I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 20 dicembre 2025
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 20 dicembre 2025.
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IGNAZIO PORTELLI

Ci sono riconoscimenti che non hanno bisogno di enfasi, perché parlano da soli. L’invito rivolto a Ignazio Portelli a chiudere l’Assemblea generale dei prefetti di Francia è uno di questi. Non un atto di cortesia diplomatica, ma una scelta che pesa, perché rompe una consuetudine: mai prima d’ora Parigi aveva affidato la conclusione dei suoi lavori a un prefetto straniero.
È un privilegio vero, nel senso più alto del termine. Non personale, ma istituzionale. Riguarda l’Italia, la sua amministrazione dello Stato, la qualità di una scuola prefettizia che all’estero continua a essere osservata con rispetto. Quando i francesi chiedono a un italiano di spiegare il futuro del prefetto nel mondo, significa che riconoscono autorevolezza, competenza, visione.
Lezione silenziosa sull’importanza del merito
Colpisce il tempismo. Questa “chiamata” arriva dopo mesi non semplici, segnati da un pensionamento anticipato rivelatosi infondato e corretto solo grazie a una sentenza del Tar. Un passaggio che, letto oggi, assume quasi un valore simbolico: mentre in casa nostra qualcuno faceva male i conti, fuori dai confini nazionali si continuava a fare affidamento su Portelli.

Non è una rivincita, e non serve leggerla come tale. È piuttosto una lezione silenziosa su come funzionano le istituzioni quando guardano al merito e non alle pratiche burocratiche. A Parigi non interessava una polemica italiana, ma la sostanza di un profilo professionale.
Per Frosinone, che Portelli l’ha conosciuto da prefetto, resta un motivo di orgoglio sobrio. Per lo Stato, una conferma: certe figure non si improvvisano e non si archiviano con una firma frettolosa. Perché l’autorevolezza, quella vera, non va mai in pensione.
Il tributo dei francesi
GENESIO ROCCA

C’è un momento preciso in cui una battaglia smette di essere locale e diventa nazionale. Quel momento, per Genesio Rocca, è arrivato oggi, con la prima pagina de Il Sole 24 Ore. Non per un premio, non per un fatturato record, ma per una denuncia. E questo dice già molto.
La notizia era nell’aria. Anzi, era già scritta. Nei giorni scorsi alessioporcu.it (leggi qui La rabbia di Genesio Rocca: giocattoli killer online, l’86% è fuori norma) l’aveva anticipata, raccontando la rabbia di un imprenditore che non accetta di competere in un mercato truccato, dove i giocattoli fuori norma arrivano online come proiettili invisibili. Oggi quella rabbia diventa tema nazionale.
Il punto non è solo economico. È civile. Rocca mette il dito nella piaga di un sistema che tollera l’intollerabile: prodotti non conformi alle norme europee, potenzialmente pericolosi, venduti a pochi euro sulle grandi piattaforme digitali. Fuori legge. Fuori controllo. Fuori concorrenza leale.
Una battaglia di legalità

Qui non siamo davanti alla solita lamentela di categoria. Qui c’è un imprenditore che chiede regole uguali per tutti. Che ricorda una verità scomoda: chi rispetta le norme costa di più, chi le ignora vince sul prezzo. E quando il cliente è un bambino, il prezzo più basso diventa un rischio.
Il Sole 24 Ore porta la questione dove deve stare: al centro del dibattito economico e politico. Perché non è solo un problema di imprese penalizzate, ma di Stato assente. Di controlli che non arrivano. Di confini digitali che non esistono, mentre quelli normativi restano sulla carta.
Rocca non chiede protezionismo. Chiede legalità. Che è un concetto più impegnativo. Significa controllare, sanzionare, bloccare. Significa dire alle piattaforme che non possono essere solo vetrine, ma anche responsabili di ciò che vendono.
Un territorio che pensa e non si lamenta

C’è anche un altro aspetto, meno visibile ma decisivo. Questa storia dimostra che il territorio può ancora produrre pensiero, non solo lamenti. Un imprenditore del Lazio che anticipa un tema, lo pone con forza, e costringe il giornale economico più autorevole del Paese a occuparsene.
Quando accade, non è solo una soddisfazione personale. È la prova che alcune battaglie, se fondate e testarde, prima o poi arrivano in prima pagina. E a quel punto non possono più essere ignorate.
Non c’è più tempo per giocare.
SERGIO MATTARELLA
Ci sono due modi per incarnare le istituzioni. Il primo è quello formale, legato cioè ad un dovere che “compete” il ruolo che si ricopre. Il secondo è quello umano. Quello cioè in cui, anche a considerare il ruolo istituzionale, si sente tutto il calore.

