I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 7 gennaio 2026.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 7 gennaio 2026.
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TOP
PAPA LEONE XIV

La chiusura dell’Anno giubilare non è stata un semplice rito di calendario: non è stata una porta che si chiude in attesa della prossima. È stata una presa di posizione. Papa Leone XIV ha voluto dire con chiarezza che il Giubileo non è un evento turistico con cornice sacra ma un acceleratore morale. E che Roma, nel bene e nel male, resta il banco di prova. (Leggi qui: Top e Flop, i protagonisti di martedì 6 gennaio 2026).
Il nesso che Leone XIV individua tra Giubileo e risveglio morale dell’Urbe è un filo che parte da lontano e che prima di lui già Francesco aveva già indicato con lucidità. Lo aveva fatto ricordando come Roma debba mostrare al mondo non solo la bellezza dell’arte ma la profezia dell’accoglienza e della fraternità. Non un museo a cielo aperto ma una città viva, coerente con la propria storia cristiana.
Leone XIV quel filo lo ha afferrato e lo ha tirato con decisione. Pur non essendo “romano” per biografia, ha scelto di diventarlo per studio, per lettura profonda della città e delle sue stratificazioni. Roma non come sfondo ma come testo. Un testo complesso, scritto anche con il sangue dei martiri, come ha ricordato al Te Deum di San Silvestro.
Il messaggio tra le righe

Il messaggio è netto: Roma non è centrale per le sue glorie passate ma per la responsabilità che le deriva dall’essere stata luogo di testimonianza estrema. Da qui discende un compito: essere all’altezza dei più piccoli, dei fragili, degli ultimi. Non una capitale che brilla ma una capitale che protegge.
In questo senso il Giubileo è stato, per Leone XIV, un grande segno. Non perché tutto sia andato bene ma perché per un anno intero si è parlato di speranza in un mondo che sembra averne smarrito il vocabolario. E la speranza, ha ricordato il Papa, non è evasione: è progetto.
La Porta Santa si è chiusa ma il lavoro comincia adesso. Roma è chiamata a dimostrare che quell’anno non è stato una parentesi emotiva. Che la pace evocata non resti una parola liturgica. Che l’accoglienza non sia un esercizio retorico. Leone XIV forse non conosce ancora ogni quartiere oltre il GRA, ogni parrocchia, ogni contraddizione quotidiana dell’Urbe. Ma conosce bene la direzione. E ha scelto di affidarla alla memoria collettiva come un impegno non come un augurio.
Il faro bianco nell’umanità smarrita.
PASQUALE CIACCIARELLI

Quando piove così, senza tregua, il territorio mostra la sua verità. Frane, smottamenti, allagamenti, scuole chiuse in diversi Comuni del Lazio. Un bollettino che, in altre stagioni, sarebbe diventato cronaca di emergenza fuori controllo. Stavolta no.
Nel Lazio fradicio di pioggia, ieri la situazione è stata governata. Non perché il maltempo sia stato gentile ma perché qualcuno ha fatto il proprio dovere prima e durante. I Consorzi di Bonifica hanno svolto la loro missione naturale: canali puliti, pompe in funzione, livelli monitorati. Lavoro silenzioso, strutturale, spesso invisibile. Se l’acqua non ha fatto i disastri visti in passato è anche per questo.
Ma poi c’è la Protezione Civile. E lì il discorso cambia tono. Perché la Protezione Civile non è solo un sistema: è una scelta. È volontariato puro. È gente che, mentre fuori diluvia, non resta all’asciutto sul divano, ma infila gli stivali e va dove c’è bisogno. Sono quelli che presidiano strade a rischio, che controllano movimenti di terra, che segnalano criticità, che aiutano sindaci e tecnici a decidere in tempo reale. Lo fanno senza riflettori, senza titoli, senza tornaconto. E soprattutto senza chiedersi se “tocca a loro”.
Con gli anfibi sul terreno bagnato

