Top e Flop, i protagonisti di sabato 23 maggio 2026

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 23 maggio 2026.

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 23 maggio 2026.

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TOP

CRISTOPHER FARONI

Cristopher Faroni

Non finiscono con la sentenza. Ci sono storie che vanno avanti anche oltre. Fino a che trova la pace chi ha resistito senza spezzarsi. Cristopher Faroni, presidente del Gruppo INI, è uno di quegli uomini. E la conferma delle condanne per il maresciallo Giuseppe Costantino e l’ex sindacalista Andrea Paliani (per il quale però sarà necessario un altro passaggio in Appello per la definizione della pena) è la fine di una vicenda che fine, in realtà, non avrà mai del tutto.

I numeri di ciò che il Gruppo INI ha subito tra il 2017 e il 2018 bastano da soli a raccontare la dimensione del sopruso: circa settanta ispezioni in un anno, rapporti bancari deteriorati, crediti bloccati, rimborsi fermi. Un sistema di pressioni costruito con la complicità di «conoscenze a vari livelli istituzionali»: parole che pesano come macigni, perché evocano una rete che va ben oltre i due condannati. E al culmine di tutto, la proposta: 250.000 euro per far sparire le indagini. Un ricatto esplicito, detto a voce, da chi pensava di avere abbastanza potere da potersi permettere qualsiasi cosa.

Faroni ha detto no. È andato alla Procura della Repubblica di Roma ed ha denunciato tutto.

La capacità di sopportare

Non è una cosa ovvia. In certi contesti, denunciare richiede un coraggio che molti non trovano. Richiede la capacità di sopportare quello che viene dopo: altri anni di incertezza, il processo, l’attesa della sentenza. E nel mezzo, la perdita di suo padre, l’indimenticato Delfo Faroni «venuto a mancare per il dolore causato da queste vicende». Una ferita che nessuna sentenza potrà mai risarcire.

«Abbiamo dovuto ricostruire rapporti, credibilità e stabilità finanziaria. Lo abbiamo fatto con sacrificio», dice oggi. È la sintesi di otto anni di resistenza: quella silenziosa, ostinata, quotidiana di chi non cede al ricatto e poi deve ricostruire tutto da capo mentre il processo fa il suo corso.

Un’azienda fondata nel 194780 anni di storia sanitaria, 100.000 pazienti l’anno: tutto questo è sopravvissuto grazie alla pazienza di un uomo che aveva ragione e ha aspettato che qualcuno lo riconoscesse. La Giustizia ha fatto il suo corso. Con i suoi tempi, come sempre. Ma ha fatto il suo corso.

Quando resistere è già una vittoria.

SARA BATTISTI

Sara Battisti

Non era per fare bella figura. Non era per convocare una conferenza stampa e mettere un post sui social. Assolutamente no. Non faceva parte del copione collaudato, comodo, che consente di dire di aver fatto qualcosa senza doversi sporcare le mani con la fatica vera. Sara Battisti non lo ha fatto per quello, non lo ha fatto per stare nel copione: lei vuole che la sua proposta per l’istituzione del servizio di assistenza psicologica primaria diventi una legge valida in tutto il Lazio.

Lo vuole perché quella proposta non è nata in un ufficio del Consiglio Regionale ma nelle case, nelle piazze, nelle assemblee di cittadini che hanno firmato — 13.000 di loro — perché riconoscevano in quella proposta una risposta a un bisogno reale. Tredicimila firme raccolte per un’iniziativa legislativa popolare sono un mandato democratico.

Ora che il controllo di regolarità formale ha confermato la correttezza del percorso — e le tempistiche regolamentari impongono l’iscrizione all’ordine del giorno del Consiglio entro la settimana prossima — Battisti non si è fermata ad aspettare. Ha scritto al presidente Rocca chiedendo un confronto diretto, trasparente, costruttivo. Non uno scontro: un dialogo. Non una trappola politica, una proposta: sediamoci insieme e troviamo il modo di portare questa legge all’approvazione.

Emergenza reale
Foto: Can Stock Photo / Ambro

La salute mentale nel Lazio è un’emergenza reale: lo dicono i numeri, lo dicono le liste d’attesa, lo dicono le famiglie che non trovano risposte nel sistema pubblico e non possono permettersi quello privato. Un servizio di assistenza psicologica primaria accessibile e diffuso non è un lusso ideologico: è la risposta strutturale a un problema che cresce ogni anno e che la pandemia ha amplificato in modo irreversibile.

Dietro la firma di Battisti ci sono altre diciannove — consiglieri regionali di PDM5SItalia VivaSinistra Civica Ecologista. Un fronte largo, costruito sulla sostanza di una proposta che non appartiene a nessuna bandiera di partito. La salute mentale non ha colore politico. Ce l’hanno solo le resistenze a occuparsene seriamente.

Sara Battisti ha fatto la sua parte. La palla ora è nel campo del centrodestra. Tredicimila cittadini laziali la aspettano dall’altra parte della rete.

Sare ed i 13mila.

FLOP

DEBORA PIAZZA

Debora Piazza

Esiste un confine che una volta attraversato non consente di tornare indietro. In Lombardia Debora Piazza, la Segretaria cittadina della Lega di Barzanò e responsabile lombarda del dipartimento tutela animali del Partito, quella soglia l’ha attraversata con dodici parole pubblicate sotto il video di un comizio di Elly Schlein: l’augurio, nemmeno troppo velato, che qualcuno guidando con problemi di depressione «passasse di lì e facesse un favore»

Il riferimento alla strage di Modena era inequivocabile. La violenza evocata era reale. Il commento è rimasto dodici ore online prima di diventare un caso politico nazionale e venisse rimosso.

La Lega ha sospeso la sua Segretaria immediatamente. Giorgia Meloni ha espresso solidarietà a Schlein con parole nette. Il gruppo consiliare di appartenenza ha chiesto le dimissioni. La stessa Segretaria leghista si è scusata. Il protocollo della crisi politica è stato rispettato in ogni suo passaggio. Eppure qualcosa rimane: qualcosa che le scuse e le sospensioni non riescono a coprire del tutto.

L’arena dell’odio
(Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica)

Quel commento non è nato dal nulla. È nato da un clima in cui l’avversario politico non è più qualcuno con cui si discute ma qualcuno che si odia. In cui il comizio dell’altro non è un momento di democrazia da rispettare ma un bersaglio da colpire. In cui le parole hanno perso il loro peso specifico perché vengono usate e consumate a velocità industriale sui social, senza il filtro che una volta imponeva il fatto di dover guardare qualcuno negli occhi mentre le si pronunciava.

Non è un problema della Lega. È un problema dell’epoca. La polarizzazione politica ha raggiunto livelli in cui chi la pensa diversamente non è un interlocutore ma un nemico. Le piazze — quelle fisiche, quelle social — non sono più luoghi di confronto ma arene di conferma: si va per sentire ciò che già si pensa, si urla contro chi pensa altro, si torna a casa con le proprie certezze rafforzate e le proprie ostilità alimentate.

Nessuna sospensione disciplinare, per quanto giusta e tempestiva, dice da dove possiamo ripartire.

Oltre la linea della decenza.