I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 12 luglio 2025
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 12 luglio 2025.
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FABIO PANETTA

Il dibattito economico internazionale è dominato da profezie fosche e scenari da film post-apocalittico. Una narrazione alla quale non si associa la voce di Fabio Panetta, il governatore di Bankitalia figlio dell’indimenticato Paolino Panetta, storico sindaco di Pescosolido una prima volta per diciotto anni (dal 1964 fino al marzo del 1982) ed una seconda volta per otto anni (dal giugno 1985 fino al 1993). Nei tre anni senza fascia tricolore, papà Paolino è stato Capo Gabinetto del Ministro per le Politiche Comunitarie prima e dei Rapporti con il Parlamento. Come il padre, non si omologa alla narrazione comune. Ed in queste ore fa un’altra scelta. Parla di opportunità. Anzi, le indica con chiarezza.
Mentre il mondo osserva con crescente inquietudine il nervosismo dei mercati statunitensi, l’instabilità della leadership economica a stelle e strisce e la minaccia di nuovi dazi, il governatore di Bankitalia mette in campo una visione: l’Europa può e deve diventare il nuovo polo di attrazione per gli investitori globali. È una possibilità concreta che — dice Panetta — dipende solo da noi.
Nella confusione di pesca meglio

“L’incertezza sul ruolo degli Stati Uniti nell’economia mondiale apre nuove opportunità per l’Europa”, ha dichiarato, con un tempismo che fa riflettere. Il messaggio non è nuovo, ma oggi suona più urgente. Già nelle sue Considerazioni finali del maggio 2024, Panetta aveva acceso i riflettori sul “grande incompiuto” dell’Unione: un mercato unico ancora frammentato, senza una vera Unione dei mercati dei capitali, e privo di un titolo comune sicuro, quell’asset finanziario europeo che potrebbe catalizzare investimenti su larga scala.
Ora ci torna con forza: servono politiche comuni su innovazione, produttività e crescita. E sì, serve quella garanzia comune sui depositi che da anni resta sospesa come una promessa mai mantenuta. Ma non per molto, se l’Europa vorrà cogliere il momento.
I numeri parlano: secondo stime della Banca d’Italia, un titolo europeo privo di rischio — ovvero un vero “safe asset” continentale — ridurrebbe di mezzo punto il costo del finanziamento per le imprese. Tradotto: 150 miliardi di euro in investimenti aggiuntivi ogni anno. Un volano potente per l’economia reale, non una semplice leva contabile.
Le parole all’assemblea Abi

Nel suo intervento all’Assemblea dell’Abi, tenutasi eccezionalmente a Milano, Panetta ha insistito: bisogna rafforzare l’architettura finanziaria europea. Superare la frammentazione, completare l’Unione dei mercati dei capitali, rendere l’Europa una scelta strategica per chi cerca un’alternativa al dollaro.
Il tutto mentre negli USA si aprono nuove tensioni commerciali — innescate dagli annunci sui dazi del 2 aprile — e cresce l’inquietudine tra gli investitori. L’Europa non può più permettersi il lusso dell’attesa.
Ma non è tutto finanza ad alta quota. Panetta guarda anche a terra, alle banche e alle persone. Alla trasformazione digitale che ha aperto le porte a una nuova clientela, soprattutto giovane. Ma che rischia di lasciare indietro le PMI, orfane delle filiali sul territorio. All’intelligenza artificiale come spartiacque competitivo. E a un sistema del credito che deve tornare a fare il suo mestiere: finanziare famiglie e imprese, come ha pungolato anche il ministro Giorgetti.
E in mezzo a tutto questo, Fabio Panetta continua a lanciare un messaggio controcorrente: non siamo in balìa della tempesta. Siamo davanti a un bivio. Possiamo continuare a inseguire gli scossoni d’Oltreoceano oppure cogliere il momento per diventare protagonisti. La palla è nel campo europeo. E il cronometro ha già iniziato a scorrere.
L’anti-catastrofista che vede l’Europa in prima fila.
RICCI E RENNA

