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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 3 dicembre 2025.
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TOP
ALDO MATTIA

Pane al pane, vino al vino: la provincia di Frosinone, ai tempi di Giulio Andreotti, è campata anche sulle caserme militari. Ne realizzò una a Cassino (la Lolli Ghetti nella quale ebbe sede la storica scuola allievi Volontari dell’80° Battaglione), una a Sora (la Simone Simoni nella quale venivano selezionati e formati i futuri Alpini per le truppe di montagna dell’Italia centrale). Ed una a Frosinone (l’aeroporto militare Girolamo Moscardini, sede del 72° Stormo, la Scuola Volo dell’Aeronautica nella quale sono spuntate le ali a migliaia di elicotteristi).
Erano scuole: perché erano anni in cui c’era la Guerra Fredda e bisognava essere tutti pronti ad un attacco che arrivasse dall’Est. Poi è venuto il tempo della pace e ci siamo dimenticati quasi che se vis pacem para bellum: se vuoi la pace devi sempre essere pronto alla guerra perchè solo così a nessuno verrà in mente di attaccarti.
Ad Est non tira una bella aria, gli Usa di Donald Trump stanno facendo quello che hanno sempre fatto: una volta sistemati i loro affari si reinfilano i pantaloni e se ne tornano a casa di notte. Lo hanno fatto in Afghanistan, lo hanno fatto i Iraq, lo stanno facendo in Europa.
La necessità di una Difesa al Top

Torna la necessità di una Difesa di livello. E piaccia o non piaccia, il pragmatismo di Andreotti torna utile ancora una volta. A Cassino l’80° Roma è stato sostituito dal 3° Bondone per l’acquisizione attraverso i droni di target sul campo da riferire all’Artiglieria. A Sora c’è il 41° Cordenons che ha un impiego sostanzialmente simile. Mentre a Frosinone ormai da due anni si sa che sarebbe stato smantellato il 72° Stormo falciando un asset storico per la città.
A salvarlo è stato il lavoro del deputato Aldo Mattia (insieme alla ex deputata Maria Veronica Rossi). Il Moscardini non esce dalla sua vocazione militare e viene trasformato in Scuola Interforze per i droni: flotte che dovranno fare la guerra colpendo a distanza e fiaccando il nemico, sulla base delle nuove dottrine apprese in Ucraina. Non è un contentino. È un atto di modernizzazione coerente con le nuove esigenze della difesa e al contempo con la tutela del tessuto produttivo e occupazionale dell’area. Specialisti, tecnici, investimenti: il territorio guadagna, non perde. (Leggi qui: Dopo gli elicotteri i droni: all’aeroporto di Frosinone la Scuola Militare Interforze).

C’è poi un altro aspetto che a molti sfugge: quando si salva una base militare, non si salva solo un pezzo d’Italia. Si salva un pezzo di dignità territoriale. Si tiene in vita un’economia che ruota intorno, fatta di famiglie, di posti di lavoro, di imprese che forniscono servizi, logistica, manutenzione. Un indotto che per Frosinone può fare la differenza.
Ecco perché la scelta di insediare la Scuola Interforze Droni non è un contentino di scelta comoda. È una decisione di lungimiranza, un atto politico che guarda oltre l’oggi, che progetta il domani dell’aeroporto, del territorio, delle giovani generazioni che da domani potranno aspirare a un lavoro stabile, qualificato, rispettoso della memoria e capace di guardare avanti.
Ed il fatto che si tratti di un reparto operativo non è una pessima scelta: è solo il riconoscimento della realtà: l’Europa è da mesi sempre più coinvolta in una guerra che cancellerà il mondo come lo abbiamo conosciuto nel XX secolo. Negarlo non cambierà le cose.
Il cinismo della guerra.
FRANCESCO ROCCA e GIANCARLO RIGHINI

