Top e Flop, i protagonisti di mercoledì 23 settembre 2026

Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 23 settembre 2026.

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Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 23 settembre 2026.

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ROBERTO MANCINI

di GIOVANNI LANZI
Roberto Mancini (Foto © DepositPhotos.com)

Trentaquattro è un numero importante. Sono i convocati dal ct dell’Italia, Roberto Mancini, per la ripartenza. O meglio, per l’apertura di un ciclo che dovrebbe — è un auspicio — riportare l’Italia dove manca da tre edizioni di fila, ovvero ai prossimi Mondiali 2030 (Portogallo, Marocco e Spagna le sedi, con 3 partite del centenario in Uruguay, Argentina e Paraguay).

Prima ancora, però, ci sono la Nation League (4 partite nel giro di 10 giorni) e le qualificazioni agli Europei 2028 (nel Regno Unito e in Irlanda). Non proprio una passeggiata di salute.

Fatta la premessa per capire dove, come e quando c’è la pratica: i 34 convocati per gli impegni. Il 25 settembre a Roma contro il Belgio, il 28 settembre in Turchia, il 2 ottobre contro la Francia a casa loro e il 5 ottobre il ritorno con la Turchia a Bologna.

Il ct Mancini non aveva scelta: bisognava rinnovare. Ma lui ha fatto di più: non solo ha cambiato tanto, ma lo ha fatto innestando una pattuglia di italiani cosiddetti di seconda generazione. La famosa svolta che siamo sicuri farà parlare anche la politica, che di solito si dà battaglia anche attorno a un pallone che rotola.

La svolta di Mancini

(Foto: Vitalii Vitleo © DepositPhotos.com)

Mancini e il suo staff hanno mostrato coraggio. D’altronde, non c’era scelta. L’Italia (del calcio) chiamò, in tutti i sensi. E così in difesa ci sono il campano di Aversa, figlio di genitori nigeriani, classe 2008 Honest Ahanor (ex Atalanta, ora al Crystal Palace); il piemontese di Borgomanero, anche lui con i genitori nigeriani, Michael Kayode (Brentford), del 2008; e il pratese nato da genitori ivoriani Eddy Kouadio (Monza), del 2006.

A centrocampo il portabandiera è il bergamasco di Treviglio, anche lui con i genitori ivoriani, Issa Doumbia (Sporting Lisbona, fu nel mirino del Frosinone nel gennaio 2024, ceduto dai lagunari in estate per 25 milioni), del 2003. In attacco l’altra novità è rappresentata dal figlio d’arte Samuele Inacio (Borussia Dortmund), del 2008: il papà è l’ex attaccante del Napoli Joao Batista Inacio, detto Pià, e la mamma Silvia è italiana.

Il più conosciuto è senza dubbio Moise Kean (Como, ex Fiorentina), scuola Juve, classe 2000, nato a Vercelli da genitori della Costa d’Avorio. Infine, un’altra novità sempre nel reparto offensivo è rappresentata dal 2003 Mohamed Alì Zoma (Norimberga), nato a Merate, in provincia di Lecco, da mamma della Costa d’Avorio e papà del Burkina. Lui gioca e fa gol in Bundesliga 2.

Per la cronaca, Ahanor e Inacio erano già stati convocati per le amichevoli dello scorso giugno con Lussemburgo e Grecia, durante il breve interregno del selezionatore della Under 21 Silvio Baldini.

Le conferme Under 21

Seydou Fini

Che per la sua Under 21, in cerca del passaporto per gli Europei di categoria, non è stato da meno: conferme per il centrocampista bresciano del 2004 Luca Ndour (Fiorentina), con papà senegalese e mamma bresciana; per gli attaccanti Seydou Fini (classe 2006) del Frosinone (di proprietà del Genoa), nato in Costa d’Avorio da genitori ivoriani, e lo statunitense classe 2004 Luca Koleosho (Paris FC), mamma canadese con origini italiane (di Termoli) e papà nigeriano. Novità assoluta è il 2006 Alphadio Cisse (Milan), nato a Treviso da genitori della Guinea.

