I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 24 settembre 2025.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 24 settembre 2025.
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TOMMASO CALDERONE

C’è un momento, nella vita di un politico, in cui l’obbedienza alla linea del Partito si scontra con l’urgenza interiore della coscienza. È quanto è accaduto a Tommaso Calderone, deputato di Forza Italia, che con un post su Facebook ha scelto di incrinare il silenzio imposto dal Partito sulla tragedia che sta devastando la Striscia di Gaza.
“Presto. Molto presto dirò cosa penso su Palestina e Israele. Lo dirò perché, alla fine dei conti, ognuno di noi ha un solo giudice fermo e implacabile: la propria coscienza“. Le sue parole, volutamente allusive eppure dirompenti, non sono solo uno sfogo individuale. Sono un atto politico nel senso più alto: l’affermazione che esistono principi e limiti invalicabili, anche per chi siede su uno “scranno prestigioso”. Calderone si dice stanco, fragile, esitante. Ma proprio questa esitazione restituisce autenticità al suo gesto.
Responsabilità individuale

La politica assomiglia sempre di più ad una caserma, nella quale si sta comodissimi e pieni di privilegi ma si deve alzare la mano a comando senza dissentire. Non è democrazia: ne è solo una rappresentazione formale. Lo sfogo di Calderone in questo contesto asfittico è invece balsamico. Non perché serva a cambiare da solo la linea di Forza Italia oppure a rimescolare gli equilibri interni al centrodestra, ma perché rimette al centro un tema troppo spesso sacrificato: la responsabilità individuale. Davanti al voto, alla posizione che si assume, ai crimini della storia.
Che Calderone parli di Netanyahu come di un “criminale” e lo giustifichi richiamandosi alla Corte penale internazionale, conta fino a un certo punto. Più importante è che rivendichi il diritto – anzi, il dovere – di non tacere di fronte a un massacro. Non è questione di destra o sinistra, di filo-israeliani o filo-palestinesi. È questione di coscienza.
La coscienza, più forte delle appartenenze.
MAX RENDINA

Ha tagliato il traguardo. Primo. Scalzando dal podio un mostro sacro della materia: la Sardegna. C’è molto del manager Max Rendina dietro al successo del rally Mondiale che lascia l’isola e dal 2027 si sposta sulle strade della Capitale.
Non è solo una questione sportiva: c’è un indotto economico importante ed una leva economica e di sviluppo non da poco. E per portarlo nel Lazio, l’ex Campione del Mondo oggi apprezzatissimo organizzatore di eventi, ha corso più forte della burocrazia, dribblato la politica e spinto sull’acceleratore della diplomazia istituzionale. Fino all’annuncio arrivato ieri pomeriggio dall’Automobil Club Italia. (Leggi qui: )
Più che una questione di chilometri è faccenda di visione. E mentre in Sardegna va in scena lo psicodramma tra accuse incrociate, divisioni politiche e polemiche da aula consiliare, nel Lazio – silenziosamente – è stato costruito il successo del Mondiale. I retroscena della stampa sarda parlano chiaro: il pressing romano è stato costante, abile, convincente. E dietro tutto questo c’è proprio lui, Max Rendina, capace di costruire relazioni solide con ACI, WRC Promoter e istituzioni locali, lavorando per un dossier credibile, concreto e ben finanziato.
Cosa significa Mondiale

Non è solo un fatto sportivo. È turismo, economia, immagine internazionale. Parliamo di una manifestazione che vale oltre 80 milioni di euro per il territorio che la ospita. Roma lo sa. Il Lazio lo sa. E Rendina, da buon regista, ha saputo orchestrare una sinfonia in cui politica, sponsor e tecnici suonano all’unisono.
È un sorpasso storico. Senza clamori, senza proclami. Solo con la forza dei fatti e del lavoro ben fatto. Fatto per passione: l’organizzazione del Mondiale non farà capo all’ex campione del mondo ma direttamente all’Aci. E questo rende ancora più profondo l’impegno e la passione messi in campo.
Nel rally, come nella vita, vince chi guida con lucidità anche quando la strada è tutta curve. E taglia primo il traguardo.
Campione, in pista ed alla scrivania.
FLOP
CHI VOTA CONTRO ILARIA SALIS

