Top e Flop, i protagonisti di mercoledì 6 agosto 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 6 agosto 2025.

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 6 agosto 2025.

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TOP

RICCARDO MASTRANGELI

Riccardo Mastrangeli

Cè un momento per il bon ton, per le mezze frasi, per le virgolette dosate e i silenzi studiati. E c’è il momento in cui capisci che non basta più. Che i sorrisi non disinnescano le mine e i compromessi diventano trappole. A quel punto si può arretrare. Oppure, come ha fatto Riccardo Mastrangeli, si può fare altro: posare il fioretto, impugnare la sciabola e lanciarsi all’attacco.

Il sindaco di Frosinone ha scelto la seconda via. Dopo settimane di malumori, diserzioni in Giunta, assenze tattiche alle inaugurazioni, inviti più o meno velati a farsi da parte, ha deciso di parlare chiaro. E non con una nota anodina ma con un’intervista a tutto campo, senza sconti. Io mi ricandido. Senza se e senza ma. E chi vuole farmi fuori, venderò cara la pelle. Non è solo una dichiarazione di guerra politica. È l’atto di chi sa che il tempo della prudenza è finito. (Leggi qui: Mastrangeli all’attacco: “Mi ricandido. E sul BRT non si torna indietro”).

L’attacco alla leadrship
Franco Carfagna con il Gruppo FdI

Perché dietro la cortina di finto dissenso c’è un attacco frontale alla sua leadership. Fratelli d’Italia, che fino a ieri era il perno del centrodestra cittadino, ha cambiato passo e mira. Lo hanno detto chiaro: Mastrangeli non avrà più carta bianca. Vorranno le Primarie, forse un altro candidato, forse solo un pretesto. Ma intanto lo indeboliscono, lo isolano, provano a logorarlo. E lui? Non sta al gioco.

Non solo: nell’intervista rilasciata ad Alessioporcu.it rilancia. Ricorda i cantieri avviati, le scuole riaperte, i teatri restituiti alla città, il gradimento in crescita. E, soprattutto, difende il BRT. Non come un capriccio ideologico, ma come l’unico antidoto a una Frosinone che dal 2026 rischia di fermarsi davvero, con la metà delle auto fuori legge per via delle normative europee sulle emissioni. Mentre gli altri inseguono il consenso del momento, Mastrangeli punta sulla visione. Una mossa coraggiosa, che non sempre paga subito. Ma che alla lunga distingue gli amministratori dai manutentori del potere.

Indietro non si torna
(Foto © IchnusaPapers)

Ha anche il coraggio di dire che, se fermassimo il BRT ora, bisognerebbe restituire 800mila euro di fondi europei già spesi. Che sarebbe un danno. E che lui non intende essere complice di quel danno. Lo fa con toni pacati ma fermi. Il che, nell’epoca in cui molti scelgono di galleggiare, è già una forma di coraggio: quello delle proprie convinzioni.

Mastrangeli sa che i prossimi mesi saranno una guerra di nervi. Sa che si muove in equilibrio tra alleanze logore e colpi bassi. Ma ha scelto di non arretrare. Di non elemosinare appoggi, né temere sfide. In fondo, la politica è anche questo: riconoscere quando è ora di combattere. E farlo senza tremare.

Via il fioretto: è tempo di sciabola.

La Ratafia

E alla fine… venne il giorno della gloria. La Ratafia Ciociara, la signora in rosso della tradizione frusinate: da ieri può mettersi il vestito buono: ha ottenuto l’IGP, Indicazione Geografica Protetta. Un acronimo che, per chi sa di gusto e cultura, suona come una medaglia d’oro. Per chi non lo sa… be’, è l’equivalente alcolico di un Oscar. Ma con le amarene.

Chi l’ha sempre conosciuta nelle bottiglie impolverate delle credenze della nonna, chi l’ha assaggiata nei bicchierini stretti durante le sagre estive o servita a fine pranzo “per aiutare la digestione”, sa bene che la Ratafia non è solo un liquore: è un rito, una carezza, un pezzo di Ciociaria liquido e sincero. Ora però è anche una denominazione protetta dall’Europa. Bruxelles ci mette il timbro. Frosinone ci mette il cuore.

Non solo per appassionati

Non è solo una notizia per sommelier e appassionati di etichette: è una dichiarazione di identità. È il riconoscimento che quel sapore – un po’ dolce, un po’ speziato, sempre familiare – non è replicabile altrove. Che serve il sole ciociaro, il vino rosso delle colline locali, le amarene cresciute al posto giusto, e una memoria collettiva che sa di merende, feste e racconti di paese.

Perché la Ratafia è la nonna che ti passa il bicchiere, il nonno che dice “assaggia, ma piano”, la zia che ti chiede se “ti sei fidanzato”. È tutta un’altra cosa rispetto agli amari industriali che spesso sembrano medicine con l’etichetta sbagliata.

Adesso non resta che una cosa: alzare il calice, con un sorriso tra l’orgoglio e la tenerezza, e brindare. Alla Ratafia, alla Ciociaria, e a un’Italia che – quando vuole – sa riconoscere il valore di ciò che ha sotto il naso (e in bottiglia). E se qualcuno vi chiede perché state brindando, rispondete con le parole di Baudelaire: “Chi beve solo acqua ha un segreto da nascondere.”

