I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 8 aprile 2026
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 4 aprile 2026.
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MAURIZIO CROSETTO

“Non bisogna essere coraggiosi per dire no agli Stati Uniti“: il governo è un “semaforo” che fa rispettare gli accordi. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, in un’informativa urgente alla Camera, difende la linea del governo sull’utilizzo delle basi militari alle forze americane, a pochi giorni dal ‘caso’ Sigonella, quando l’esecutivo ha detto no all’atterraggio di un bombardiere Usa diretto in Medio Oriente. L’opposizione lo attacca. La maggioranza applaude. I banchi della Lega e di Forza Italia sono quasi deserti. E Crosetto lascia l’Aula scuotendo la testa: «sono molto dispiaciuto del livello trovato».
Ha ragione. Ma non del tutto per i motivi che pensa.
Il ministro ha detto una cosa semplice e vera: l’Italia applica gli accordi sulle basi militari americane da oltre 75 anni, con continuità assoluta, a prescindere dal colore del governo. Nessuno ha mai detto no agli americani per coraggio ideologico. Si dice no — o sì — perché gli accordi lo prevedono. Il governo è un semaforo, come lui stesso ha rivendicato. Non serve coraggio per far rispettare un contratto: serve solo un funzionario che sappia leggere.
Torti e ragioni

Fin qui, tutto condivisibile. Il problema è che questa verità elementare è stata sepolta sotto una montagna di polemiche che dicono molto sullo stato della politica italiana e poco sulla questione reale. L’opposizione accusa Crosetto di aver perso un’occasione. Crosetto accusa l’opposizione di non essere all’altezza. Entrambi hanno torto e ragione insieme, il che è la definizione perfetta di una discussione parlamentare italiana.
La domanda che nessuno ha fatto — quella che avrebbe reso l’informativa davvero utile — è un’altra. Non «perché avete detto no al bombardiere», ma «qual è la strategia dell’Italia in un momento in cui il mondo si sta militarizzando a velocità senza precedenti, in cui Trump ridisegna le alleanze atlantiche come un bambino che rimescola le carte e in cui la ricerca della bomba atomica, come ha detto lo stesso Crosetto, sembra tornata all’ordine del giorno?»
Su questo, l’informativa tace. L’appello all’unità nazionale — «dobbiamo difenderci di fronte alla follia che sembra aver preso il mondo» — è giusto nel principio e vuoto nella sostanza, se non è accompagnato da una visione. L’Italia ha basi americane sul proprio territorio, è membro della NATO, è alleata di Washington da tre quarti di secolo. Tutto questo comporta diritti e doveri che un semaforo non è in grado di gestire da solo.
Crosetto è tra i pochi membri di questo governo capaci di ragionare ad alta voce su temi difficili senza nascondersi dietro le formule. È un merito reale, raro. Ma ragionare ad alta voce non basta, se alla fine il ragionamento si ferma alla difesa del passato invece di indicare la direzione del futuro.
Il semaforo ha funzionato. La bussola, ancora, manca.
ZEPPIERI e CAPERNA

Basta poco. Talvolta è sufficiente spostarsi di qualche centimetro per realizzare una prospettiva del tutto diversa. Il sindaco di Veroli Germano Caperna ed il presidente dei Costruttori Edili aderenti ad ANCE Frosinone Arnaldo Zeppieri hanno messo la firma su qualcosa che, nella sostanza, dice una cosa semplice e ambiziosa insieme: il centro storico di Veroli non è un problema da gestire ma una risorsa da valorizzare. La rigenerazione urbana non come operazione estetica — un po’ di intonaco nuovo, qualche lampione artistico — ma come leva concreta di sviluppo economico, sostenibilità e qualità della vita.
Il tempismo non è casuale. Veroli è già sulla mappa dei centri storici ciociari che stanno attirando l’attenzione di investitori stranieri interessati a rilevare immobili di qualità. Un’attenzione che può diventare opportunità o può restare curiosità, a seconda di come il territorio si presenta: con una visione organizzata o con l’eterno dilettantismo dell’improvvisazione.
La cabina congiunta

La cabina di regia congiunta — tavolo tecnico, monitoraggio, caccia ai fondi regionali ed europei — è lo strumento. ANCE Giovani, rappresentata da Alessio Buccitti, porta quella variabile che troppo spesso manca nelle stanze dove si decidono le sorti dei centri storici: una generazione che non vuole solo conservare ma trasformare, integrando innovazione e identità.
Carta firmata, dunque. Ora viene la parte difficile: i cantieri.
Questione di prospettiva.
LUCA DI STEFANO