Il futuro è oggi: lo avevano detto a Roma durante l’assemblea nazionale tenuta nei giorni scorsi discutendo alla pari con le altre realtà nazionali dalle solide e ben più antiche tradizioni. A distanza di pochi giorni arriva la dimostrazione concreta di quanto avevano detto Sonia Ricci ed Andrea Renna, rispettivamente presidente e direttore generale dei Consorzi di Bonifica del Lazio. Nelle ore scorse sono arrivati i risultati ottenuti dalla flotta che hanno messo in volo, fatta di droni, satelliti, sistemi di monitoraggio all’avanguardia. (Leggi qui: Anbi e l’acqua che coltiva la pace (e la politica)).
Non si tratta di un restyling di facciata, ma di una trasformazione concreta, tecnologica, strategica. Compiuta nel pieno della crisi climatica, dove ogni goccia d’acqua pesa come l’oro e ogni grado in più moltiplica incendi, siccità e dissesti. Anbi Lazio sta diventando sempre più protagonista della difesa del territorio. Con il doppio obiettivo di garantire l’equità d’uso delle risorse e proteggere la stabilità dei suoli.
Controlli dal cielo, rigore a terra

Quest’anno, il Consorzio della Valle del Liri ha implementato una rete di controlli serrati su oltre 12 mila ettari di territorio irrigato, servendo circa 3.500 utenti regolari. Ma è proprio “dall’alto” che è arrivata la svolta: droni e satelliti hanno sorvolato campi e giardini, individuando anomalie, abusi e bagnature sospette. Risultato? Un centinaio di irrigazioni abusive individuate solo nel 2024 e un totale di 700 posizioni irregolari scoperte negli ultimi anni.
Non è solo caccia all’evasione — che pure resta una priorità per il rispetto dei tanti che pagano regolarmente — ma anche un nuovo modello di gestione intelligente, trasparente e tracciabile. I dati raccolti dall’alto vengono analizzati, incrociati e verificati da squadre a terra. Ogni terreno irrigato senza richiesta regolare è stato mappato, notificato, e invitato al contraddittorio. È l’equivalente agricolo di una stretta contro l’illegalità ambientale.
Clima che cambia, consorzi che si aggiornano

Dietro questi numeri c’è una filosofia nuova: non si difende il suolo con ruspe e canali, ma con un insieme integrato di strumenti digitali, collaborazione con le categorie agricole e un impegno concreto per la sostenibilità. Il Commissario Sonia Ricci lo ha detto chiaro: “Queste attività proteggono le tante aziende agricole oneste, migliorano la gestione delle risorse idriche e aumentano la resilienza del sistema agricolo”.
Oggi i Consorzi di Bonifica del Lazio rappresentano una delle risposte più concrete all’urgenza climatica. In un Paese dove il dissesto idrogeologico minaccia case, raccolti e infrastrutture, e dove la scarsità d’acqua è ormai un’emergenza permanente, questi enti si stanno dimostrando agili, determinati e moderni. Droni, satelliti e squadre sul campo non sono solo strumenti di controllo: sono gli strumenti della nuova bonifica 4.0. Una bonifica che non solo regola, ma previene. Che non solo gestisce, ma innova. E che, finalmente, fa scuola.
Da carrozzoni a sentinelle.
ANTONIO POMPEO

Antonio Pompeo ha detto ad alta voce quello che in molti nel Partito Democratico pensano ma sussurrano. Ha tolto il velo dell’ipocrisia, quello che giustifica la presenza del PD in maggioranze a trazione centrodestra negli enti locali con la scusa di “esserci per contare qualcosa”. E invece, sostiene Pompeo, così si finisce per contare nulla. O peggio: per risultare complici di tutto, beneficiari di niente.
Nel suo intervento diffuso ieri mattina l’ex presidente della Provincia di Frosinone non ha girato intorno al punto: partecipare in minoranza ad enti governati dal centrodestra è una strategia suicida. Se le cose funzionano, il merito va tutto alla maggioranza. Se invece qualcosa va storto, al PD non resta che il silenzio, perché in fondo è lì, seduto al tavolo, e quindi corresponsabile. Nessun ruolo da argine, nessuna possibilità di dissociarsi realmente. Un limbo politico che logora e svuota.
L’Aventino consapevole

