Top e Flop, i protagonisti di sabato 2 agosto 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 2 agosto 2025

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 2 agosto 2025

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TOP

FRONERI

L’ingresso dello stabilimento Froneri di Ferentino

Il business dei gelati non conosce crisi, anzi: attira i giganti della finanza come le api col miele. Secondo quanto riportato dal Financial Times, Goldman Sachs sarebbe pronta a entrare in Froneri, colosso dei gelati nato dalla joint venture tra Nestlé e Pai Partners e con lo stabilimento europeo più importante proprio a Ferentino, in provincia di Frosinone.

Un’operazione da leccarsi i baffi sul piano finanziario, che valuterebbe il gruppo ben 15 miliardi di euro, debito incluso. L’entrata di Goldman Sachs, tramite il suo asset management, servirebbe a rilevare parte della quota di Pai Partners, che intende ridurre la propria esposizione. La svizzera Nestlé, invece, confermerà la sua partecipazione.

Una potenza globale (ma anche molto ciociara)
Lo stabilimento Froneri di Ferentino

Con 5,5 miliardi di euro di fatturato nel 2024, presenza in 23 Paesi e oltre 13.000 dipendenti, Froneri è oggi il secondo produttore di gelati al mondo, dietro solo a The Magnum Ice Cream Company (nata dallo spin-off Unilever). Ma con una particolarità: è il primo produttore globale di private labels, ovvero i gelati che vengono venduti con marchi della grande distribuzione.

In Italia, Froneri è sinonimo di marchi che hanno fatto la storia del settore: Maxibon, Coppa del Nonno, Nuii, KitKat, Oreo, La Cremeria, l’Antica Gelateria del Corso, senza dimenticare l’eredità della ex Motta. E lo stabilimento di Ferentino, hub nevralgico per la produzione europea, diventa oggi ancor più strategico in uno scenario internazionale in fermento.

Un affare col botto (di dividendi)

L’interesse di Goldman Sachs arriva a stretto giro di un’altra mossa clamorosa: un prestito obbligazionario da 3,9 miliardi di euro, che servirà a finanziare un dividendo record da 4,4 miliardi per gli azionisti Nestlé e Pai. Un’operazione che dimostra quanto il settore sia ancora ad alta redditività, soprattutto per chi sa innovare e crescere a livello globale.

A vigilare sull’operazione c’è anche la concorrenza. In particolare Unilever, che con Algida, Cornetto, Viennetta e Ben & Jerry’s controlla l’altro 50% del gelato mondiale. Il gruppo britannico ha appena scorporato la divisione gelati in una società autonoma – The Magnum Ice Cream Company – che dovrebbe debuttare sul mercato entro fine 2025. Ma la ristrutturazione è costata cara: già 7.500 posti di lavoro sono stati tagliati.

Se l’accordo tra Goldman Sachs, Pai e Nestlé verrà chiuso a settembre, come previsto, Froneri potrà contare su nuove risorse finanziarie e una governance aggiornata. E mentre le multinazionali fanno shopping, il Lazio – con Ferentino – si conferma non solo terra di eccellenze dolciarie, ma crocevia strategico del capitalismo globale in formato cono.

Il gelato fa gola a Goldman Sachs.

ANTONIO SCACCIA

Antonio Scaccia (Foto © Massimo Scaccia)

Cosa c’è dietro alla mossa compiuta nelle ore scorse dal Gruppo consiliare del vicesindaco di Frosinone Antonio Scaccia su una scacchiera già confusa? Perché ha deciso pure lui di attaccare il sindaco Riccardo Mastrangeli, unendosi a quel blocco di logoramento che da mesi sta lavorando ai fianchi il vincitore delle Comunali 2022? La mossa di Scaccia non è per logorare ma per ricostruire. (Leggi qui: L’assestamento passa ma la Lista per Frosinone non… Scaccia la crisi).

Per paradosso, Antonio Scaccia ha tenuto la posizione e – cosa più rara – ha indicato una direzione. Non verso lo strappo, come hanno fatto i nove Consiglieri fuoriusciti dalla maggioranza. Ma verso la ricomposizione del perimetro politico del centrodestra, quello originario, quello del 2022. Con meno veti e più coraggio.

Strappo costruttivo
(Foto © Massimo Scaccia)

La posizione di Scaccia è chiara: sta dicendo all’ex sindaco Nicola Ottaviani che deve tornare e prendere la guida della coalizione. E sta dicendo all’attuale sindaco Riccardo Mastrangeli che per quanto lo riguarda non sarà lui a guidare quella coalizione. Che lo sollecita a ricostruire per metterla a disposizione di Ottaviani.

Non ha cercato alibi né usato il logoramento come leva per ottenere qualcosa. Se avesse voluto abbandonare il campo, non gli sarebbero mancate le scuse – bastava copiare e incollare le motivazioni degli altri nove. Invece ha scelto la linea meno battuta: chiedere al sindaco Mastrangeli di fare di più, ma per ricucire, non per dividere.

