Top e Flop, i protagonisti di sabato 19 settembre 2026

Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 19 settembre 2026.

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Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 19 settembre 2026.

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TOP

MAURIZIO STIRPE

di GIOVANNI LANZI
Maurizio Stirpe

C’è sempre qualcosa di sospetto nei miracoli sportivi. Di solito, a guardarli da vicino, si rivelano fortune. Ma quando una cosa si ripete, e si ripete al rialzo, smette di essere fortuna e diventa metodo. Cinque giocatori del Frosinone convocati in un colpo solo dal ct Silvio Baldini nell’Under 21, per la doppia sfida con Armenia e Polonia che vale gli Europei di categoria, non è un caso. È un record. Ed è il record di una città che di abitanti ne conta poco più di quarantatremila. (Leggi qui: Frosinone, record di convocazioni in Under 21).

Facciamo i conti, perché sono loro a raccontare la storia. Il portiere Palmisani, ciociaro di Alatri, già nel giro della Nazionale maggiore. Il difensore Calvani. L’esterno Fini, dieci presenze in azzurrino. L’attaccante Raimondo, quattro gol in Under 21 e già nel gotha dei bomber di Serie A. E l’esordiente Cichella, preso da svincolato e portato in silenzio fino alla massima serie. Due giocatori di proprietà, tre in prestito: una fucina, non una casa di riposo per talenti altrui.

Il contesto che pesa il doppio

Qui sta il punto che merita di essere sottolineato senza infingimenti. Tutto questo accade in una provincia dove il tessuto industriale è sotto tensione, dove l’automotive traballa e le cartiere hanno il fiato corto. In un simile paesaggio, un club che continua a sfornare campioni non è un dettaglio sportivo: è la prova che l’organizzazione, quando c’è, produce risultati a prescindere dal contesto. E l’organizzazione, qui, ha un nome: Maurizio Stirpe, con il ds Castagnini e il tecnico Alvini.

Si può discutere di tutto, in politica come nel calcio. Ma davanti a un dato così, la discussione si chiude da sola. Piaccia o non piaccia a chi preferirebbe altre narrazioni, il modello Frosinone funziona: costruisce dal basso, sceglie con pazienza, raccoglie quando è il momento. Stirpe, insomma, ha fatto gol un’altra volta. E chi sa segnare con questa costanza, di solito, non lo fa né per caso, né per fortuna, tantomeno per miracolo.

Stirpe segna ancora.

GIOVANNI ACAMPORA

Giovanni Acampora

Troppo spesso i premi sono cerimonie in cui qualcuno consegna una targa a qualcun altro che gliene consegnerà una l’anno dopo. Ma quello ritirato da Giovanni Acampora all’ECO Festival di Roma, conferito dall’Università IULM, ha una sostanza. Non premia un discorso: premia Imprendigreen, il progetto con cui Confcommercio ha portato oltre 1.300 imprese dentro la transizione ecologica. E dietro quel progetto c’è un’idea che vale ben oltre l’ambiente.

L’idea è semplice ed a queste latitudini, quasi rivoluzionaria: una trasformazione non si realizza per decreto ma accompagnando chi deve compierla. «Un’azienda non diventa sostenibile perché glielo chiediamo», ha detto Acampora ritirando il premio: ha bisogno di strumenti, competenze, condizioni. È lo stesso principio — ascoltare, poi costruire risposte concrete — che si dovrebbe applicare a qualunque impresa collettiva. Compresa la più difficile di tutte, da queste parti.

Il coraggio di dire l’ovvio

Giovanni Acampora

Perché Acampora è uno dei pochi ad aver avuto il coraggio di dire ad alta voce una verità che i campanilismi rifiutano da decenni: Frosinone e Latina decolleranno solo quando smetteranno di guardarsi in cagnesco e cominceranno a ragionare come un territorio unico. Non è un auspicio da convegno: è una logica. Che ha già messo in pratica presiedendo la Camera di Commercio Frosinone Latina e Confcommercio Lazio Sud, enti che quell’unità la incarnano nei fatti, non nei manifesti.