Pompeo, insieme ad altri dirigenti come Claudio Mancini e Sara Battisti, propone un Aventino nuovo, consapevole, non di fuga ma di strategia. Una chiamata all’opposizione vera, strutturata, visibile. Non per testimoniare, ma per contrastare. Non per sventolare bandiere, ma per costruire alternative. È un modo per smettere di fare tappezzeria nei governi altrui e iniziare a essere protagonisti di un’agenda autonoma, credibile, riconoscibile.
Il suo discorso parla a un PD provinciale che ha smarrito la voce. “Abbiamo reso totalizzante il Congresso, perdendo di vista i veri avversari”, dice con lucidità. Cioè: siamo stati talmente concentrati a farci la guerra tra noi stessi che abbiamo lasciato il campo libero ai nostri veri avversari. È un mea culpa che non si ferma all’analisi interna, ma prova a indicare una via d’uscita: rifiutare la tentazione di piccoli incarichi in cambio del silenzi. Al contrario: rilanciare una campagna politica che parta dai territori, dalle amministrazioni locali, dai problemi reali.
Recuperare l’identità

C’è anche un messaggio al gruppo dirigente regionale e nazionale: l’identità non si recupera con le alchimie congressuali, ma con battaglie chiare, fronti netti, opposizione senza ambiguità.
Potrà non essere condiviso ma la dimensione della posizione l’ha data. Il Congresso che si avvicina sarà forse il banco di prova. Ma già ora una linea di frattura è evidente. Da una parte, chi si accontenta di un conveniente posto in seconda fila. Dall’altra, chi rivendica il diritto di tornare al confronto, anche duro, anche da fuori. Ma con dignità e visione.
Pompeo non invoca l’Aventino per isolarsi, ma per ripartire. Ed è una differenza che può fare tutto.
Dai governi di retrovia all’opposizione vera.
GIIANCARLO GIORGETTI

Il modo migliore per non cadere nella facile tentazione dell’elogio del potere consiste nell’aggrapparsi ai numeri. Tanto più sono solidi tanto maggiore è la stabilità del percorso. Ed in questo caso a fornire i numeri sui quali costruire un ragionamento è la Banca d’Italia. Che con i Governi del Paese non ha l’obbligo di stare prona ed anzi è stata più volte fermo contraltare a politiche economiche di corto respiro. C’è un dato sorprendente nei numeri diffusi nelle ore scorse dalla nostra Banca centrale.
Quei numeri dicono che c’è un’Italia che stupisce ma questa volta non per l’ennesima crisi. Stupisce per solidità, appeal finanziario ed anche un po’ di sana invidia da parte dei nostri vicini europei. È l’Italia dei Btp, i Buoni del Tesoro Poliennali, che in questi mesi si sono presi la scena come protagonisti silenziosi ma irresistibili. Mentre l’economia globale ondeggia tra stretta monetaria, tensioni geopolitiche e fragilità istituzionali, i Btp parlano un linguaggio semplice ma potente: rendimenti interessanti, domanda robusta e un clima di fiducia che non si respirava da anni.
A ruba

I numeri? Parlano da soli. Nell’ultima asta il Tesoro ha piazzato quasi 8,8 miliardi di euro in titoli a tre, sette e quindici anni. La domanda ha sfiorato i 13,5 miliardi. Non è un caso isolato: nei primi tre mesi del 2025, due terzi delle emissioni nette del Tesoro sono state assorbite da investitori esteri. Un endorsement che vale più di mille analisi.
E non si tratta solo di debito sovrano: anche le obbligazioni private — soprattutto quelle emesse da società non finanziarie — hanno raccolto ben 8 miliardi dall’estero. Segno che l’Italia, oggi, non è più vista come periferia instabile ma come un hub credibile per capitali in cerca di rifugio e rendimento.
Lo spread con i Bund tedeschi è sceso a 84 punti base. Ma il dato che più sorprende è questo: sulle scadenze a due e cinque anni, i Btp offrono rendimenti inferiori a quelli dei corrispettivi francesi. L’Italia batte la Francia, almeno nel termometro della fiducia finanziaria. Goldman Sachs lo ha definito “uno dei temi di mercato più rilevanti”.
Le ragioni