È un’operazione politica ma non è un’operazione opportunistica. È una mossa che, pur nella sua debolezza numerica (oggi il centrodestra è a 14 voti certi), punta a ricostruire il campo, non a scavare fossati.

Che il destinatario della manovra sia sbagliato – è Forza Italia ad aver lasciato la coalizione – è un fatto. Ma il messaggio resta valido: o si tenta di rimettere insieme i cocci o il centrodestra si prepara a una lunga stagione di minoranza, per frantumazione interna. Scaccia gioca una partita difficile. Ma almeno la gioca sullo stesso tavolo della politica. Gli altri, al momento, sembrano più interessati a sparecchiare.

Ricostruzione, non logoramento.

FLOP

GIORGIA MELONI

Giorgia Meloni

Chi di slogan ferisce, di sentenza perisce. Aveva scandito con tono assertivo, teatrale, quasi canzonatorio: “Fun-zio-ne-ran-no”. Era Giorgia Meloni, nel pieno del tripudio comunicativo, a difendere l’accordo con l’Albania come la soluzione definitiva al caos migratorio. Ma la storia — quella vera, non quella da conferenza stampa — è un animale dispettoso: spesso si diverte a smentire i proclami con il rigore di una sentenza. E così ha fatto anche stavolta.

La Corte di Giustizia Europea ha detto una cosa semplice ma implacabile: l’ultima parola sulla sicurezza di un Paese non può spettare a un governo con il pennarello rosso, ma a un giudice con i Codici alla mano. Lo ha detto con il tono pacato e chirurgico delle istituzioni che non devono gridare per farsi ascoltare.

Palazzo Chigi, di fronte al verdetto, ha reagito come fa chi è stato colto con il compito copiato male: ha gridato al complotto, all’invasione di campo, alla lesione della sovranità nazionale. Non nuova, questa reazione, a un governo che preferisce l’indignazione alla correzione. Ma la verità è che l’operazione Albania — più propagandistica che risolutiva — è inciampata in un principio basilare dello Stato di diritto: non è la politica a stabilire da sola dove finiscono i diritti e dove iniziano i respingimenti.

L’errore alla base
Il barcone di migranti affondato al largo della Grecia (Foto: Guardia Costiera greca © Imagoeconomica)

E qui veniamo al punto. L’errore non è stato quello di cercare soluzioni nuove al fenomeno migratorio. È stato quello di spacciarle per definitive, blindate, indiscutibili. È stato quello di urlare “funziona” prima ancora che iniziasse a funzionare. Di farne un vessillo identitario, anziché una politica pubblica sottoposta, come tutte, al vaglio di chi ha il compito di garantire che i Diritti non siano sacrificati sull’altare del consenso.

La sentenza di Lussemburgo, ci piaccia o no, non è una manovra di sabotaggio contro l’Italia. È la riaffermazione — limpida e inevitabile — di una gerarchia di poteri: la legge prima della politica, il diritto prima del decreto. Ed è, se vogliamo, una lezione per tutti, a destra come a sinistra: le scorciatoie, in materia di diritti, non portano mai a destinazione.

E invece Non Fun – zio – na – no.

RICCARDO ROSCIA

Riccardo Roscia

Un buco nell’acqua, grande quanto una campagna elettorale mai iniziata. L’ex sindaco Riccardo Roscia ci aveva provato: chiedere al Comune un risarcimento da 257.000 euro per essere stato – a suo dire – ingiustamente escluso dalla carica di consigliere comunale nel 2017. Ma il giudice ha detto no. E lo ha fatto con una sentenza netta, che demolisce pezzo dopo pezzo la richiesta dell’ex primo cittadino.

Roscia chiedeva soldi per tutto: 85.100 euro per il mancato esercizio della carica di consigliere comunale, 46.800 per quella provinciale, 15.000 per non aver potuto partecipare alle elezioni del 2019, e altri 110.000 per la “perdita di chance” di una candidatura alle Regionali del 2018. Ma secondo il giudice quelle erano ipotesi, non fatti. Aspettative, non diritti.

Prima l’elettore
(Foto: Saverio De Giglio © Imagoeconomica)

“La libertà dell’elettore è sacra”, scrive il magistrato, spiegando che non c’è alcuna certezza che Roscia sarebbe stato effettivamente eletto, né in Comune, né in Provincia, né tanto meno in Regione. E soprattutto – si legge nel dispositivo – “non è possibile stimare il comportamento libero e insindacabile degli elettori”, che avrebbero potuto esprimere preferenze diverse.

La decisione, che accoglie in pieno le tesi difensive dell’avvocato Sandro Salera (legale del Comune di Pontecorvo), chiude così una vicenda che aveva il sapore della rivincita personale, ma che si è conclusa come una doccia fredda.

Morale della storia? In democrazia si vince con i voti, non con le ipotesi. E la Politica, a differenza delle Aule di Giustizia, non prevede rimborsi per i sogni infranti.

Il buco nell’acqua.