I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 26 ottobre 2024
I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 26 ottobre 2024.
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FEDERICA ACETO

Ci vuole coraggio. Perché la tempesta è nel pieno della sua potenza ed è solo all’inizio. La prospettiva è peggiore di quella che gli inglesi ricevettero da Winston Churchill nel maggio del ’40 quando gli promise niente altro che sangue, fatica, lacrime e sudore. Nonostante questo Federica Aceto, vicesindaco di Ceccano, ha accettato la sfida.(Leggi qui: La maggioranza prende le distanze da Caligiore, il prefetto lo sospende).
Il sindaco Roberto Caligiore è a casa agli arresti domiciliari, contro di lui ci sono quasi 150 pagine con nessun aggettivo e solo sostanza. Che lo inchiodano alle accuse di avere preso tangenti per pilotare gli appalti finanziati con soldi europei del Pnrr e non solo. Tra martedì e mercoledì proverà a ribaltarle e spiegare che hanno preso un colossale abbaglio. E che hanno equivocato quando lui parlava con la donna alla quale diceva di nascondere bene i contanti mentre una cimice registrava. Ma intanto il peso delle accuse per ora è lì. E rischia di schiacciare non solo lui ma anche il resto della sua amministrazione.

Che per ora non viene citata nel provvedimento. Come se il sindaco avesse agito da solo ed alle spalle della sua squadra. Ma l’inchiesta non è chiusa, i magistrati non hanno consegnato agli avvocati l’avviso previsto dall’articolo 415 del Codice di Procedura. Quindi si continua a scavare. Con il rischio che esca altro. O che esca nulla perchè nulla di altro c’è.
Federica Aceto ha riunito la maggioranza: tutti dicono che nell’atto nessuno di loro viene citato perché niente di altro c’è. E che si deve andare avanti. Hanno scofessato l’uomo che fino all’inizio di questa settimana li ha guidati. Ed hanno scelto di andare avanti da soli.
Dimettersi in massa sarebbe stata la cosa più semplice, la più dignitosa secondo alcuni. Una fuga invece secondo lei. Che ha scelto di restare e di assumere su di se la responsabilità politica ed amministrativa di una Ceccano nella tempesta.
Non è facile. Ci vuole coraggio.
MARIO ABBRUZZESE

“Desidero esprimere tutta la mia vicinanza al collega Massimo Ruspandini. Per anni ha sostenuto il primato del ‘modello Ceccano’ contrapponendolo con sprezzo al ‘Modello Abbruzzese’. Le vicissitudini di questi giorni che coinvolgono il suo sindaco di Ceccano mi inducono a continuare nella riflessione e nella comparazione dei due modelli. Per il momento continuo a rimanere convinto del Modello Abbruzzese”. Gelido come una ventata di buran, velenoso come un crotalo, perfido più di tarpea: l’ex presidente del Consiglio regionale Mario abbruzzese ha atteso silenzioso per anni.
Mai aveva reagito quando l’emergente Massimo Ruspandini, non ancora senatore né deputato, lo prendeva a bersaglio dei suoi strali denunciando ‘il metodo Abbruzzese’. Cioè un metodo di gestione del potere politico e della cosa pubblica dai quali Ruspandini prendeva le distanze in maniera tanto netta quanto viscerale. Sottintendendo che fossero metodi moralmente corrotti.

Abbruzzese ha attraversato diverse vicissitudini giudiziarie uscendone sempre indenne. Non era semplice: era il Presidente d’Aula nella stagione di Renata Polverini durante la quale tutto crollò sotto il peso degli scandali. Per anni i due si sono evitati, il destino li ha fatti ritrovare sotto la stessa coalizione.
Molti filosofi paragionano la vita ad una ruota e dicono che giri. Nessuno sa se in questo momento quella di Abbruzzese sia in ascesa e quella di Ruspandini viaggi nel senso opposto. Ma appena la carne dell’avversario gli è capitata a tiro, l’ex presidente ha sferrato il morso: gelido, velenoso, perfido.
La vendetta è un piatto che si serve freddo.
FLOP
MASSIMO RUSPANDINI