Voltaire non c’entra. La questione di Ilaria Salis non è quella posta dal celebre filosofo illuminista: “Non la penso come te ma sono pronto a dare la mia vita affinché tu possa esprimere la tua opinione”. Come altrettanto sbagliato sarebbe porre la questione su ciò che la parlamentare europea avrebbe o non avrebbe fatto e per il quale è sotto processo in Ungheria. La questione è che il garantismo non è un esercizio di galateo politico.
La vicenda di Ilaria Salis è questione di regole democratiche, di giustizia che funzioni davvero, di garanzie che valgano per tutti. In tutta l’Europa. La richiesta di immunità parlamentare non è l’invocazione di un privilegio di casta: è l’essenza stessa del problema. Perché Ilaria Salis non chiede di evitare il processo: chiede che venga celebrato fuori dall’Ungheria perché lì le regole non sono quelle democratiche dell’Europa. Sia ben chiaro: le regole del processo, non quelle che lei avrebbe violato.
Le regole del Diritto

Il punto non è lei, non è il suo passato o la sua militanza. Il punto è che l’immunità parlamentare è un presidio democratico, nato per proteggere le istituzioni dagli abusi del potere. Ed è quello che avviene in Ungheria.
Non lo dice l’estremista Salis ma la stessa Unione Europea. Che ha messo da tempo sotto procedura d’infrazione l’Ungheria rilevando violazioni dello stato di diritto: magistratura condizionata, pene sproporzionate (come nel caso Salis 24 anni possibili per una lesione lieve giudicata guaribile in 4 giorni), processi che rischiano di trasformarsi in spettacolo punitivo come hanno dimostrato le immagine dell’imputata italiana incatenata e trascinata in aula è simbolo di un modello di giustizia che l’Europa dovrebbe aver consegnato al passato.
La domanda è semplice, e riguarda soprattutto chi guarda a Orbán con simpatia: davvero questa è l’idea di Giustizia che vogliamo?
L’Europa del Diritto.
CARLO NORDIO

La procura di Roma, con la nota firmata da Francesco Lo Voi, ha messo nero su bianco quello che molti già sapevano: non esiste il cosiddetto “caso Bartolozzi”, il Capo di Gabinetto del ministero della Giustizia accusata di avere fornito false dichiarazioni al Pubblico Ministero. In altre parole: l’anello debole della catena che ha portato alla liberazione di Almasri.
Quel caso non esiste, almeno per la Giunta per le autorizzazioni. Nessun concorso di reato con il ministro Nordio, nessuna connessione temporale o giuridica, nessuna competenza del Tribunale dei Ministri. Fine della storia, almeno sul piano tecnico.
Eppure, sul piano politico, la storia non è finita. Perché l’iscrizione della capo di gabinetto del ministero della Giustizia per falsa testimonianza nella vicenda Almasri è diventata terreno di scontro, occasione tattica per spingere la maggioranza a chiedere gli atti e, magari, a immaginare un conflitto di attribuzioni davanti alla Consulta. Non per chiarire i fatti, ma per rallentare un percorso giudiziario scomodo.
Tempi non coincidenti

È la dimostrazione di come le aule parlamentari diventino spesso il prolungamento di strategie difensive, più che il luogo della trasparenza. E di come il garantismo, parola abusata, rischi di ridursi a paravento per proteggere ruoli e poltrone.
Il punto vero è un altro: i tempi della giustizia e i tempi della politica si intrecciano, ma non coincidono. La vicenda Bartolozzi seguirà un suo corso autonomo, mentre entro il 15 ottobre la Giunta dovrà decidere sull’autorizzazione a procedere per i ministri coinvolti. Ed è lì che si gioca la partita reale, destinata a pesare non solo sul Governo ma sull’immagine stessa dello stato di diritto in Italia.
Perché si può archiviare un “caso che non c’è”. Ma non si può archiviare la necessità di risposte chiare, davanti alle vittime e davanti all’Europa.
Il caso che non c’è. Ma c’è.