E allora viva l’Italia e viva gli italiani di prima e seconda generazione che portano in giro per il mondo l’amato tricolore!

Visione di campo.

(Foto © DepositPhotos.com)

ALESSANDRO CASINELLI

Alessandro Casinelli

Piaccia o meno, l’imprenditore Alessandro Casinelli ha fatto quello che decenni di convegni, mozioni e promesse elettorali non erano riusciti a fare: portare una facoltà di Medicina in provincia di Frosinone. Ieri le selezioni per gli ottanta posti disponibili hanno chiuso una partita che altri avevano solo annunciato.

Non è un ateneo pubblico, è vero. È Link Campus University, che qui apre una sede decentrata dopo il via libera dell’ANVUR, Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario. Ma considerarla un’operazione minore sarebbe un errore di prospettiva: Link Campus è una realtà nazionale, non un progetto locale destinato a restare sulla carta. E viene a realizzare il suo polo a Frosinone perché c’è una condizione ben precisa e fondamentale: Casinelli ha messo sul piatto della bilancia le strutture sanitarie del suo Gruppo, compreso il Policlinico Centro Italia ancora in fase di completamento. Sono determinanti perché i medici si formano solo in parte sui banchi universitari, il resto lo fanno le corsie di ospedale.

Numero chiuso, camici carenti

Numero chiuso, lo chiamano in Italia. Altrove lo chiamano occasione persa: ogni anno migliaia di ragazzi italiani prendono l’aereo per Romania, Albania o Spagna pur di studiare Medicina, perché il sistema pubblico non ha posto per loro. Passando da Frosinone, ottanta di quei posti restano ora in Italia.

Ci aveva provato l’università di Cassino, più volte e con più di uno dei suoi magnifi rettori: da Paolo Vigo a Giovanni Betta. Ogni tentativo si è arenato nella stessa palude: una visione baronale della sanità, una totale assenza di strutture sanitarie da mettere a disposizione degli studenti e degli specializzandi. Una delle sfide più accese portò la facoltà a Campobasso a discapito di Cassino. Casinelli ha aggirato il problema portando i capitali, non chiedendo permesso ai baroni.

Restano nodi aperti. Su tutti le diffidenze di una cosa nuova e mai fatta prima sul territorio ed in maniera totalmente diversa. Solo il tempo dirà se sarà facile o meno scioglierli. Per ora però, il risultato, quello, è già in tasca. E per Casinelli è doppio: sul piano economico un Ateneo è pur sempre un ramo d’azienda, sul piano sanitario, il Gruppo si ritroverà 80 giovani laureati formati e cresciuti tra le sue corsie. Ed in un periodo in cui rastrelliamo camici bianchi in giro per il mondo, da Cuba a Bucarest, quella facoltà è una miniera.

Missione compiuta.

CARLO MARINO

di PAOLO CARNEVALE
Carlo Marino

Se c’è un’arte in cui i politici locali eccellono, è quella di sorridere. Anche a denti stretti. Carlo Marino, assessore alla cultura e al bilancio di Anagni, di fronte alla bufera sulla Pro Loco, che in qualche modo lo tocca, sceglie la strada del basso profilo istituzionale. Non essendo stato presente alla riunione contestata, preferisce non entrare nel merito: «di tutta questa polemica avrei fatto volentieri a meno. La reputo una polemica molto bassa e, francamente, anche abbastanza lontana dal modo in cui penso si debba amministrare una città». Una posizione che lascia trasparire più insofferenza per il clamore mediatico che per la sostanza della vicenda. (Leggi qui: Anagni, il lodo-Natalia: niente querela a Vecchi e azzeramento della Pro Loco).

Il passaggio più delicato arriva quando l’assessore commenta le voci su un suo presunto ridimensionamento, che secondo alcune fonti sarebbero da attribuire al sindaco Natalia. Marino sceglie la linea della lealtà istituzionale, chiarendo che «il sindaco ha sempre ragione. Anche se fosse vera la volontà di ridimensionarmi, anche se francamente non ne vedrei il motivo». Una fedeltà di linea coerente con lo stile che l’assessore ha tenuto finora: nessuno strappo, nessun distinguo pubblico.

