Top e Flop, i protagonisti di sabato 13 settembre 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 13 settembre 2025

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 13 settembre 2025.

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TOP

ANDREA SANDRIN

Andrea Sandrin

Decisioni che pesano come macigni. E che, per questo, delineano meglio di qualunque parola il legame tra sport, passione e vita. La scelta fatta ieri sera da Andrea Sandrin, figlio di Luciano, l’uomo di 76 anni morto durante il Rally del Lazio Cassino – 46° Rally di Pico, è coraggiosa e semplice nello stesso tempo. Il Campione del Mondo Max Rendina, devastato dal dolore, a nome degli organizzatori aveva offerto di fermare la gara, lasciando che il dolore si imponesse sulla competizione. Andrea Sandrin ha fatto l’opposto. Con parole ferme, nel momento in cui chiunque avrebbe avuto diritto al silenzio, ha chiesto che la corsa proseguisse: «Mio padre avrebbe voluto così».

In un attimo, la tragedia individuale è diventata testimonianza collettiva. Andrea ha ricordato a tutti che suo padre non era uno spettatore distratto ma un uomo che di rally viveva e si nutriva. La fatalità che lo ha colpito – un muro urtato, i calcinacci caduti, le tegole che lo hanno travolto – non cancella questa appartenenza. Anzi, la rafforza: Luciano Sandrin se n’è andato dentro quella passione che ha accompagnato tutta la sua vita.

La scelta che unisce
L’auto dopo l’incidente

Non è solo un atto di amore filiale, quello del figlio. È una scelta che interpella la comunità intera del rally, dagli organizzatori ai piloti, fino agli spettatori. Dire “andate avanti” significa difendere un’identità, proteggere un mondo che spesso deve giustificare la sua stessa esistenza di fronte a chi lo considera troppo rischioso o inutile. Significa anche non cercare colpe dove non ci sono: lo ha detto lo stesso Andrea, sollevando piloti e organizzatori da ogni responsabilità.

La conferenza stampa di ieri, con le lacrime di Max Rendina e la compostezza degli ufficiali di gara, ha restituito un’immagine forte: lo sport come famiglia, unita anche quando la fatalità la colpisce. In quel momento, Colleferro, Pico, Falvaterra, Cassino non erano più solo nomi di località. Erano i luoghi di un rito collettivo, interrotto ma non spezzato.

E così la corsa proseguirà, nonostante tutto. Sarà diversa, certo, perché ogni curva porterà con sé l’ombra di quell’assenza. Ma sarà anche più vera, perché correrà dentro la memoria di un uomo che amava i rally al punto da volerne restare parte fino all’ultimo respiro.

Passione oltre la vita.

LUCA DI STEFANO

Il sindaco Luca Di Stefano

I numeri innanzitutto. Nel 2021 i cani ospitati nei canili di Sora erano un centinaio. Oggi sono trentadue. Significa due terzi in meno. Significa che decine di animali hanno trovato una casa, una famiglia, una vita che non si esaurisce più dietro le grate di una gabbia. E significa anche che le casse comunali respirano, dopo anni in cui le fatture inevase avevano generato perfino un decreto ingiuntivo da 112 mila euro.

Questo risultato non è frutto del caso. Porta la firma di un’amministrazione, guidata dal sindaco Luca Di Stefano, che ha saputo individuare un nodo spesso trascurato e trasformarlo in occasione di riscatto per un’intera comunità. Il benessere animale, a Sora, non è più un capitolo accessorio, ma un pezzo di politica pubblica.

La strategia ha avuto due pilastri: ridurre gli ingressi e aumentare le uscite. Da un lato, campagne di microchippatura gratuita e sensibilizzazione contro gli abbandoni. Dall’altro, una promozione capillare delle adozioni, sostenuta da un volontariato generoso come quello dell’associazione Gli Accodati, capace di trasformare i numeri in storie, gli slogan in case aperte.

La dimensione educativa

Ma c’è anche la dimensione educativa. Portare nelle scuole addestratori e veterinari per insegnare ai ragazzi cosa significa rispetto degli animali è una scelta lungimirante. Perché una società cambia davvero quando cambia lo sguardo delle nuove generazioni. E i dati lo confermano: nel 2023 gli ingressi nei canili erano stati 42, nel 2024 si sono ridotti a 14, nel 2025 (finora) a due soltanto. Certo, non tutto è risolto. Restano da affrontare le colonie feline e le campagne di sterilizzazione, con nodi ancora irrisolti. Ma il segnale è chiaro: quando c’è una visione, quando l’amministrazione non si limita a subire i problemi ma costruisce soluzioni, i risultati arrivano.