C’è un tratto della politica che raramente riceve applausi: la capacità di costruire regole che costringono anche gli altri a essere responsabili. Perché una promessa si dimentica, una norma resta. E nel Lazio, dietro il rating in rialzo certificato da Moody’s, c’è proprio questo: una trappola virtuosa, piazzata con abilità dall’assessore Giancarlo Righini con il governatore Francesco Rocca (Leggi qui: Moody’s promuove il Lazio, ma la sfida comincia ora).
Moody’s alza il giudizio sulla Regione, promuove la gestione dei conti e guarda con fiducia alla traiettoria dei prossimi anni. Bene. Merito del taglio al debito? Sì. Merito di una crescita che supera di un soffio la media nazionale? Anche. Ma la vera partita si gioca su un altro terreno: l’impossibilità, scolpita in norma, di fare nuovo debito.
Righini ha blindato il futuro del Lazio molto più di qualsiasi conferenza stampa. Ha creato una gabbia dorata: non si può contrarre nuovo debito, punto. Chi verrà dopo potrà pure rimetterci mano, certo. È la democrazia, bellezza. Ma dovrà farlo alla luce del sole, assumendosi la responsabilità di reintrodurre ciò che oggi è stato cancellato. Firmando, per capirci, il ritorno alle cambiali pubbliche.
La Regione che si blinda

Ecco perché Moody’s applaude. Non solo per i 13 miliardi che tornano allo Stato o per il debito residuo che scende sotto gli 8. E nemmeno per i 486 milioni di nuovi investimenti senza contrarre un solo € di nuovo debito… Applaude perché trova una Regione che non solo mette ordine nei conti ma li blinda da sé stessa. È come cambiare il regolamento del campionato mentre stai giocando ma a favore del gioco pulito.
Righini lo sa bene: i governi passano, i bilanci restano. E una norma scritta oggi obbligherà tutti, domani, a spiegare il perché di ogni eventuale passo indietro. Vuoi rifare debito? Fallo. Ma a tuo nome, non a nome di chi ha deciso di fermarsi.
Il Lazio non è diventato improvvisamente la Baviera. E nessuno si illude che basti un upgrade per cancellare anni di criticità strutturali. Ma per una volta la Regione manda un messaggio che piacerà ai mercati più delle cerimonie e più delle dichiarazioni: qui le regole non si piegano al vento del consenso immediato. E se domani qualcuno vorrà cambiarle, dovrà mettere la firma sotto ogni euro preso in prestito. Non è solo buona contabilità. È politica vera. E, per una volta, anche intelligente.
Salvadanaio blindato.
DAVIDE SALVATI

C’è una politica che parla di “territorio” come fosse un mantra. E poi c’è quella che il territorio lo mette al centro di un ragionamento più grande, più ambizioso, più necessario. Davide Salvati appartiene alla seconda categoria. Da presidente d’Aula del Comune di Anagni ha avuto il coraggio – e l’intelligenza – di portare nella città dei Papi un tema che solitamente si discute nei think tank ministeriali: la Rimland, il concetto chiave con cui Nicholas Spykman descrisse l’area geopolitica da cui passa l’equilibrio del mondo. (Leggi qui: Geostrategia ed economia: ad Anagni politici e esperti disegnano nuove rotte).
Un salto di livello? No, un salto di visione. Perché l’evento organizzato ad Anagni non è stato una passerella ma un laboratorio: studiosi, militari, economisti, politici. Tutti a discutere di rotte commerciali, Mediterraneo, sicurezza energetica, nuova industria della difesa. E soprattutto di come tutto questo ricada, molto concretamente, sulle città italiane che stanno vivendo la trasformazione dei distretti produttivi.
Il risultato: Anagni al centro
Anagni non è mai stata così al centro della carta geografica come in queste ore. Salvati lo ha capito prima di molti: se vuoi che un territorio resti competitivo, devi collegarlo alle dinamiche globali. Non basta parlare di sviluppo locale; bisogna capire dove va il mondo e portare quel dibattito dove nessuno se lo aspetta.