Perché succede? Perché l’Italia, silenziosamente, ha iniziato a mettere ordine nei conti. Perché il debito pubblico non fa più tremare i polsi come una volta. Perché le agenzie di rating, una volta fonte di brutte sorprese, oggi regalano upgrade e prospettive migliorate. Fitch conferma, S&P promuove, Moody’s sorride. È cambiato il vento.
Bankitalia, nel suo ultimo bollettino, mette nero su bianco una fotografia che sa quasi di rivoluzione: i rendimenti dei decennali italiani sono scesi di 41 punti base, mentre la volatilità implicita è rimasta bassa e le condizioni di liquidità stabili. Tradotto: non solo si compra Italia, ma lo si fa con fiducia e continuità.
È un momento da cogliere. Per rafforzare ulteriormente la credibilità fiscale. Per favorire gli investimenti. Per dimostrare, una volta per tutte, che l’Italia sa essere affidabile. Anche senza fare rumore.
La nuova stella nel cielo dei mercati
FLOP
ISABELLA MASTROBUONO

In origine fu il Dem Mauro Buschini. E l’accusa d’essere stato lui a puntare il dito, aizzando i sindaci della provincia di Frosinone, fino a riunirli e convincerli a votare una clamorosa sfiducia che costò il posto alla Dg della Asl di Frosinone Isabella Mastrobuono. Un lungo iter giudiziario accertò che lei non aveva tutti i torti: gli obiettivi assegnati dalla Regione Lazio li aveva centrati tutti e se volevano mandarla a casa potevano farlo ma non seguendo la strada dell’infamia. Ora, a distanza di anni, la scena si ripete: Isabella Mastrobuono viene accompagnata alla porta di Tor Vergata. E di nuovo punta il dito contro la politica che l’ha giubilata. Ma stavolta a premere il grilletto non è il Pd bensì – stando al suo racconto – il centrodestra.
Nel giro di un mese, il Policlinico Tor Vergata è passato da centro d’eccellenza a epicentro di uno scontro politico-amministrativo che ha portato alla rimozione della sua commissaria straordinaria. Prima l’imbarazzo per le immagini televisive che denunciavano disagi al Pronto Soccorso. Poi il caso eclatante del chirurgo registrato in un acceso scontro verbale con una collega in sala operatoria. Ma non è questo ciò che hanno contestato alla Prof. Le dicono che i tempi del Pronto Soccorso erano fuori standard.
Cambiano i suonatori, l’esito è lo stesso

Lei reagisce, come fece anni fa contro la cacciata da Frosinone. Le unghie sono affilate come allora. E mette in chiaro: il Pronto Soccorso opera su un’area vasta e degradata seconda solo a Scampia, il chirurgo era sotto stress ha sbagliato ma si è scusato ed il comitato dei garanti ha deciso di non sospenderlo. Allora perché la mandano via?
A Repubblica ha detto che la sua rimozione “Era già stata decisa prima dell’esplosione del caso. Ma non è stata rispettata la procedura prevista per la revoca: la mia nomina era equiparabile a quella di un direttore generale, rimuovibile solo per gravi motivi e previa contestazione formale, cosa mai avvenuta”.
Mette sul tavolo i numeri prodotti a Tor Vergata. “In sei mesi ho aumentato ricoveri e prestazioni ambulatoriali del 40%, azzerato le liste d’attesa per i pazienti oncologici chirurgici, ridotto il disavanzo e introdotto servizi innovativi come l’ospedale di comunità. Eppure, il giorno stesso in cui la Fondazione ha approvato il documento sulla performance aziendale, è arrivata la mia decadenza”.
Come finirà? A carte bollate. Ha già preparato il ricorso. “In nessun’altra regione ho avuto problemi. Ma nel Lazio sembra impossibile garantire continuità e rispetto delle regole. E alla fine chi ne paga le conseguenze sono i cittadini”.
Bersaglio bipartisan.