Cin cin a fine pasto.

ELLY SCHLEIN

Elly Schlein

E’ scesa in campo e con una connotazione “rara”: Elly Schein ha dedicato quasi tutta l’intera giornata di ieri, 5 agosto, ad una battaglia concreta e con una connotazione secca di “contromossa” nei confronti di Giorgia Meloni. La premier ha deciso unilateralmente di stendere le preziose Zes ad Umbria e soprattutto alle Marche, dove si voterà per le regionali?

Bene, la Segretaria Dem è andata a difendere le legge regionale sul Salario Minimo in Toscana, dove pure si voterà e dove l’uscente Giani pare avere un patrimonio di gradimento che potrebbe blindare il risultato.

Non è stata solo un’operazione di “ripicca” in orto di casa ma una controffensiva che ha caratteristiche nettissime.

Niente ideologia, si va concreti
Elly Schlein ed Eugenio Giani (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

La leader del Nazareno infatti si è sempre contraddistinta molto più per le battaglie “ideologiche” che per quelle concretiste ed attinenti il battage sociale del Pd, ma stavolta ha invertito la rotta. E lo ha fatto dopo aver saputo che Palazzo Chigi aveva impugnato la Legge toscana sul salario minimo.

Si tratta della Legge numero 30 del 18 giugno 2025. Vale a dire del legiferato di secondo livello che ha introdotto nelle gare regionali ad alta intensità di manodopera basate sul criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa, “un criterio premiale per le aziende che applicano un salario minimo orario non inferiore a 9 euro lordi”.

Lunedì il Consiglio dei Ministri aveva statuito di adire le vie legali “in quanto talune disposizioni, ponendosi in contrasto con la normativa statale in materia di tutela della concorrenza, violano l’articolo 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione”. E Schlein non c’è stata, sapendo benissimo che quello del salario minimo è uno dei cavalli di battaglia dell’opposizione (in particolare di Giuseppe Conte, che rischia minare la leadership di Schlein praticamente ogni giorno).

Salario minimo e Toscana

“Ancora una volta il Governo Meloni dimostra di avere paura del ‘salario minimo’. Tant’è che impugna la legge regionale della Toscana presso la Consulta pur di far scomparire dal dibattito pubblico questa legge di civiltà”. E ancora, per bocca di Vincenzo Ceccarelli, capogruppo del Pd in Consiglio regionale: “Se la concorrenza la si deve fare sulla pelle dei lavoratori, siamo ben felici di aver promosso e approvato una legge che secondo il Governo viola le regole vigenti”.

L’impressione, nettissima, è che stavolta Schlein sappia benissimo dove andare a parare, e che non voglia impaludarsi su questioni di principio di assoluto valore etico, ma di scarsissimo appeal d’urna. E nei prossimi mesi lo scopo è vincere, più che convincere.

Stavolta sul pezzo.

FLOP

IL CASO AL MASRI

Nella vicenda Al Masri, c’è un punto in cui il paradosso smette di essere una sfumatura e diventa architettura. Un punto in cui non è più la magistratura a indagare sul potere, ma il potere stesso a offrirsi volontariamente al tritacarne della giustizia, come se lo Stato godesse nel farsi a pezzi da solo. Benvenuti nell’ultima, surreale, puntata dell’Italia che non distingue più tra trasparenza e autolesionismo.

Il generale libico era ricercato dalla Corte penale internazionale. È arrivato in Italia, è stato arrestato, poi liberato e rimandato a casa con un volo di Stato. Cosa sia successo davvero in quelle ore dovrebbe, in un Paese serio, essere materia da gestione riservata, coperta – se necessario – da segreto di Stato. Perché qui non parliamo di una multa per divieto di sosta, ma di rapporti delicatissimi con la Libia, di accordi per il controllo dei flussi migratori, di diplomazia segreta, quella che tiene insieme i pezzi della sicurezza nazionale.

Atto dovuto
Roma, il Palazzo di Giustizia di Piazzale Clodio © Imagoeconomica / Carlo Carino

Invece no. La procura di Roma ha scelto la via dell’“atto dovuto” – quell’escamotage formale che serve a trasformare decisioni discrezionali in automatismi ipocriti – e ha trasmesso gli avvisi di garanzia ai ministri Mantovano, Nordio e Piantedosi, mentre Meloni ne è uscita con l’archiviazione. Ma che archiviazione. Talmente “separata” da aver infiammato di più la premier che non fosse stato un rinvio a giudizio. La politica si è indignata ma con una rabbia che sembra più teatrale che strategica.

E intanto, la magistratura si è presa la scena. Il presidente dell’ANM Parodi si lascia scappare in radio una riflessione sulla “ricaduta politica” di un eventuale processo alla capo di gabinetto del Guardasigilli. Una frase che – nel migliore dei casi – è stata un inciampo ma che nella sostanza ha scoperchiato il vaso di Pandora: è ancora la politica a decidere cosa è politica? O lo decidono i pm?