Ed è qui il premio vero. Non alle 1.300 imprese sostenibili, non alla transizione ecologica: alla capacità di visione. Alla testardaggine di chi ha capito, prima e meglio di altri, che il Lazio Sud pesa quando fa squadra e resta provincia quando si divide. Le targhe passano. Le intuizioni, quando sono giuste, restano. E questa, piaccia o no ai custodi dei confini, lo è.

Il premio alla visione.

GIUSEPPE DEL SIGNORE

Giuseppe Del Signore

Una battuta antica quanto il mestiere, mortifica da sempre la categoria: il giornalista è quello che spiega agli altri ciò che lui per primo non ha capito. Feroce, spesso vera, quasi sempre meritata. Giuseppe Del Signore, capo della Comunicazione del Consorzio Industriale del Lazio, ha passato gli ultimi anni a smontarla, titolo dopo titolo, con una pervicacia non consueta.

Facciamo il conto, perché è la parte più eloquente. Una laurea triennale in Lingue e Letterature nel 2008. Poi tre lauree magistrali: Linguaggi della comunicazione nel 2020, Management del turismo e dei beni culturali nel 2023, Scienze politiche e istituzioni europee nel 2024. Due master: Digital Communication nel 2021, Innovazione e gestione delle risorse pubbliche nel 2025. Ora arriva la quarta laurea magistrale: in Management. Sette titoli accademici in tutto, la maggior parte accumulati mentre lavorava. Non un pensionato con troppo tempo libero: un professionista in servizio.

Le tesi, che tradiscono l’uomo

Giuseppe Del Signore

C’è di più e sta nei titoli delle tesi. Perché rivelano una curiosità che spazia senza pudore dalla politica pop nella tv generalista al Festival di Sanremo, dal Consorzio Asi di Frosinone e la Fiat — storia industriale della Ciociaria — fino al caso Lorella Cuccarini. Chi studia così non colleziona pergamene: coltiva il gusto di capire, che è cosa diversa e più rara.

Ed è qui il traguardo vero, quello che vale più delle quattro lauree messe in fila. Giuseppe Del Signore ha preso il luogo comune più duro a morire sulla categoria (che i giornalisti siano dei tuttologi superficiali, esperti di niente e opinionisti di tutto) e lo ha ridotto in pezzi con l’unico argomento che non ammette replica: lo studio. Di lui è un po’ azzardato dire che spieghi ciò che non conosce.

Semmai, il problema opposto: conosce troppo. E in un mestiere che vive di scorciatoie è un difetto di cui ci sarebbe un gran bisogno.

Il giornalista che sapeva.

IL CARABINIERE DI ANAGNI

di GIOVANNI LANZI
(Foto © Stefano Strani)

Quei servitori dello Stato a tutto tondo, quegli Angeli Custodi che ti riconciliano con le cose belle della vita: ebbene, ci sono. E aiutano a far spazio dentro di te all’idea che lo Stato esiste, anche quando sembra di essere in prossimità del punto non ritorno. È quello che ha praticamente toccato con mano una donna di Anagni che, vittima dell’ennesima truffa telefonica che ormai è diventata una piaga nazionale quotidiana alla stregua dei femminicidi, nei giorni scorsi è stata salvata dal suo Angelo Custode in carne ed ossa, un Carabiniere della Centrale Operativa della Città dei Papi. (Leggi qui: Dieci minuti al telefono, e una vita che riparte).

Il militare ha infatti raccolto la telefonata della poverina che, prima dell’estremo gesto, attingendo all’ultimo briciolo di speranza aveva chiamato il 112. Da pochi attimi aveva constatato, rispondendo ad un messaggio-trappola sul telefonino, che il suo conto corrente era stato azzerato.

