I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 16 agosto 2025
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 16 agosto 2025.
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ROBERTO GUALTIERI

Qualche decennio fa, Carlo Verdone ci raccontò un Ferragosto romano che oggi sembra appartenere a un’altra era geologica. Era quello di Un sacco bello, con Enzo che cercava di “acchiappare” la turista spagnola in una città spettralmente vuota, saracinesche abbassate, fontanelle a secco e l’eco dei passi che si perdeva nei vicoli. Roma, a metà agosto, era un deserto d’asfalto: il bar chiuso, il negozio serrato, il tabaccaio in villeggiatura e il silenzio che avvolgeva pure il Colosseo.
In questo Ferragosto 2025 invece, la Capitale non si è concessa nemmeno il lusso di un respiro lento. Il centro è stato brulicante di turisti che si aggirano tra mostre, cinema all’aperto, siti archeologici e musei con aperture straordinarie. La Roma del 2025 è un organismo vivo, anche il 15 agosto: i supermercati aperti, i bus e le metro in movimento, le pattuglie in servizio e persino i piani straordinari per la pulizia del litorale. Non più la cartolina sbiadita del tutto chiuso, ma un’istantanea di iperattività organizzata.
La Roma della festa diffusa

Il Ferragosto di Verdone aveva il fascino malinconico del vuoto, la possibilità di attraversare la città come fosse solo tua. Quello di oggi è stato una festa diffusa, che non conosce tregua: si può visitare il bunker di Villa Torlonia, fare la spesa a mezzogiorno, guardare un film sotto le stelle e persino trovare la farmacia aperta alle tre del mattino. L’unico silenzio, semmai, lo produce l’aria condizionata dei musei e delle gallerie, rifugio dalla cappa rovente del bollino rosso.
Nel Ferragosto di Roberto Gualtieri forse qualcosa si è perso — la magia di una Roma che si fermava per una pausa collettiva — ma molto si è guadagnato: un Ferragosto in cui la città non si lascia scivolare addosso la vita, anzi la organizza, la ospita, la gestisce. E mentre Verdone, nella memoria, resta fermo a guardare l’autobus deserto, noi oggi siamo strati costretti a scansare gruppi di turisti con cappellino e bottiglietta d’acqua, scoprendo che Roma, anche a metà agosto, non smette mai di essere un sacco piena.
Un sacco bellissimo
MATTEO ZUPPI

Su Facebook c’è e spopola una pagina, benevolmente sardonica, che ha il classico nome che è tutto un programma: “Zuppi che fa cose”. Il senso di quello spazio social è quello di alludere al fatto che il cardinale Matteo Zuppi, ex papabile, arcivescovo di Bologna e con origini verolane, è una vera forza della natura.
Tanto da farlo dipingere, in chiave ironica, come una specie di irrefrenabile macchinetta. Qui però l’ironia c’entra poco, c’entra piuttosto la straordinaria carica umana ed etica di un presule che, non a caso, era stato voluto dal defunto Papa Francesco a presiedere la Cei.
La lettura a Marzabotto

E nelle ore scorse Matteo Zuppi non si è smentito per l’ennesima volta e lo ha fatto in circostanze drammatiche e a due binari. Il primo, quello di una location evocativa degli orrori di cui è capace l’uomo quando perde bussola etica. Il secondo, con una modalità che ci ricorda come quegli orrori non siano mai cessati.
Nell’autunno del 1944 i nazifascisti misero a segno il più massacro di civili della Seconda guerra mondiale, a Marzabotto. E il cardinal Zuppi è arrivato presso il rudere della chiesa di Casaglia, di fianco al querceto silente in località Monte Sole ed ha fatto una cosa immensa.
Ha letto, assieme a decine di altre persone, ad altra voce ed in quel luogo mesto, gli oltre 12mila nomi dei bambini morti in Terra Santa. Hanno letto tutti e fino a sera i nomi per esteso e le età di tutti i bambini morti dal 7 ottobre 2023 fino al 15 luglio. Una litania dell’orrore di 469 pagine, 16 israeliani, 12.211 palestinesi.
Una maratona di preghiera

Si è voluto trattare di “un gesto simbolico, una maratona di preghiera, con momenti di commozione”. E Zuppi ha voluto commentare così l’iniziativa: “Per ricordare, per manifestare attenzione, da questo luogo che è luogo di sofferenza e che da sempre, volutamente, è luogo di ricordo di tutte quante le vittime”.
Tutto questo “con la speranza che fermandosi sulla sofferenza dei bambini innocenti si possa ricominciare qualcosa di nuovo e diverso”. E che la follia dell’uomo, almeno per un po’, taccia.
Dà l’esempio.
FLOP
VITTORIO SGARBI

C’è un tempo per la malattia e c’è un tempo per la politica. E, quando le due cose si sovrappongono, il rischio è che a pagare non sia solo l’uomo, ma l’intera comunità. Vittorio Sgarbi sta affrontando una battaglia personale durissima, e questo merita rispetto umano. Ma se non è in condizione di amministrare, se il peso delle decisioni resta sospeso nell’aria come polvere in una stanza chiusa, allora deve valutare la possibilità di un passo indietro. Perché la vanità della fascia tricolore è un altro genere di malattia: meno tragica sul piano clinico, ma altrettanto pericolosa per la collettività.
Alla vigilia di Ferragosto, ad Arpino cioè dove Vittorio Sgarbi è sindaco, non hanno protestato militanti, oppositori o fazioni rivali: hanno abbassato le serrande bar, ristoranti ed enoteche, ossia il cuore vivo – o ciò che ne resta – del centro storico. Mezz’ora di serrata per dire una cosa semplice e disperata: “Non c’è vita in città”.
Zero iniziative

Dall’inizio di luglio, nessuna iniziativa estiva. Nessun concerto in piazza, nessuna animazione nei vicoli. Persino la musica, dopo mezzanotte, bandita per ordinanza. E, come se non bastasse, durante i giorni del Gonfalone, la festa più identitaria della città, le piazzole per cibo e bevande affidate a operatori esterni, senza nemmeno consultare chi resiste tutto l’anno dietro un bancone.
È qui che la malattia della vanità politica si mostra: nell’illusione che basti il nome del sindaco per attrarre turismo, senza dover sporcare le mani con la quotidianità della gestione, senza sporcarsi le orecchie ad ascoltare. I commercianti hanno chiesto regole uguali per tutti, controlli veri sugli operatori temporanei, e soprattutto rispetto. Hanno perfino trovato una formula amara e precisa: «La Pro Loco si è trasformata in Contro Loco».
La verità è che Arpino, quest’estate, non è stata governata: è stata semplicemente lasciata andare. E quando in un borgo muore l’estate, muore la sua identità. Sgarbi può ancora scegliere: continuare a stringere la fascia come un cimelio personale o restituirla, con un gesto di lucidità e onore, alla città che oggi la indossa solo come un peso morto.
La malattia della vanità