È al tempo stesso paradossale e pure intollerabile, se ci si pensa: Sora, città natale di Vittorio De Sica, uno degli uomini che più ha contribuito a costruire il mito del cinema italiano nel mondo, non abbia avuto per anni una sala cinematografica degna di questo nome. È come se Cremona non avesse un teatro lirico, o Fabriano non producesse carta. Una contraddizione che grida vendetta culturale.
L’approvazione del piano tecnico-economico per l’acquisizione del Supercinema da parte dell’amministrazione del sindaco Luca Di Stefano non è un atto burocratico. È la chiusura di una ferita. Il recupero di una coerenza che la città si doveva da tempo: con la propria storia, con la propria identità, con il lascito di De Sica e dello scenografo Antonio Valente. Figure che non hanno bisogno di presentazioni nei libri di cinema ma che a Sora rischiavano di restare nomi su una targa piuttosto che radici vive di una comunità.
La soluzione di Luca

Il percorso è stato lungo — primo contatto con la proprietà, indirizzo politico del Consiglio comunale, individuazione delle risorse, avviso pubblico per immobili alternativi — con la pazienza di chi sa che le cose fatte bene richiedono tempo. Oggi si entra nella fase operativa. Il che significa, tradotto: si smette di parlare del Supercinema e si comincia a lavorarci davvero.
Una città che investe in un luogo di cultura non sta spendendo soldi. Sta scommettendo su se stessa. Sora questa scommessa se la merita. E se la deve.
La frattura sanata.
FLOP
DONALD TRUMP

Alcune imprese richiedono secoli di diplomazia, trattative lunghe e complesse, trattati firmati a fatica su tavoli di marmo in palazzi internazionali. Donald Trump ha ottenuto lo stesso risultato in poche settimane e senza alcuna fatica: ha messo d’accordo tutti quelli che stanno contro di lui. Il Papa, i suoi ex sostenitori più fedeli, i suoi avversari storici, perfino le monarchie del Golfo che avrebbero dovuto essere i suoi alleati naturali. Un’impresa, oggettivamente, senza precedenti nella storia della diplomazia moderna.
Partiamo dall’inizio. Il presidente degli Stati Uniti pubblica un messaggio che dice «un’intera civiltà morirà stasera»riferendosi all’Iran. La Casa Bianca è costretta a smentire che stia considerando l’uso della bomba atomica. Nel giro di ore, Marjorie Taylor Greene — già paladina del trumpismo più puro, icona del movimento MAGA, reduce dallo scandalo Epstein — invoca il 25° emendamento della Costituzione per rimuovere il presidente. Tucker Carlson, altro ex idolo della destra americana, lancia l’allarme sul rischio nucleare. Anthony Scaramucci, che fu direttore della comunicazione della Casa Bianca per dieci memorabili giorni del primo mandato, chiede la rimozione immediata.
È il momento in cui la politica americana smette di essere commedia e rischia di diventare tragedia.
Tutti contro Donald

Ma Trump non si ferma agli avversari interni. Riesce nell’impresa, ancora più difficile, di farsi condannare da Papa Leone XIV. Il pontefice, all’uscita da Villa Barberini a Castel Gandolfo, definisce le parole del presidente «inaccettabili», ricorda che gli attacchi alle infrastrutture civili violano il diritto internazionale, e aggiunge che si tratta di una questione morale che riguarda il bene dell’intera umanità. Quando un Papa americano — primo della storia — condanna pubblicamente un presidente americano, significa che si è attraversata una soglia che nessuno avrebbe immaginato di varcare.
E poi ci sono le monarchie del Golfo. Quelle che Trump pensava di avere nel taschino, quelle che avrebbero dovuto essere il baluardo americano in Medio Oriente. Arabia Saudita, Qatar, Bahrain, Kuwait: stanno abbattendo missili iraniani che sconfinano nei loro territori, stanno integrando i loro sistemi di difesa aerea con una cooperazione che non aveva precedenti, stanno pagando il prezzo più alto di una crisi che non hanno cercato e che non possono fermare.
L’esperto di difesa del Middle East Council lo dice con chiarezza: il Consiglio di Cooperazione del Golfo sta facendo un salto in avanti verso uno scudo comune proprio perché la follia di questo conflitto lo rende indispensabile.
Non è l’alleanza con Washington che li unisce. È la paura di ciò che Washington sta facendo.
La lezione

C’è una lezione di storia in tutto questo, e non è una lezione nuova. I grandi conflitti non nascono dalla forza ma dalla debolezza mascherata da forza. Nascono quando chi ha il potere smette di avere la saggezza necessaria per gestirlo. Trump ha l’arsenale nucleare più potente del mondo e lo agita come una clava, dimenticando che la clava, una volta sollevata, non distingue tra nemici e alleati.
Papa Leone XIV ha chiesto ai cittadini di mobilitarsi. I dem e gli ex trumpiani chiedono la rimozione. Le monarchie del Golfo si blindano. Il leader dei democratici al Congresso cerca due voti repubblicani per fermare il presidente.
In ottant’anni di storia atlantica, non era mai successo che il mondo intero si ritrovasse a sperare che il Congresso americano facesse ciò che la Casa Bianca non vuole fare. Fermare una guerra prima che cominci. O almeno, fermare chi sembra non rendersi conto che alcune guerre, una volta cominciate, non finiscono.
Hiroshima è del 1945. Ottantun anni fa. Evidentemente, non abbastanza lontana.
Il miracolo di Donald: contro di lui.