Senza Segreto
Palazzo Chigi

Eppure, il nodo vero non è solo nell’inchiesta. È nell’assenza clamorosa di una scelta che avrebbe evitato tutto questo: l’apposizione del segreto di Stato. Un gesto legittimo, previsto dalla legge, e in questo caso persino logico. Perché non si tratta di insabbiare nulla ma di dire una volta per tutte che la sicurezza nazionale non può essere materia da talk show o da carte giudiziarie. Meloni non lo ha fatto, forse per non passare da premier che “nasconde”. Ma alla fine ha nascosto peggio: ha nascosto lo Stato alla sua stessa autorevolezza.

Nel frattempo, tra notifiche che non arrivano, dichiarazioni che smentiscono se stesse e una Camera usata come sportello protocolli della Procura, il sistema istituzionale dà il peggio di sé. Lo fa con il paradosso più clamoroso: mentre si indagano ministri su decisioni di Stato, il vero tema – l’effettiva legittimità dell’azione di governo in materia di sicurezza – resta sullo sfondo, annegato in fiumi di fuffa procedurale.

Il gattosardo
Francesco Cossiga (Foto: Carotenuto / Imagoeconomica)

Alcuni anni fa il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga non esitò a mobilitare un battaglione di carabinieri con tanto di generale di divisione alla testa delle truppe, pronte ad assaltare la sede del Consiglio Superiore della Magistratura qualora avesse proseguito su una strada che per il capo dello Stato, giurista di primissimo livello, era eversiva. Era un debordare dal ruolo di Giudicante per sconfinare in quello della politica.

Anzichè mobilitare i carabinieri, oggi sarebbe il momento per la politica di rivendicare il suo spazio. Di dire: qui finisce l’azione giudiziaria, qui inizia la ragion di Stato. Invece si fa il contrario: ci si espone, ci si offre, si balbetta. E la magistratura ringrazia, collezionando dossier come figurine. Il caso Al Masri sarà ricordato non solo per il cortocircuito istituzionale, ma per la prova plastica di come un governo, nel tentativo di mostrarsi trasparente, possa diventare opaco al punto da far dimenticare il centro del problema: chi difende oggi la capacità dello Stato di difendere se stesso?

La risposta, purtroppo, è sotto gli occhi di tutti. Nessuno.

Lassurdo giuridico, l’autolesionismo politico.

ALESSANDRO GIULI

Fabio Tagliaferri ed Alessandro Giuli

C’era una volta il Teatro San Carlo, tempio della lirica e orgoglio di Napoli. Oggi, più che sulle note del melodramma, va in scena una tragicommedia istituzionale, degna della migliore operetta, dove a cantare non sono tenori ma consiglieri divisi, revisori scandalizzati, sindaci infuriati e ministri determinati a forzare la mano. È la versione partenopea di “Chi comanda qui?” e non è affatto chiaro come andrà a finire. Ma il sipario, per ora, si apre su una rottura senza precedenti.

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha rotto gli indugi, e pure qualche protocollo, firmando la nomina di Fulvio Macciardi a sovrintendente del San Carlo. Una scelta che ufficialmente “accoglie la proposta del Consiglio di Indirizzo” ma che nella sostanza poggia su una maggioranza risicatissima: tre membri su cinque, riunitisi comunque nonostante la riunione fosse stata sconvocata. Una riunione “non formale”, secondo il presidente della Fondazione, cioè il sindaco Gaetano Manfredi, che ha già annunciato il ricorso al Tar. Insomma: la politica ha messo in scena il classico colpo di scena, ma con il pubblico già pronto a fischiare.

Il Paradosso
Il ministro Alessandro Giuli

Il paradosso? È che mentre il Governo si è accaparrato un sovrintendente considerato gradito al ministero, lo ha fatto con il voto decisivo di Riccardo Realfonzo, indicato proprio dalla Regione Campania. Un asse Mic–De Luca che fino a ieri sembrava fantapolitica, e che oggi diventa realtà proprio contro il sindaco di Napoli, ex rettore, ex ministro, e per alcuni – forse – troppo autonomo nella gestione culturale della città.

La domanda allora è: si può nominare un sovrintendente con una forzatura istituzionale che persino i revisori dei conti definiscono “priva di valore”? Tecnicamente sì, dice Giuli. Politicamente, è tutto un altro spartito. Perché non si tratta solo di un nome, ma di un metodo: quello della sfida muscolare, della velocità imposta ai meccanismi di garanzia, dello scavalcamento istituzionale per mettere una bandierina su un ruolo chiave.

La sinistra grida allo scandalo, e forse stavolta ha argomenti: “Disprezzo delle regole”, dicono Pd e M5s, chiedendo di tornare indietro. Ma è tardi. Il dado è tratto. Il Teatro ha un sovrintendente, ma anche una spaccatura verticale tra Ministero, Comune e organi di vigilanza. A guadagnarci? Nessuno. A perderci? Il San Carlo, che per l’ennesima volta diventa campo di battaglia tra poteri che si accusano a vicenda, mentre la cultura – quella vera – resta a guardare dal loggione.

San Carlo, l’opera buffa della politica.