In ore come queste si capisce la differenza tra chi gestisce un’emergenza sulla carta e chi la vive sul campo. La Protezione Civile, nella lettura che ne ha dato l’assessore regionale Pasquale Ciacciarelli è questo: presenza fisica, continuità, responsabilità condivisa. Una missione nel senso più pieno del termine.
Le scuole chiuse sono un disagio, certo. Ma sono anche il segno di una prevenzione che funziona: meglio fermarsi un giorno che contare danni per anni. La sicurezza non fa notizia quando funziona. Ma funziona perché qualcuno lavora mentre gli altri dormono. E spesso abbiamo dormito in un Paese abituato a ricordarsi delle emergenze solo dopo le tragedie.
Il Lazio questa volta racconta una storia diversa. Di coordinamento, di preparazione, di persone che scelgono di stare sotto la pioggia per proteggere chi è al caldo. E forse il vero antidoto al maltempo, oggi, non sono solo gli argini o le pompe. Sono loro. I volontari. La Protezione Civile. Gli uomini e le donne dell’assessore Pasquale Ciacciarelli che, senza clamore, tengono in piedi il territorio quando tutto sembra voler cedere.
Sul campo quando si rischia.
ALDO MATTIA

Nel biliardo, a volte, non serve la steccata potente. Serve il colpo giusto, quello che sfiora appena la palla e la manda in buca passando tra gli ostacoli senza urtarli. È quello che sta facendo Aldo Mattia, uno che l’agricoltura la studia sui dossier ma l’ha prima attraversata per una vita intera.
Da ex presidente regionale di Coldiretti e oggi braccio destro del ministro dell’Agricoltura, Mattia ha sempre insistito su interventi piccoli, mirati, apparentemente marginali. Ma capaci di cambiare la traiettoria. Non grandi proclami, bensì aggiustamenti intelligenti: semplificazioni, presidio dei mercati, tutela delle filiere, diplomazia economica concreta. I numeri di queste ore iniziano a dargli ragione.
I numeri dell’agrifood raccontano che quella strategia ha funzionato. In un mondo attraversato da guerre, dazi e incertezze monetarie, l’export italiano non rallenta. Anzi accelera. Settantatré miliardi di vendite all’estero nel 2025, un +5 per cento che non è frutto del caso ma di una costruzione paziente. Vino, pasta, trasformati, lattiero-caseario, ortofrutta: non mode passeggere ma eccellenze strutturate.
Sulle tavole del mondo

Mercati solidi in Europa, recupero negli Stati Uniti nonostante i dazi, capacità di stare in piedi anche quando il vento gira. È qui che si vede la differenza tra chi subisce gli shock e chi li governa. Mattia ha sempre sostenuto che l’export non si improvvisa: si accompagna. Con istituzioni che lavorano insieme, con ambasciate operative, con agenzie che aprono porte invece di limitarsi a fare convegni. Non a caso Coldiretti e Farnesina vengono citate come fattori chiave di questo successo.
Il sorpasso sul Giappone e il quarto posto mondiale dell’Italia nelle esportazioni non sono solo una medaglia simbolica. Sono la prova che un modello basato sulla diversificazione, sulla qualità e sulla presenza capillare funziona più delle scorciatoie.
Aldo Mattia è quasi controcorrente: vince chi conosce il gioco, non chi urla più forte. E i risultati dell’agrifood italiano, oggi, parlano chiaro.
Sovrani alimentari.
FLOP
ROBERTO DI PIAZZA

C’è una linea sottile ma netta che separa l’ironia dalla caduta di stile. Il sindaco di Trieste Roberto Dipiazza nelle ore scorse l’ha attraversata di corsa: con un post che non è né satira né goliardia ma semplice e imbarazzante dileggio. Un fotomontaggio con il volto di Elly Schlein appiccicato a una Befana, pubblicato il giorno dell’Epifania con un «Tanti auguri» di accompagnamento. Tutto qui. Nessuna battuta intelligente, nessun contesto, nessuna idea. Solo un’immagine offensiva affidata alla viralità dei social. Ed è proprio questo il problema.
Perché non è un meme qualunque condiviso da un profilo anonimo. È il post di un sindaco, cioè di chi rappresenta una città che ha storia, cultura, complessità. Trieste non è un bar sport digitale, e il suo primo cittadino non è un influencer in cerca di like.
Quando la politica scivola sul body shaming, smette di essere politica. Diventa bullismo istituzionale. E il fatto che il bersaglio sia una donna, per giunta leader di un Partito, rende il gesto ancora più greve. Non è una questione di destra o sinistra: è una questione di ruolo e di responsabilità.
Il silenzio più delle parole