Angeli con la divisa

Foto © Stefano Strani

Il carabiniere ha cercato di rasserenarla e nel frattempo ha messo in moto un meccanismo perfetto, dove tutte le componenti – dai colleghi del Nucleo Radiomobile di Anagni agli operatori di Ares 118 – si sono mossi con velocità, professionalità e massima cautela. Un orologio svizzero.

E’ stata individuata la zona e quindi anche l’abitazione da dove era partita la telefonata e in breve tempo la ragazza è stata raggiunta mentre al telefono le parole rassicuranti del carabiniere l’avevano già fatta desistere dal mettere in atto il gesto estremo. La donna ha quindi aperto ai militari e agli operatori del 118 e quel momento è stato il vero coronamento di un lavoro eccellente.

Salvare una vita umana va oltre il riconoscimento, va oltre una medaglia. E’ la vittoria del bene sul male. Lo Stato c’è, da quella stanza della Centrale Operativa dei Carabinieri di Anagni è partito forte il messaggio di presenza. Un altro Stato, quello che legifera, dovrebbe aiutarci rapidamente a reprimere, restringere e debellare quell’odioso crimine delle truffe telefoniche con il supporto delle Compagnie Telefoniche. Nel frattempo ci sono loro: gli angeli con la divisa.

Nei secoli fedeli.

FLOP

TORINO

Sergio Marchionne con Alfredo Altavilla (Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

Torino ha fatto della contraddizione una tradizione secolare: non per la cialtroneria di questi tempi ma per una sorta di vocazione genetica. Torino respinge il gruppo Leonardo, che porta venti milioni destinati a generarne 670 in tre anni, perché profumano di Difesa. Per questo la Cgil e certa parte della Chiesa arricciano il naso. Nello stesso tempo implora l’arrivo di un produttore d’auto cinese, la Byd, che ricambia il corteggiamento con una secchiata d’acqua gelida: nella short list per il terzo stabilimento europeo, ha spiegato il CEO per l’Europa Alfredo Altavilla (uno che a Torino c’è stato: era il braccio destro e pure quello sinistro di Sergio Marchionne) ci sono Francia e Spagna. Non l’Italia. Non Torino.

Chi conosce la storia di questa città sorride amaro. Fu proprio Torino, tra il 1639 e il 1642, il teatro della guerra civile tra principisti filospagnoli e madamisti filofrancesi: due fazioni che si scannavano non per un’idea, ma per capire a quale potenza straniera convenisse consegnarsi. È il vecchio, immortale «Franza o Spagna, purché se magna» di Guicciardiniana memoria: l’arte di sottomettersi al più forte purché resti garantita la pancia piena e la continuità del potere.

La coerenza rovesciata

Foto: Stefano Scarpiello © Imagoeconomica

Oggi la geografia è la stessa, invertita la morale. Allora si litigava su chi comandasse; oggi si respinge chi offre lavoro in casa e si mendica chi lo porterebbe da fuori. Eppure i responsabili di Leonardo l’hanno detto chiaro: filiera dell’auto e filiera della difesa hanno competenze simili, la riconversione non è, per usare il termine di Maurizio Landini, una «coglionata». Persino Giorgio Airaudo, tornato a invocare comunque i cinesi, ha dovuto accusare Stellantis di aver boicottato l’ipotesi Byd svuotando Grugliasco dei macchinari.

Il Rapporto Rota lo certifica con freddezza contabile, riportato con altrettanta lucidità questa mattina da Dario Di Vico su Il Foglio: in quindici anni Torino ha visto crescere il valore aggiunto pro capite di 188 euro, contro i diecimila di Milano. Non declino, dicono i ricercatori: «lunga immobilità».

Ed è qui il punto che la Storia insegna e che i tabù di oggi ignorano. Torino crede che tacendo sulla guerra riuscirà a evitarla, che non impegnandosi eviterà il rischio. Ma chi aspetta che siano Franza o Spagna a sfamarlo, di solito, resta a digiuno. E i No Tav della Val di Susa, incurabili come allora, sono lì a ricordarlo.

Franza o Spagna, purché se magna.