alessandro Amoruso © Imagoeconomica)

E ancora: “Mi dispiace per le posizioni perché io avevo provato il più possibile a portare il M5S sul filo atlantismo, su una posizione più bilanciata su Israele. Contro l’uscita dall’euro e a favore dell’Unione europea e abbiamo preso il 33% nel 2018. Adesso sembra essere in atto un ritorno all’indietro e stanno al 9%”.

Davvero il M5s di Di Maio sarebbe stato più congruo e non avrebbe urtato Grillo? Davvero il new way of life di “Giggino” era la sola via per garantire sopravvivenza ad un partito nato movimento e cresciuti in purismo di mission? Ergo, davvero Di Maio è qualificato per essere il radiografo dello sfascio che lui stesso avrebbe voluto innescare?

E dai su…