I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 6 maggio 2026.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 6 maggio 2026.
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ILARIA FONTANA

L’ha scelta direttamente Giuseppe Conte e questo le assegna un carico di completezza politica e di autorevolezza diplomatica totali. Ilaria Fontana — deputata del Movimento 5 Stelle, torna a svolgere il ruolo di coordinatrice provinciale del Partito. Presente, riconoscibile, con una voce che sul territorio ciociaro arrivava in sordina: poco meno di un sussurro, poco più di un silenzio. Poi è arrivata l’investitura che la riproietta sul territorio ed è arrivato anche il Fiume Sacco, con la sua ennesima emergenza ambientale e qualcosa è cambiato: Fontana torna al centro della scena e la politica locale ha registrato il cambiamento.
Nel territorio della provincia di Frosinone al M5S è rimasto un peso di poco oltre l’11% ed è pure troppo rispetto alla fine dell’illusione di massa che ha rappresentato. Ma proprio per questo, avere o non avere un riferimento credibile e attivo può fare la differenza tra un Campo Largo che funziona e uno che resta uno slogan.
L’orizzonte più nitido

La conferma di Fontana — voluta dal leader nazionale, non frutto di una mediazione locale — risolve un problema che Stefano Pizzutelli, segretario cittadino del PD, aveva sul tavolo da mesi: con chi sedersi a trattare nel Movimento? Oggi lo sa. E questo è già una parte del lavoro. Il progetto Nova 2.0 che partirà da Cassino il 16 maggio — partecipazione dal basso, confronto nei territori, costruzione di programma progressista — non è un evento organizzativo banale ma la dichiarazione che il M5S ciociaro torna a strutturarsi, torna a parlare con le realtà civiche, torna a cercare il consenso dove si forma davvero.
Per il PD di Pizzutelli — impegnato nell’ardua costruzione di una coalizione larga in vista delle Comunali 2027 — tutto questo ha un valore concreto: i numeri del M5S sommati a quelli del centrosinistra potrebbero dare una matematica diversa da quella che oggi sorride al sindaco uscente Riccardo Mastrangeli. Ma i numeri, da soli, non bastano. Servono interlocutori legittimati, programmi condivisi, una leadership riconoscibile.
Con Fontana in campo e attiva, due dei tre ingredienti ci sono. Il terzo — la leadership capace di tenere insieme la coalizione — è ancora la variabile che nessuno ha risolto. Ma almeno ora il tavolo è apparecchiato. E i commensali sanno chi siede accanto a loro.
Rifondazione Grillina.
I TIFOSI DEL FROSINONE

C’è una cosa che il tifo sa fare meglio di qualsiasi analisi di mercato: misurare la temperatura reale di una comunità. Non quella dichiarata nei sondaggi, non quella esibita sui social — quella vera, che si manifesta quando la gente mette mano al portafogli alle otto di mattina e in sessanta minuti manda in tilt i siti di vendita, prende d’assalto le ricevitorie, esaurisce ogni settore dello Stirpe.
Frosinone lo ha fatto ieri. Quasi 16.000 biglietti polverizzati in un’ora per la partita contro il Mantova di venerdì — quella che potrebbe valere la quarta promozione in Serie A della storia del club. E migliaia rimasti a bocca asciutta, in cerca di un maxischermo dove stare insieme a guardare.
Paradosso frusinate

Il paradosso è questo: la città vive l’attesa con una prudenza quasi scaramantica — poche bandiere sui balconi, nessuna tappezzeria gialloblù ancora visibile — ma intanto lo stadio è andato sold out in tempi da concerto rock. La scaramanzia è un sentimento, i biglietti sono dati oggettivi. E i dati dicono che Frosinone ci crede, anche se fa finta di no.
C’è una razionalità sotto questo tifo apparentemente irrazionale. La squadra che a inizio stagione sembrava destinata a un campionato di transizione è arrivata a un punto dalla Serie A, con un calcio che ha prodotto più tiri in porta di chiunque altro in Serie B. Chi ha comprato il biglietto ieri mattina non stava seguendo l’istinto cieco del tifoso: stava scommettendo su numeri concreti, su una squadra che ha dimostrato di meritare il traguardo che insegue.
La festa, se arriverà, è già pronta — l’amministrazione pensa al Parco Matusa, il simbolo di una storia lunga. Tre anni fa non si riuscì a farla, tra maltempo e questioni organizzative. Stavolta sembra che nessuno voglia farsi trovare impreparato.
Venerdì sera lo Stirpe sarà pieno. Il resto lo deciderà il campo. Come sempre.
Il tifo è irrazionale ma i numeri sono esatti.
MANUELA MIZZONI