Il silenzio successivo pesa quasi quanto il post. Nessuna spiegazione, nessuna scusa, nessun ripensamento. E dalla maggioranza nazionale, per ora, solo imbarazzo muto. Come se bastasse far finta di niente perché la figuraccia evapori. Non evapora. Resta. Resta l’idea di una politica che abbassa il livello del confronto fino a ridurlo a scherno da tastiera. Resta l’immagine di una carica pubblica che confonde la libertà di espressione con la licenza di insultare.
La satira è una cosa seria: colpisce il potere, non il corpo. L’ironia è intelligenza, non scorciatoia volgare. Qui non c’è né l’una né l’altra. C’è solo un post sbagliato, nel giorno sbagliato, fatto dalla persona sbagliata.
La politica italiana è già di suo in affanno di credibilità: non aveva bisogno di una Befana travestita da sindaco.
Fuori luogo.
ENZO SALERA

Mancava solo il referto ufficiale. Gli impianti sportivi di Cassino erano malati da tempo, tenuti in piedi più per abitudine che per salute. La Commissione di vigilanza ha solo certificato ciò che si sapeva: non una sorpresa, ma una resa dei conti. La chiusura dello stadio Salveti, del palazzetto dello sport, dei campi di tennis, delle tribune e degli impianti periferici non è un fulmine a ciel sereno. È l’epilogo di una lunga agonia amministrativa, fatta di deroghe, rattoppi, interventi tampone e rinvii strategici. Un risultato nel quale l’amministrazione del sindaco Enzo Salera non ha una responsabilità esclusiva: ma in quota parte di questi ultimi decenni. Con un’attenuante: la burocrazia, come sempre, ha i suoi tempi. E quando arriva, non fa sconti.
Fa impressione pensare che quello stesso stadio, costruito negli anni Sessanta come fiore all’occhiello, abbia ospitato la pista rossa calcata da Pietro Mennea. Oggi quella pista è una metafora: sbiadita, crepata, figlia del tempo che passa e della manutenzione che non arriva. Negli ultimi anni si è provato a resistere: ingressi contingentati, lavori minimi, finanziamenti dirottati dalla crescita alla sopravvivenza. Poi il crollo della tribuna ospiti, le nuove norme, i sedili non ignifughi. E infine la sentenza: porte chiuse. Letteralmente.
Il paradosso

Il paradosso è che mentre si discute di chi deve comprare mille sedili, intere generazioni di ragazzi sono costrette a emigrare per allenarsi. La Virtus Cassino gioca a Cervaro. Lo sport cittadino sopravvive per trasloco, non per progetto. I mutui arrivano, i rendering circolano, i project financing tornano ciclicamente come promesse di primavera. Ma intanto gli impianti restano chiusi. E lo sport, che dovrebbe essere presidio sociale prima ancora che agonistico, viene sospeso in attesa di tempi migliori.
Cassino non paga solo l’età delle strutture. Paga l’assenza di una visione continua, quella che distingue la manutenzione programmata dall’intervento d’emergenza. Paga il rinvio sistematico delle scelte scomode. Rinviate perché fino al momento della chiusura nessuno ha detto all’amministrazione che la situazione era sull’orlo del baratro. Imponendo così la necessità di fare una scelta politica: intervenire subito o rischiare la chiusura. Che poi è arrivata. Sia chiaro la Commissione ha fatto il suo mestiere. Farlo mettendo in guardia talvolta evita problemi come quello che oggi Cassino si trova a dover affrontare.
Uno stadio chiuso non è solo cemento inagibile: è una città che spegne le luci dove dovrebbe accenderle. E a forza di giocare a porte chiuse, il rischio vero è restare fuori partita.
Cartellino giallo.