Il risultato? Una giornata che ha messo insieme mondo accademico, imprese e istituzioni, mostrando che il Lazio interno non è periferia di nulla, ma snodo naturale tra industria, corridoi logistici e scenari geopolitici. Il merito di Salvati è semplice: ha rotto l’idea che un Comune debba limitarsi all’ordinaria amministrazione. Ha dimostrato che una città può essere un luogo di pensiero, oltre che di governo.
E in tempi in cui la politica fatica a sollevare lo sguardo oltre il prossimo titolo, vedere una città che punta sulle idee – quelle serie – è notizia. Ad Anagni, invece, è diventato metodo. E non è poco.
Geostrategico.
FLOP
FEDERICA MOGHERINI

C’è un tratto curioso dell’Europa: quando esplode uno scandalo, sembra sempre che la realtà superi l’immaginazione dei romanzi politici. E la vicenda che coinvolge Federica Mogherini, Stefano Sannino e Cesare Zegretti non fa eccezione. Stavolta il palcoscenico non è Doha o Bruxelles ma Bruges: il tempio della formazione europea, il Collegio fondato sulle intuizioni di De Gasperi e Churchill. Un luogo simbolo della trasparenza, finito però nell’occhio del ciclone per un appalto da 652 mila euro legato all’Accademia diplomatica dell’Ue.
Qui sta il paradosso: l’Europa che pretende rigore, anticorruzione e concorrenza perfetta si ritrova a indagare su una sua scuola d’élite. Un’inchiesta che ipotizza informazioni privilegiate, criteri di gara anticipati, e perfino l’acquisto di un immobile da 3,2 milioni che potrebbe essere stato suggerito per “vincere” il bando. È ancora tutto da provare, sia chiaro. Ma l’immagine è pesante.
Mogherini e Sannino non sono personaggi minori: una ex Alta rappresentante Ue e un ex segretario generale del Seae non finiscono ogni giorno in un verbale dell’Eppo. Tanto più mentre Bruxelles è ancora convalescente dal Qatargate e dal cosiddetto Huaweigate. E la Commissione corre subito a precisare: la vicenda riguarda la precedente legislatura, quando in carica c’erano altri. Una presa di distanza rapida come un comunicato d’emergenza.
Personaggi centrali

Federica Mogherini è una persona integerrima, che peraltro ha fatto un ottimo lavoro come rettrice del Collegio d’Europa. È stata lei a promuovere la modernizzazione e l’internazionalizzazione di questa istituzione, allargata anche a Paesi extra Ue come i Balcani e l’Ucraina. Ne ha incrementato attività e corpo studentesco, avviando nuovi progetti fra cui il programma di formazione per i diplomatici, finito sotto la lente dei magistrati belgi. Ha svolto con grande professionalità il ruolo di Alto rappresentante per gli Affari esteri, promuovendo la creazione del fondo europeo per la difesa, che è il primo passo verso la difesa comune. È stata bravissima nella mediazione con la Serbia e il Kosovo, decisiva nell’accordo sul nucleare iraniano. Insomma tutto il contrario del profilo da maneggione che i magistrati di Bruxelles stanno ipotizzando.
L’università giura collaborazione “nell’interesse della trasparenza”, ma il danno, almeno sul piano simbolico, è già fatto: la fabbrica delle élite europee è costretta a giustificarsi. E l’Europa si scopre di nuovo vulnerabile davanti a una questione che non è solo giudiziaria, ma culturale: la distanza tra la retorica dell’integrità e la sua pratica quotidiana.
Forse la lezione è semplice: per essere credibile fuori, Bruxelles deve dimostrarsi irreprensibile dentro. Per ora è l’anticorruzione che guida il gioco, e l’Europa che si ritrova, ancora una volta, sotto esame.
Il peso del sospetto.