Come Iosif Vissarionovič Džugašvili più noto ai posteri come Stalin. Il giorno in cui un’armata composta da tre milioni di soldati dell’Asse invase l’Unione Sovietica lui si ritirò nella sua dacia aspettando che i generali dell’Armata Rossa approfittassero di quel rovescio per liberarsi di lui e fucilarlo. Perchè il patto con i nazisti di Hitler lo aveva voluto lui, anche se a firmarlo furono i ministro Molotov e Ribentropp.
Dopo tre giorni effettivamente i generali andarono da lui. Che rimase sorpreso quando gli dissero che erano andati a sollecitarlo a prendere il comando. Perché ormai l’Urss era Stalin e Stalin era l’Urss. Stalin allora fece fucilare il comandante del Fronte Occidentale generale Pavlov ed il comandante della 4ª Armata Korobkov ed emanò il celebre Ordine N°227: Indietro non si torna, indietro non c’è terra.
Da quando il sindaco della sua Ceccano Roberto Caligiore è stato messo agli arresti domiciliari lui s’è chiuso nel silenzio più assoluto. A chi glielo domanda, il deputato e presidente provinciale di Fratelli d’Italia chiede qualche giorno prima di commentare l’inchiesta “The good lobby”.
L’altra priorità

Non è questo il momento per sentirsi colpevole di avere indicato alla città Roberto Caligiore ed averlo fatto votare fino a diventare sindaco. Non è questo il momento di lasciare un’amministrazione ed un Partito senza un segnale chiaro e forte. Per la delusione e l’amarezza, c’è tempo a volontà. Ora invece è il momento di agire: prendendo le distanze, confidando nel lavoro della magistratura, esprimendo eventualmente l’auspicio che tutto possa chiarisi, testimoniando la propria vicinanza umana alla famiglia.
Il Partito è confuso. Se può consolare, lo fu anche la Lega quando, anni fa, scoprì storie di diamanti e di lauree comprate con i soldi del Partito. Al punto che a Pontida sostituirono una lettera allo slogan Padroni a casa nostra. Mutarono la P iniziale con una L che cambiava la frase in Ladroni a casa nostra. Ne sono usciti. Ma non sono rimasti all’angolo.
Ruspandini ora ha il dovese di scrollarsi dalle spalle il legittimo senso di delusione ed il senso di responsabilità per la scelta dell’uomo. E di serrare i ranghi, guidando il partito. Qualunque sia l’esito giudiziario.
I capitani si vedono nella tempesta.
PAOLO CORSINI

Capita. Soprattutto quando ci si appassiona ad una partita che si sta giocando e si sta con gli scarpini sul campo a diretto contatto con i terzini e gli attaccanti avversari. Ci sta perché significa attaccamento totale alla missione che è stata affidata. Ma ci sono limiti che non possono essere valicati: anche se sei un giocatore di nome, soprattutto se hai una fascia che ti assegna delle responsabilità. Il cartellino rosso in quei casi è diretto. Come nel caso di Paolo Corsini, l’alto dirigente Rai che ha definito ‘un infame‘ Corrado Formigli.
La questione ha suscitato un’ondata di indignazione. Ampiamente motivata, largamente strumentalizzata. Ci sta anche questo.
Corsini ha avvertito la marcatura asfissiante che Formigli sta facendo al Governo Meloni. Che il suo sia un giornalismo equilibrato o militante è dibattito inutile: Montanelli diceva che chiunque pensi esista il giornalismo imparziale è un imbecille. Perché ciascuno, in ciò che fa, qualsiasi cosa faccia, ci mette ciò che è, ciò che pensa, le sue esperienze di vita, la sua visione delle cose. E quella di Corrado Formigli non è evidentemente intrisa d’olio di ricino. Ma a modo suo è plurale: il che è la vera prova di democrazia. Quella che forse a Corsini resta incomprensibile.

Il più abile di tutti, tra tanta indignazione, è stato lo stesso Formigli. Che senza scandalizzarsi ha ricordato come il dirigente, capo degli Approfondimenti Rai, sia salito sul palco di Atreju definendosi militante di FdI. E liquidando la cosa con una frase: “Io credo che la cosa sia molto più semplice, che la reazione di Corsini sia dovuta al grande nervosismo generato dalla lunga serie di flop che ha collezionato. Non ne azzecca una. Detto questo, ho trovato l’insulto gratuito e fuori luogo. Mi domando che cosa pensa di fare la Rai”.
Nemmeno Zidane.