Ha lavorato in contesti grandi e mai semplici. Ha gestito il dolore degli altri e le strutture che lo dovevano curare: cercando sempre di conciliare le spese e l’efficacia. Ora l’ex Dg del Gruppo Ini Manuela Mizzoni diventa Direttore Generale dell’Azienda Speciale di Terracina.
Andrà a governare una polveriera sempre sul punto di esplodere. La storia di condanne della Corte dei Conti per stipendi «gonfiati», il licenziamento politico dell’ex direttrice Amici, le polemiche che hanno travolto l’ex assessore Sara Norcia, il sindaco Giannetti accusato di un «silenzio tombale»: è il contesto pesante in cui Mizzoni dovrà lavorare. Un’azienda che gestisce welfare e assistenza alla persona, che ha vissuto anni di inchieste contabili, cambi di rotta e impasse croniche, ha bisogno di qualcuno capace di rimettere ordine senza farsi travolgere dai veleni ereditati.
Il concorso ha scelto bene, nella misura in cui ha scelto la più preparata. Ora tocca alla nuova direttrice dimostrare che la competenza basta, da sola, a raddrizzare una barca che ha preso acqua da molte parti. A Terracina, come spesso accade nella pubblica amministrazione italiana, il vero esame comincia dopo la nomina.
Grande competenza in riva al mare.
FLOP
BEPPE SALA

Esiste un momento nella vita politica di certi amministratori in cui smettono di ragionare da governanti e cominciano a ragionare da candidati. Si concentrano su qualunque cosa: purché gli consenta di parlare con i verbi al futuro. Beppe Sala, sindaco uscente di Milano, non proprio centrale nel dibattito progressista, oggi non ha una destinazione certa: il Pd non ha scelto su chi scommettere e come articolare il suo ennesimo rinnovamento che farà strage di volti e nomi esperti.
L’incertezza di Sala è evidente dopo il suo attacco di ieri a Roma. Il sindaco è ancora scottato dall’affossamento parlamentare del Salva Milano e mal digerisce un dibattito in cui si discute di dare alla Capitale i poteri che ogni capitale europea ha già da decenni.
L’argomento di Sala suona ragionevole in superficie: perché una legge speciale solo per Roma? Bisogna pensare alle grandi città metropolitane, a Milano e Napoli. Peccato che questo ragionamento ignori una cosa elementare che Cavour spiegava già nell’Ottocento: Roma non è una grande città tra le altre. È la Capitale d’Italia, con una unicità istituzionale, storica e simbolica che nessun’altra città italiana — per quanto grande e vitale — può rivendicare.
Roma Capitale

Nella competizione globale tra Stati, contano le capitali. Londra, Parigi, Berlino hanno leggi speciali, risorse speciali, poteri speciali. Roma no. E questa anomalia si vede nell’affanno che oggi un sindaco capace come Roberto Gualtieri ha per garantire i livelli di efficienza, nella sottodotazione di mezzi, nella difficoltà di gestire una città che è contemporaneamente comune, capitale e patrimonio dell’umanità.
Sala ha difeso sostanzialmente l’astensione del Pd alla Camera, una scelta difficile da spiegare e ancora più difficile da difendere. Forse sperando che il Partito lo ricompensi in qualche modo. Chissà. Ma l’evidenza è una: Roma non ha bisogno di aspettare Milano. Ha bisogno di una legge. Adesso.
Inutile dispetto.



