I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 13 dicembre 2025
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 13 dicembre 2025.
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TOP
CLAUDIO MOSCARDELLI

Ci sono sentenze che arrivano tardi. Così tardi da sembrare quasi fuori tempo massimo. Quella emessa ieri dal tribunale di Latina è una di queste. Dopo anni di titoli, sospetti, retroscena sussurrati e reputazioni triturate, si scopre che il senatore Claudio Moscardelli non era un corrotto. Non comprava concorsi, non barattava favori, non incarnava il male assoluto raccontato allora.
La corruzione cade. Resta una condanna per rivelazione di segreto d’ufficio: una colpa certo, ma non il mostro che aveva giustificato arresti, gogna e damnatio memoriae. Nel frattempo, però, una carriera politica è stata stroncata. Una componente del Partito Democratico è stata polverizzata. Il dibattito pubblico è stato deviato, impoverito, semplificato a uso di titolazione.
Una banda? Nemmeno un’orchestrina

Concorsopoli, alla fine, si ridimensiona nei fatti ma non restituisce il tempo perduto. Un anno a Moscardelli, tre e mezzo a Rainone, due a Esposito. Pene sospese. Niente risarcimenti alle parti civili. Eppure Moscardelli era finito ai domiciliari. Era diventato un simbolo. Un bersaglio perfetto. Colpevole prima ancora del processo.
È l’ulteriore dimostrazione, semmai ce ne fosse bisogno, che i magistrati giudicanti non sono per nulla appiattiti sui magistrati inquirenti. Se la riforma della Giustizia deve basarsi su questo allora è meglio non farla. Meglio farla su altre basi. La Giustizia fa il suo corso, dicono sempre, ma nessuno dice mai quanto costi quel corso
a chi viene assolto dal reato più infamante quando ormai è troppo tardi. Non c’è sentenza che ricostruisca una carriera. Non c’è assoluzione che ripari una narrazione tossica. Non c’è camera di consiglio che restituisca anni di vita politica bruciati.
I giudici hanno parlato. La storia dovrebbe ascoltare. E magari qualche giornalista dovrebbe ricordarsi, la prossima volta, che tra un avviso di garanzia, un’ipotesi di reato ed una verità accertata passa spesso la vita intera di una persona.
Non ci fu corruzione.
RICCARDO MASTRANGELI

A Frosinone dire no alle tradizioni è più difficile che dire no alle tasse. Perché le tradizioni non votano, ma fanno rumore. E spesso bruciano, letteralmente. Il sindaco Riccardo Mastrangeli lo sa bene. Eppure, per il secondo anno consecutivo, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte: niente falò di Santa Lucia, niente rogo del generale Championnet a Carnevale.
Non per capriccio, non per ideologia green da salotto ma per un dato semplice e brutale: l’aria che si respira a Frosinone è irrespirabile. Polveri sottili Pm10 a quota 99 per 41 giorni di sforamento, un record che non merita festeggiamenti. Il sindaco ci ha provato. Ha chiesto la deroga alla Regione, ha difeso il valore identitario dei riti, ha messo tutto nero su bianco. La risposta è stata no e Mastrangeli ha dovuto incassare.
Il gesto dell’ombrello

L’anno scorso, al rione Giardino, gli insulti, le urla, la rabbia scomposta. Il gesto dell’ombrello diventato virale. Una piazza che chiedeva il fuoco come se fosse ossigeno. Quest’anno il copione si ripete ma il punto resta lo stesso: governare non è assecondare ma è scegliere anche quando scegliere costa. (Leggi qui: Top e Flop, i protagonisti di giovedì 6 marzo 2025).
Il falò non è la causa dello smog, dicono in molti. Vero. Ma è parte di un sistema malato che per troppo tempo ha fatto finta di niente.
Mastrangeli rompe una consuetudine per ricordare che la salute non è una tradizione negoziabile. Il coraggio, a volte, non sta nell’accendere un fuoco ma nel spegnerlo
quando tutti ti chiedono di alimentarlo.
Coprifuoco.
FLOP
MAURIZIO LANDINI

C’era una volta lo sciopero generale, quello che fermava fabbriche, treni e città. Ieri, invece, si è fermata soprattutto la retorica. O meglio, si è esibita da sola, davanti a piazze piccole e lavoratori rimasti al lavoro.
Maurizio Landini è salito sul palco con il repertorio completo: “Questo è un regime. Questa è una manovra di guerra. Questo è un Paese che non esiste”, mancava solo l’invasione degli ultracorpi. Il problema è che mentre il Subcomandante Mau impugnava la spada della rivolta, il popolo chiamato alle armi stava timbrando il cartellino.
Altro che sciopero generale: uno sciopero selettivo, con adesioni da riunione condominiale. I numeri, come sempre, sono un’opinione. Secondo la Cgil hanno scioperato in massa, secondo la realtà un po’ meno. Nelle scuole meno del 4 per cento, nel pubblico impiego appena uno su cinque, sulle ferrovie il servizio ha retto. La rivoluzione, cortesemente, ripassi domani.
Più slogan che lavoratori

E così Landini si è trovato solo, circondato più da slogan che da lavoratori. Ha parlato di sanità, magistrati, Ucraina, fascismo, patrimoniali e capitalismo cattivo. Tutto insieme, senza ordine né gerarchia. Lo sciopero come playlist ideologica.
Nel frattempo Schlein e Conte hanno preferito non farsi vedere. Meglio osservare da lontano che farsi superare a sinistra da un sindacalista con ambizioni politiche.
Il punto, però, resta uno. Un sindacato che sciopera sempre finisce per non scioperare più davvero. Un leader che parla di tutto rischia di non incidere su nulla. Landini voleva guidare una rivolta: ha guidato un corteo ridotto. Voleva fermare il Paese, il Paese ha continuato a lavorare.
E questo, più di mille slogan, spiega perché lo sciopero di ieri è stato un clamoroso fallimento.
La rivoluzione ripassi domani.



