I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 9 luglio 2025
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 9 luglio 2025.
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MATTEO PIANTEDOSI

Dunque, Matteo Piantedosi sarebbe un pasticcione, un arruffone, un ingenuo ministro italiano che si presenta a Bengasi senza preparare bene i documenti, dimentico dei protocolli e della geografia diplomatica libica. Così almeno vorrebbero farlo passare dall’altra parte del Mediterraneo. Ma dietro lo scivolone del Team Europe sul suolo libico – accolto con porte chiuse e invito a tornarsene indietro senza passare dal via – c’è una storia diversa. Più lunga. Più complessa. Più politica.
La foto che non doveva essere scattata
La scena, se non fosse diplomazia, sarebbe degna di una commedia. Il ministro Piantedosi e la delegazione europea, freschi di incontro a Tripoli, atterrano a Bengasi per la seconda tappa del loro viaggio dedicato – ironia della sorte – al coordinamento in materia di immigrazione. Ad attenderli: non Haftar, ma un no secco, condito da un ultimatum.
Tutto ruota attorno a una foto. Le autorità di Bengasi – non riconosciute ufficialmente – pretendono di immortalare l’incontro per trarne legittimazione politica. I commissari europei, comprensibilmente, rifiutano. Nessuno a Bruxelles vuole finire stampato su giornali e web mentre stringe la mano a un ministro di un Governo che l’Europa non riconosce. Fine della visita. Tutti rispediti al mittente.
Il dito e la luna (francese)

Ma a guardare bene, il dito non è Piantedosi. È la luna libica. O, se preferite, il riflesso che i francesi proiettano su di essa. Perché in ambienti diplomatici, si mormora che quella che è stata presentata come una “incomprensione protocollare” altro non sia che un trappolone, finemente architettato. E i sospetti – guarda caso – puntano su Parigi.
Non è la prima volta. La Francia ha una lunga tradizione di gioco su due tavoli in Nord Africa, e la Libia non fa eccezione. Piantedosi paga lo scotto di una manovra più ampia, una partita di scacchi dove ogni pedina europea che si muove senza l’imprimatur di certi ambienti parigini rischia di finire nel sacco.

Che cosa volevano davvero gli uomini di Haftar? Una cosa sola: visibilità internazionale. La stessa che hanno inseguito per anni e che ieri speravano di incassare grazie alla delegazione europea. Ma la posta in gioco era più alta di qualche scatto fotografico. Era la possibilità, per la Cirenaica, di tornare al centro delle relazioni europee. E magari, come già trapelato, di strappare un trattato con Bruxelles simile a quello con la Turchia. Quando questa legittimazione è venuta meno, il governo di Bengasi ha reagito come sa fare: con un atto di forza. Formalmente una nota protocollare. Sostanzialmente, una sberla politica.
Gli effetti collaterali: migranti, traffici e l’asse Tobruk-Roma
Ora il quadro si complica. Bengasi aveva promesso di aiutare l’Italia a controllare le partenze dei barconi. Ma a differenza della Tripolitania, da dove partono gommoni improvvisati, l’est della Libia muove pescherecci con a bordo centinaia di migranti, ben organizzati, ben protetti e – spesso – ben paganti.

In quel traffico, secondo osservatori, sarebbero coinvolti anche gli uomini di Haftar. Non a caso, il figlio Saddam (no, è solo un omonimo) era stato a Roma solo poche settimane fa. Incontrando il ministro della Difesa Guido Crosetto e lo stesso Piantedosi. E da lì è partito un progetto per rafforzare il controllo ai confini con Sudan ed Egitto. Tutto sospeso. Per ora.
In questo contesto, Piantedosi è stato semplicemente il volto esposto di una strategia. A Roma, come a Bruxelles, si cerca di mantenere il sangue freddo. Ma il danno è fatto. La Libia dell’est ha chiuso la porta in faccia all’Europa. E non sarà semplice riaprirla.
Non è un maldestro
Il ministro italiano, lungi dall’essere il maldestro che certi vogliono dipingere, ha avuto l’ardire di portare l’Europa in un territorio complicato. La missione è fallita, sì. Ma il tentativo – e il coraggio politico che lo ha motivato – merita di essere capito, non ridicolizzato.
Dopotutto, in politica estera vale ciò che diceva Metternich: la diplomazia è l’arte del possibile. E a Bengasi, ieri, l’unica cosa possibile era andarsene. Ma stavolta, la colpa non era tutta italiana. Anzi.
Trappolone libico.
PAOLO FALLONE

