Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 9 settembre 2026.
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Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di mercoledì 9 settembre 2026.
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TOP
ROCCA – ANGELILLI

Bruxelles, un tavolo lungo, dodici Regioni sedute intorno. Il Lazio fino a pochi anni fa nemmeno ci stava lì al Tavolo Europeo dell’Automotive. Guardava da fuori, come chi non viene invitato alla festa e si deve accontentare di guardare dal giardino attraverso i vetri, come chi arriva tardi a una riunione e resta in piedi vicino alla porta. Oggi il Lazio parla e lo fa da capofila.
Roberta Angelilli, vicepresidente della Regione con delega alle Attività produttive, arriva con un documento sotto il braccio. Non una lettera di cortesia: un dossier dettagliato con la descrizione delle conseguenze provocate sui territori dal Green Deal, il piano per rendere verde l’Europa preteso dalla forze ambientaliste per dare il loro appoggio ai governi Von der Leyen.
Il Lazio lo ha messo a punto insieme ad Abruzzo, Basilicata, Campania, Emilia – Romagna, Lombardia, Molise, Piemonte, Puglia, Toscana, Umbria, Veneto. Dodici firme, colori politici diversi, un’unica richiesta: fermarsi a pensare prima di continuare a correre lungo la strada tracciata da quel piano che sta mettendo in ginocchio l’Automotive europeo. A nome di tutti, Roberta Angelilli su delega diretta del governatore Francesco Rocca lo ha consegnato a Roberta Metsola ed a Raffaele Fitto.
La diagnosi giusta, la cura sbagliata

La mattina, in sala, un funzionario della Commissione minimizza: le auto cinesi, dice, non costano poi così poco, la Cina ha solo il 6% del mercato elettrico. Angelilli non alza la voce. Ribatte con un nome solo: Mario Draghi. È stato lui a parlare di invasione. Un colpo secco, senza bisogno di aggiungere altro.
Il punto vero è tutto in una frase che Angelilli ripete come un mantra: la transizione ecologica è necessaria, ma così com’è rischia la desertificazione industriale. Non è un no al Green Deal. È un avvertimento a chi lo applica senza guardare il paziente che deve curare: rischia di ucciderlo con quella cura troppo potente e concentrata. L’Automotive è l’8% del Pil europeo, migliaia di posti di lavoro appesi a scadenze fissate nel 2021, quando la Cina non correva ancora così veloce.
Il dossier consegnato dalla Regione Lazio chiede fondi neutri sulla tecnologia, aiuti di Stato flessibili, proroghe sulle emissioni. Cose tecniche, certo. Ma dietro ogni riga c’è Cassino, c’è lo stabilimento Stellantis, c’è un pezzo di Ciociaria che da anni aspetta di sapere se avrà un futuro. Per una volta, quel futuro qualcuno lo sta discutendo a nome del Lazio, non sta rimanendo fuori a guardare da dietro i vetri.
Al tavolo dei grandi.
GIUSEPPE RANIERI

Ognuno ha il suo taglio, ognuno ha il suo stile. Il ruolo di Prefetto si può interpretare in tantissimi modi. Si può scegliere di presiedere, firmare, andare ai ricevimenti, tagliare i nastri, visitare i Comuni, stringere le mani: anche quello è un modo per rappresentare il Governo. Molto più comodo di quello scelto da Giuseppe Ranieri, titolare della sede di Frosinone: sollevare i coperchi, sporcarsi le mani, affrontare alla radice la natura dei problemi.
Un metodo che significa farlo, lo Stato, entrando in una stanza dove i numeri non quadrano da anni e nessuno ha interesse a occuparsene fino in fondo. Una ulteriore dimostrazione, il prefetto di Frosinone l’ha data nelle ore scorse incontrando i sindacati della Polizia Penitenziaria dopo l’allarme lanciato dalla Camera Penale di Frosinone con l’iniziativa “Ristretti di agosto“.
I numeri che nessuno vuole leggere

Quasi mille detenuti nella provincia. Per gli amanti della precisione: 921 in totale, 689 a Frosinone, 158 a Cassino, 65 a Paliano, più 50 nelle Rems di Pontecorvo e Ceccano. Contro questi numeri, un organico che manca all’appello di circa 60 unità: 37 agenti a Frosinone, 18 a Cassino, 5 a Paliano. Non sono cifre astratte: sono turni raddoppiati, tensioni quotidiane, un sistema che regge sull’abnegazione di chi ci lavora dentro, non sulla programmazione di chi dovrebbe organizzarlo da fuori.
La differenza, in queste vicende, sta sempre nel dopo. Ranieri non si è fermato all’ascolto: ha annunciato un tavolo tecnico con l’Asl, la direzione del carcere e i sindacati, per valutare spazi di ricovero interni agli istituti, e un confronto con l’Amministrazione penitenziaria per l’arrivo dei nuovi agenti. Il garante regionale Stefano Anastasìa aggiunge il tassello che completa il quadro: mancano gli specialisti, le visite mediche restano un’odissea logistica che grava su un sistema già al limite.
Sporcarsi le mani, in questi casi, non basta a risolvere un problema strutturale che riguarda l’intero sistema penitenziario italiano. Ma è la premessa senza la quale nessuna soluzione locale può nemmeno cominciare. Ora al tavolo tecnico annunciato dovranno seguire atti concreti: altrimenti anche questa, come troppe altre volte, resterà la cronaca di un’intenzione. Tornando al primo metodo.
Fare lo Stato, non solo rappresentarlo.
FLOP
I PROGRESSISTI d’EUROPA