Marino rivendica poi la natura collettiva dei risultati amministrativi: «i risultati ottenuti da Anagni non sono risultati miei, ma dell’intera amministrazione e, prima di tutto, del sindaco. Io ho semplicemente cercato di fare bene il lavoro che mi ha affidato». Con il primo cittadino, aggiunge, «non abbiamo certo bisogno di parlarci attraverso i giornali»: e ribadisce di non avere «alcuna velleità diversa da quella di continuare a fare bene il mio lavoro».

Cosa c’è dietro

Carlo Marino con il sindaco Daniele Natalia

Sullo sfondo resta la Pro Loco, «un’associazione privata che collabora con l’assessorato che, forse indegnamente, rappresento». Il resto? «Lo lascio volentieri alle ricostruzioni fantapolitiche». Dichiarazioni di rito? Forse. Ma è proprio nel modo in cui gestisce polemiche come questa — senza strappi, senza repliche piccate — che Marino continua a costruire il profilo istituzionale con cui si affaccerà, prima o poi, alla partita più grande. Perché il lato scuro della luna è proprio questo.

Marino sarà uno dei protagonisti della prossima corsa per raccogliere l’eredità del sindaco Daniele Natalia. Ha lo svantaggio di non avere una tessera di Partito: il che in questi periodi è per molti elettori un motivo di merito. Ha popolarità e consenso, elevati all’ennesima potenza dopo i risultati della recente Estate culturale di Anagni. Sfugge agli schemi, non è classificabile in nessuna logica di schieramento: proprio questo lo rende un potenziale candidato tra i più pericolosi.

E la sua scelta di reagire alla polemica aspra con toni fermi ma garbati non fa altro che confermarne il peso.

Il prossimo, forse.

FLOP

ROBERTO VANNACCI

Roberto Vannacci (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

Roberto Vannacci ha di nuovo qualcosa da dire sulle donne, e la sceneggiatura è sempre la stessa: la battuta, la finta excusatio, il rilancio. Interpellato su una gonna — quella lunga di cui aveva parlato Antonio Tajani — il leader di Futuro Nazionale risponde: «Tra una donna con la gonna lunga e una donna con la gonna corta, io una donna la preferisco sempre senza gonna».

Poi arriva la «correzione», che tale non è: «Ho risposto a una domanda leggera con altrettanta leggerezza, non sono un bacchettone e non mi vergogno di quel che dico». Non è un passo indietro, è la mossa vera: tornare sull’argomento lasciando all’avversario il senso di colpa per averlo preso troppo sul serio . E infatti rilancia ancora: «Adoro le donne come un dono dell’universo, l’unico essere che può dare la vita e mi inchino a loro sotto un certo punto di vista». Un falso inchino che è già un passo oltre, l’ennesimo giro verso un machismo che Vannacci sa bene di trovare, tra gli italiani, più terreno fertile di quanto la politica ufficiale voglia ammettere.

Metodo Vannacci

Roberto Vannacci a Bruxelles (Foto: Alexis Haulot © European Union)

Non è un episodio isolato, è un metodo che si affina colpo su colpo. Lo stesso Vannacci che mesi fa liquidava gli omosessuali con un «cari omosessuali, normali non lo siete, fatevene una ragione», che equiparava Mussolini a Cavour e Stalin nella scala degli statisti, oggi fotografa la Venere di Milo sui social per ribadire il concetto. L’asticella si sposta sempre un po’ più in là, mai abbastanza da rompere il gioco, sempre abbastanza da restare nel discorso.

Nel frattempo le senatrici dell’opposizione si presentano in minigonna a Palazzo Madama, le colleghe di maggioranza rispondono in pantaloni lunghi e la politica italiana discute di orli invece che di conti pubblici. Vannacci, va riconosciuto, il risultato lo ottiene sempre: spostare la conversazione dove gli conviene, un centimetro alla volta.

Strategia, non gaffe.