Certe volte, la rivoluzione inizia tra i sacchetti dei rifiuti: differenziati con cuira dai cittadini, prelevati con ordine dagli addetti comunali che fanno bene il proprio lavoro con, alle spalle, un’amministrazione che non si arrende all’alibi del “si è sempre fatto così”. È in questo modo che San Giovanni Incarico ha scritto una pagina in più nel libro della sua storica: per la prima volta entra nell’elenco dei Comuni Ricicloni d’Italia. E non per caso: grazie ad un brillante 78,8% di raccolta differenziata che lo posiziona tra le realtà più virtuose del Paese.
Merito di chi? Della comunità, innanzitutto, come ha sottolineato il sindaco Paolo Fallone, ma anche di un’impostazione amministrativa che ha puntato dritto sull’efficienza e sulla sostenibilità. Un progetto chiaro, portato avanti con coerenza: ridurre i rifiuti, migliorare i servizi, premiare i comportamenti virtuosi. Risultato? Meno spazzatura, più decoro, meno Tari. Non è fantascienza: nel 2024 la tassa è stata abbassata, nel 2025 mantenuta nonostante i rincari. E per il 2026 si ragiona addirittura su una tariffa puntuale che premierà i cittadini più attenti: tanto butti e tanto paghi.
Gioco di squadra

Fallone non è un sindaco da proclami, ma uno che fa. Ha ringraziato tutti, dalla ditta Trani agli operatori, dagli uffici comunali alla decisiva ingegnera Elisa Guerriero, vera colonna tecnica del sistema. Ha ricordato che dietro il risultato c’è un lavoro quotidiano, un controllo rigoroso, una visione di lungo periodo.
Le parole “ambiente” e “sostenibilità” rischiano di essere inflazionate, San Giovanni Incarico dimostra che si può fare sul serio, anche senza budget milionari o riflettori accesi. Basta leadership, metodo e quella cosa sempre più rara: il coraggio di cambiare passo.
Basta crederci.
FLOP
ELLY SCHLEIN

La chiamano ancora Festa dell’Unità. Ma a Firenze, città simbolo della sinistra italiana, rischia di andare in scena il suo contrario: una sagra della disunità, cucinata con tutti gli ingredienti dell’incertezza, delle faide intestine e di un’ambiguità strategica che – se non risolta in fretta – può costare carissimo al Partito Democratico.
Il nodo è uno, ma tira il filo di molti altri: la mancata decisione sulla ricandidatura di Eugenio Giani alla guida della Regione Toscana. Un’incertezza che, a 94 giorni dalle urne, non solo frustra i comitati locali e paralizza i militanti, ma delegittima di fatto qualsiasi candidato, Giani incluso, consegnandolo ai suoi oppositori interni con un biglietto da visita già sgualcito.
Come se non bastasse, questa paralisi rischia di riflettersi su quello che doveva essere l’appuntamento politico e identitario dell’anno per il Pd: la Festa nazionale dell’Unità. A poco più di sette settimane dal via, la macchina organizzativa è in panne. Niente volontari, sede incerta, entusiasmo evaporato. Altro che piazze piene: nelle chat dei militanti c’è già chi suggerisce di “saltare il turno” e scegliere un’altra regione. Per evitare che la passerella di settembre si trasformi in un tragicomico regolamento di conti.
Una paralisi chiamata strategia