Il calore che un signore a nome Sergio Mattarella sa mettere, ad esempio, nel suo messaggio in videocollegamento ai contingenti italiani impegnati nei teatri di operazioni internazionali.
Cioè ai nostri soldati che passeranno il Natale e le festività connesse lontani da casa, dagli affetti, dal calore che noi ci godremo. E quel grazie da parte del Capo dello Stato è stato rivolto ecumenicamente “a tutti i militari per il sacrificio di passare il Natale lontani da casa svolgendo un compito importante per il nostro Paese”.
Streaming con il Covi

Il presidente della Repubblica lo ha detto, non senza emozione, rivolgendosi in streaming al Comando operativo di vertice interforze per il tradizionale scambio di auguri con le nostre stellette.
E Mattarella lo ha fatto con queste parole, toccanti e sentite. “Il mio obiettivo è esprimere riconoscenza per quello che viene compiuto nelle missioni. È una occasione per me per esprimere quanto sia importante per la Repubblica l’opera svolta dalla forze armate, il servizio reso alla comunità nazionale, il grande contributo per la sicurezza”.
Questi concetti espressi con fermezza e benevolo paternalismo ai militari italiani impegnati all’estero, dal Libano all’Iraq, ha dato la cifra di quanto l’inquilino attuale del Colle sappia coniugare forma e sostanza, sostanza emotiva.
Con lui Crosetto, Portolano e Figliuolo

Il Presidente della Repubblica ha rivolto i suoi auguri di buon Natale dalla sede del Comando operativo di vertice interforze, “accompagnato – come ha spiegato Repubblica –dal ministro della Difesa, Guido Crosetto, dal capo di stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, e dal comandante del Covi, Francesco Figliuolo“.
E quella di ieri è stata anche un’occasione anche per ricordare, “con un pensiero di rimpianto, i caduti in servizio che fanno parte del patrimonio di memoria delle forze armate”.
E a chiosa: “Le missioni sono tutte importanti, tutte di grande rilievo anche se naturalmente di diverso calibro per quanto riguarda l’impegno partecipativo, le tensioni e le difficoltà. Ovunque però viene dimostrata alta professionalità, senso del dovere”.
Capo delle Forze Armate… e loro papà.
FLOP
GIULIO CONTI

C’è un confine sottile, in politica, tra comunicare e prendersi meriti non propri. Ed è un confine che l’assessore ai Lavori pubblici di Ceccano Giulio Conti ha superato con sorprendente leggerezza, inciampando in una magra figura tutta social.
Un post su Facebook per annunciare l’avvio dei lavori di rifacimento dell’asfalto in località Colle Leo. Tono soddisfatto, foto di rito, messaggio chiaro: l’amministrazione c’è, lavora, sistema. Peccato che, sotto quel post, sia bastato il commento secco per rimettere le cose al loro posto: non lavori comunali, ma semplici ripristini eseguiti da Acea dopo interventi sulla rete. Fine della narrazione. Sipario calato. Anzi no. Chi ha dato la bacchettata sulle mani dell’assessore? Il profilo della lista civica Nuova Vita che esprime in Giunta il vicesindaco.
Non è una questione tecnica, ma politica. Perché un assessore ai Lavori pubblici dovrebbe sapere – e dire – chi fa cosa. E soprattutto dovrebbe evitare di spacciare per azione amministrativa ciò che è un obbligo contrattuale di una società che scava e poi deve rimettere l’asfalto com’era.
Boomerang politico
Il problema non è Acea. Il problema è l’illusione di poter usare i social come un comunicato stampa senza contraddittorio. Ma Facebook non è una bacheca vuota: è una piazza. E in piazza qualcuno che conosce le cose c’è sempre.

Il risultato è un boomerang politico classico: tenti di rafforzare l’immagine, ottieni l’effetto opposto. Perché se anche un intervento minimo viene “gonfiato”, viene spontaneo chiedersi cosa accada quando i lavori sono davvero del Comune.
La trasparenza non è un dettaglio. È l’unica strada. Dire che quei lavori li fa Acea non avrebbe tolto nulla al Comune. Anzi, avrebbe mostrato correttezza istituzionale.
Così, invece, resta la sensazione di una politica che confonde il fare con il raccontare. E quando il racconto viene smontato da un cittadino qualsiasi, il danno non è solo d’immagine. È di credibilità.
La gallina che canta prima ha fatto l’uovo.