E qui la lezione è doppia. A Sora non si è solo ridotto il numero dei randagi. Si è accesa una speranza, che insegna ai più giovani a guardare lontano.

Guinzaglio e risparmio.

FRANCESCO MINISCI

Il procuratore della Repubblica di Frosinone Francesco Minisci

L’insediamento di un nuovo Procuratore della Repubblica non è mai un atto formale. È un passaggio centrale nella vita civile di un territorio: ne disegna i futuri equilibri, definisce un’idea di giustizia che diventa carne e sangue nelle aule e nelle piazze. Francesco Minisci ha scelto di presentarsi a Frosinone con tre parole chiave: consapevolezza, impegno, passione. Non retorica, ma sostanza.

La consapevolezza delle carenze strutturali – uffici in affanno, organici insufficienti, strumenti inadeguati – non si è tradotta in una lamentela, bensì in un’assunzione di responsabilità. Il Procuratore sa che il Frusinate è terra complessa: infiltrazioni criminali, emergenze ambientali, disagio sociale, ferite industriali. Eppure ha rivendicato un entusiasmo che richiama i suoi primi anni di toga. Un messaggio preciso: non arriva un burocrate, ma un magistrato che intende mettersi in gioco.

La cifra nuova
Il procuratore della Repubblica di Frosinone Francesco Minisci durante l’insediamento

La cifra del suo mandato sembra chiara: rigore senza chiusure, fermezza unita al dialogo. Con gli avvocati, con le istituzioni, con i cittadini. Minisci non ignora la diffidenza che spesso circonda il mondo della giustizia ma porta a Frosinone un messaggio: la fiducia si conquista parlando con tutti e mantenendo la barra dritta. Le parole pronunciate in aula – “i cittadini devono sempre sentirsi protetti” – hanno la forza di un programma politico nel senso più alto del termine: non per governare, ma per custodire la legalità come bene comune.

Frosinone attende risposte concrete. Il nuovo Procuratore non ha promesso miracoli, ma ha indicato un metodo: lavoro sinergico, dialogo con il territorio, passione civile. È già molto, ed è forse ciò che più mancava.

Rigore, dialogo e passione civile

FLOP

LUCA CIRIANI

Luca Ciriani (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

C’è un filo che lega le parole della premier Giorgia Meloni e quelle del suo ministro per i Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Un filo sottile, ma evidente: l’uso della memoria storica come strumento politico. Evocare le Brigate Rosse, paragonare l’omicidio dell’attivista conservatore americano Kirk alle pagine più buie degli anni Settanta, trascinare nel discorso le accuse a Tajani e le domande di Renzi, significa forzare il registro. Non un semplice strappo polemico, ma un salto retorico che rischia di deformare il confronto democratico.

La mossa è stata definita da molti “un colpo di sole”, da altri “un gesto immondo”. In realtà, più che un incidente, somiglia a un calcolo: spostare il dibattito dall’arena giudiziaria e dai dossier delicati sul tavolo di Palazzo Chigi verso un terreno più emotivo, quello della contrapposizione ideologica dura e pura. Come se l’obiettivo non fosse convincere ma compattare. E, in effetti, la prima linea di Fratelli d’Italia si è subito stretta attorno al ministro.

Le Br non sono neutre

Eppure, il richiamo alle Br non è mai neutro. Appartiene a un passato che ha lasciato ferite profonde e vittime senza colori. Usarlo come clava polemica rischia di trasformare la storia in caricatura, avvelenando pozzi che la democrazia italiana ha faticato decenni a ripulire. Ed è qui che entra in scena la premier. Perché se è vero che Ciriani ha messo la miccia, è stata Meloni, commentando i post studenteschi con Kirk a testa in giù, a fornire l’innesco.

Da qui la dinamica attuale: destra che accusa la sinistra di silenzi e complicità morali, sinistra che bolla la destra come irresponsabile, populista, “alla Trump”. In mezzo, un’opinione pubblica già stanca di toni urlati e metafore belliche. È la premessa perfetta per l’ennesima campagna elettorale in clima da rissa, come testimoniano i botta e risposta tra Tajani e Conte.

L’impressione è che la premier giochi una partita a due tempi: lasciare ai suoi ministri il compito di alzare i toni, salvo poi presentarsi come la voce della fermezza istituzionale, quella che “non si fa intimidire”. Una regia silenziosa, ma calcolata. La stessa che ha già funzionato in passato. Il rischio, però, è che l’Italia, anziché guardare avanti, venga trascinata in un eterno ritorno agli anni più cupi.

Azzardo retorico.