A voler essere indulgenti, si può dire che Schlein gioca una partita più ampia, cercando di tenere unito un campo largo sempre più stretto. Per accontentare Cinque Stelle e AVS, si evita di “bruciare” Giani. Ma la verità è che questa ambiguità paralizza, e se non si scioglie ora, esploderà in campagna elettorale, tra liste spaccate, correnti in guerra e accuse reciproche di tradimento.
Firenze, per la sinistra, è sempre stata una terra promessa: basti pensare al milione di persone accorse nel 1975 per ascoltare Berlinguer. Ora rischia di diventare la scena del crimine di un Pd in ritardo su tutto: dai candidati alle alleanze, dalla comunicazione alla visione. E con un’agenda elettorale compressa, lo scivolone può diventare frana.
Il rischio di una disfatta annunciata

Il paradosso è evidente: una candidatura forte come quella di Giani, che nei sondaggi appare in netto vantaggio, viene zavorrata proprio da chi dovrebbe portarla al traguardo. E mentre si aspetta di decidere in Campania o in Puglia, la Toscana rischia di bruciare per autocombustione.
Intanto, lo spettro della diserzione si aggira tra gli stand della Festa dell’Unità: mancano volontari, mancano garanzie, manca un’idea chiara su chi guida e dove si vuole andare.
Se davvero il Pd pensa che il tempo giochi a suo favore, dovrebbe ricordare che le elezioni si vincono con le persone, non con le pause tattiche. E che in politica – come nella vita – i vuoti si riempiono in fretta. Di critiche, di veleni, di alternative.
Se Firenze dovesse diventare la vetrina delle divisioni, allora sì, il Pd rischia di consegnare alla destra una delle sue roccaforti storiche. Non per forza di cose, ma per debolezza di carattere. E sarebbe la beffa più grande: una festa dell’Unità, senza unità.
Il Pd inciampa sul rebus toscano.
L’IMBRATTATORE DI ARPINO

Forse era solo un buontempone con troppa voglia di scrivere. Forse un nostalgico con il culto del pennarello indelebile. Di certo, ad Arpino, è successo qualcosa che neppure l’immaginazione di un artista come Vittorio Sgarbi – che lì è sindaco – avrebbe potuto partorire. Nella patria del console Caio Mario, figura epica della romanità guerriera, qualcuno ha pensato bene di… completare l’epigrafe mancante.
E così, sul basamento della statua bronzea che troneggia nella piazza centrale – tra il liceo Tulliano e il municipio – sono riapparse, vergate con cura calligrafica degna di un tema di quinta elementare, le parole:
“Benito Mussolini, Dvce”.
Sì, proprio così, “Dvce” con la “v” maiuscola. Perché i nostalgici moderni – mancheranno di senso storico – ma hanno imparato ad imitarlo.
La storia riscritta a colpi di marker

C’era stato un tempo, dopo la caduta del fascismo, in cui quelle due righe erano state cassate, una sorta di Damnatio memoriae: la totale e deliberata cancellazione di uno specifico individuo dalle fonti storiche, cancellandone finanche il nome dalle lapidi come quella di Arpino. Quelle due righe erano state lasciate vuote sotto l’omaggio a Caio Mario proprio come segno di cancellazione di ogni riferimento al regime.
Ora qualcuno ha deciso che la damnatio memoriae doveva finire: non con un saggio, non con un dibattito, ma con un intervento d’arte urbana degno di un sottopasso ferroviario.
L’intento, si capisce, era quello di “ripristinare” la storia. Ma il risultato ha qualcosa di profondamente grottesco: un console della Repubblica romana che diventa testimonial di un’ideologia del Novecento, come se Giulio Cesare potesse promuovere l’Eur su Instagram.
La memoria non si corregge a penna

Ora indagano i carabinieri. Per vandalismo, certo, ma anche per capire se dietro c’è solo goliardia da bar, oppure la mano di chi crede davvero che la storia si corregga con una pennellata. Magari uno che guarda ancora i cinegiornali Luce come fossero breaking news.
Ma la domanda vera è: che ne pensa Sgarbi? Da sindaco, da ex sottosegretario alla Cultura, da polemista di razza? Lì, nel salotto buono di Arpino, uno sgarbo del genere rischia di passare per installazione artistica.
La memoria storica è una cosa seria. Non si riscrive con un colpo di ego, non si restaura con un pennarello. E soprattutto, non si gioca con i simboli del passato come se fossero figurine da rimettere nell’album della nostalgia.
Pennello e nostalgia.