Un partito che affonda le proprie radici nella nostalgia di un passato che l’Europa ha giurato di non ripetere, prende il 43,8% dei voti, con un’affluenza record all’80%. Non è un incidente statistico: è la seconda vittoria consecutiva dell’estrema destra in un Land tedesco, dopo una campagna in cui nessuno ha nascosto cosa fosse AfD. Gli elettori lo sapevano e hanno scelto lo stesso.
La reazione più comoda, a sinistra, è quella di gridare al ritorno del nazismo. Comoda perché vera e per questo inutile: dire ciò che tutti già sanno non sposta un voto. La domanda scomoda è un’altra: perché un programma incostituzionale, xenofobo, apertamente nostalgico, viene percepito da milioni di elettori come l’unica risposta ai loro bisogni quotidiani scanditi da bollette, salari, sicurezza, futuro dei figli?
La risposta non sta nella psicologia collettiva della Sassonia. Sta nel vuoto lasciato da chi avrebbe dovuto occupare quello spazio con proposte e ha preferito occuparlo con l’indignazione.
Il campo largo, o il campo vuoto

In Italia lo schema si ripete identico, solo con toni meno drammatici. Il Campo Largo denuncia, si scandalizza, evoca gli anni Trenta: e poi, alla domanda su cosa farebbe diversamente su lavoro, casa, sanità, resta silenzioso o litiga al proprio interno. Non basta dire cosa si è contro: bisogna dire, con la stessa chiarezza degli avversari, cosa si è per.
Dove qualcuno ha osato, i risultati parlano da soli. Mamdani a New York ha vinto contro un establishment ostile parlando di affitti, trasporti, spesa quotidiana, non di antifascismo generico. In Europa non mancano esempi analoghi di sinistre che hanno smesso di limitarsi a denunciare, tornando a costruire.
Il paradosso è che la destra radicale non vince perché convince tutti della bontà delle sue idee: vince perché resta, spesso, l’unica voce che si prende la briga di formulare una promessa concreta. Finché la sinistra si accontenterà di avere ragione sulla storia, continuerà a perdere sul presente.
Il vuoto che urla più forte del nemico.
GIOVANNI MALAGO’

Un dettaglio che rischia di far saltare tutto: Giovanni Malagò, il 22 giugno, viene eletto presidente della Figc senza essere tesserato con la Federazione che è chiamato a guidare. Un tecnicismo, si sarebbe detto fino a ieri. Oggi, dopo il pronunciamento del procuratore generale del Coni Ugo Taucer, quel tecnicismo rischia di trasformarsi nella crepa che fa crollare l’intero edificio.
Tutto nasce dall’esposto dell’avvocato Renato Miele, escluso a sua volta dalla corsa elettorale, che solleva il problema del tesseramento mancante. Il pm del pallone Giuseppe Chinè chiede l’archiviazione, con una lettura permissiva dello Statuto: le norme vieterebbero solo le pendenze, non l’assenza di tesseramento. Taucer respinge quella lettura e scrive nero su bianco che, per i principi del Coni, il tesseramento è condizione imprescindibile per candidarsi. Malagò, dunque, non avrebbe potuto correre.
Il paradosso della non colpa

Ed è qui il cortocircuito più interessante: Taucer chiarisce che la responsabilità non è di Malagò, che non ha commesso alcun illecito personale. È del segretario generale Marco Brunelli, l’unico soggetto tenuto per statuto a certificare le candidature. Un presidente eletto regolarmente secondo le procedure formali ma la cui elezione poggia su un controllo che, a quanto pare, non è stato fatto come si doveva.
Ora la palla passa alla Giunta Coni, presieduta da Luciano Buonfiglio, che martedì dovrà decidere se l’errore del segretario configuri una violazione grave. Da quella valutazione dipende non solo la legittimità formale dell’elezione di Malagò, ma il funzionamento stesso della Federcalcio, con il commissariamento sullo sfondo. Un epilogo che, se si realizzasse, trasformerebbe un dettaglio burocratico in una crisi istituzionale dello sport italiano.
Il tesserino che manca.



