I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 27 settembre 2025
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 27 settembre 2025
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GIUSEPPE TOMASSO

Quando nel 1996, da dottorando, cominciava a studiare i motori asincroni e la trazione ferroviaria, parlare di auto elettriche in Italia sembrava pura fantascienza. Oggi il professor Giuseppe Tomasso, ordinario di Ingegneria Elettrica all’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, è diventato uno dei riferimenti nazionali e internazionali nel campo della mobilità sostenibile.
Da anni guida il Laboratorio di Automazione Industriale dell’ateneo, forma ingegneri capaci di progettare sistemi elettrici complessi e porta i suoi studenti a confrontarsi con l’Europa, anche attraverso la European PhD School ospitata al Castello di Gaeta. È coordinatore del network Greencities, rete europea sulla mobilità elettrica sostenuta dalla Commissione Ue, e continua a intrecciare didattica, ricerca e industria.
Il suo lavoro si vede oggi nei progetti che stanno trasformando il territorio. È stato motore della nascita della Scuderia Unicas, la squadra di studenti che ha appena presentato una monoposto elettrica progettata da zero: batteria su misura, trasmissione dedicata, aerodinamica in fibra di carbonio. Un laboratorio reale per circa 60 ragazzi che, sotto la sua guida, hanno dimostrato come anche in un’università “periferica” si possano produrre innovazione e competenze di livello globale. (Leggi qui: La sfida elettrica di Scuderia Unicas: così gli studenti corrono oltre la crisi).
Oltre l’aula

L’impatto va oltre l’aula. Cassino e il Lazio meridionale vivono la crisi di Stellantis e dell’automotive tradizionale, con crolli produttivi e posti di lavoro a rischio. Ma il lavoro di Tomasso e della sua scuola dimostra che il territorio può reinventarsi, puntando su formazione avanzata, ricerca applicata e nuove filiere tecnologiche, dall’elettrico all’aerospaziale.
L’Italia che arranca nella transizione, il professor Tomasso rappresenta la prova che innovazione e crescita possono germogliare anche lontano dai grandi poli metropolitani. Basta avere visione, talento e radici ben piantate nel territorio.
Il prof che accende nuovi motori.
MARIO ABBRUZZESE

Si arriva ad una fase della politica in cui la ricerca della visibilità immediata lascia spazio a un ruolo diverso: quello di chi non deve più dimostrare nulla ma può indicare la strada. È la fase che sembra aver imboccato Mario Abbruzzese, ex presidente del Consiglio regionale del Lazio, oggi segretario organizzativo della Lega nel Lazio.
Nell’intervista rilasciata ieri ad Alessioporcu.it ha scelto parole misurate, senza appelli roboanti. Ha proposto una “semplice riflessione”: il centrodestra, in vista delle elezioni provinciali di Frosinone del gennaio 2026, dovrebbe presentarsi con una lista unitaria. Un messaggio che va oltre il tatticismo contingente e fotografa un metodo: la coesione come forma di maturità politica. (Leggi qui: Abbruzzese: «Lista unita alle Provinciali per dimostrare la maturità del centrodestra»).
Abbruzzese sa cosa significa pagare gli errori delle divisioni. Li ha vissuti sulla propria pelle in anni in cui il centrodestra, spesso litigioso, ha consegnato spazi preziosi agli avversari. Oggi, dalla sua postazione, rivendica l’opposto: unità come valore, compattezza come forza. Non un esercizio retorico ma la condizione per eleggere una maggioranza solida in Consiglio provinciale e preparare le sfide comunali che verranno.
Il padre nobile

Ecco perché le sue parole assumono il peso di un padre nobile. Non più il leader che reclama candidature ma l’uomo che indica un perimetro: evitare personalismi, scegliere insieme il futuro presidente della Provincia, usare le Provinciali come banco di prova per consolidare un fronte comune.
Le ambizioni personali spesso prevalgono sull’interesse collettivo, la voce di Abbruzzese ricorda invece che la politica non è solo conquista di posti ma costruzione di percorsi. E che il centrodestra, se vuole essere davvero competitivo, deve saper fare ciò che a parole proclama: camminare unito.
Il tempo del padre nobile.
FLOP
L’ISTAT

Basta un caffè per scatenare un terremoto. Non un doppio, non un corretto: un semplice espresso da 1,50 euro. Prezzo che a fine agosto ha fatto di Benevento la capitale provvisoria del carovita, la piccola Atene del cappuccino caro.
Peccato che non fosse inflazione ma confusione. L’impiegata comunale incaricata di rilevare i prezzi per l’Istat aveva deciso che la vita è troppo breve per un caffè al banco e che, sedersi al tavolino, fosse un diritto esistenziale. Così ha trasmesso a Roma il dato sbagliato: euro e cinquanta, come fosse Fifth Avenue.
Il resto è cronaca: troupe tv, editoriali indignati, sindaco Mastella pronto a filosofeggiare tra mozzarella e arabica. E poi l’incredulità popolare: “Ma davvero da noi si paga come in via della Spiga?”. Sembrava l’ennesimo sintomo di un Paese in balia del carrello che sale e della Bce che nicchia.
Anima fallibile

Invece era solo la prova che anche le statistiche hanno un’anima fallibile. Perché il problema non è sempre l’inflazione ma la percezione. Basta un refuso, un tavolino al posto del bancone e l’Italia scopre di essere povera e cara allo stesso tempo.
Ora l’Istat ha corretto l’errore, Confesercenti ha difeso l’onore della tazzina, e la zelante rilevatrice è stata rimossa dall’incarico. Giusto o sbagliato? Diciamo che, se avesse segnato il prezzo al tavolino vero, a Benevento avremmo già superato i due euro e cinquanta. A quel punto sì, altro che inflazione: sarebbe stata rivoluzione.
Il costo di un caffé scorretto.
BEATRICE VENEZI

Alla Fenice di Venezia, mentre fuori piove e dentro si prova Mahler, l’aria sa di ammutinamento. Non capita spesso che un’orchestra sfiduci in blocco il nuovo direttore prima ancora che salga sul podio. Con Beatrice Venezi è successo.
Trentacinque anni, fama da enfant prodige, vicinanza dichiarata a Fratelli d’Italia, follower a grappoli sui social e ospitate televisive. Ma per i professori d’orchestra e i coristi del teatro lirico più prestigioso dopo la Scala, non basta. «Il curriculum non è comparabile», hanno scritto in un documento che è insieme atto d’accusa e richiesta di revoca.
È solo questione di merito, giurano, niente politica. Eppure la politica aleggia eccome, perché nel nome di Venezi convivono due simboli: la giovane direttrice che ha saputo farsi spazio nel mainstream e la figura pubblica che piace alla destra di Governo. E così il conflitto di credibilità rischia di trasformarsi in battaglia ideologica.
Voglia di crescere
Il problema non è che Venezi sia giovane o mediatica. Il problema è se alla Fenice possa garantire quella “lezione continua” che gli orchestrali chiedono: perché qui non si viene per lo stipendio, ma per crescere artisticamente. Se il livello si abbassa, il danno non è solo interno: investe la città, i concorsi, la reputazione internazionale del teatro.
Il sovrintendente parla di incomprensioni, promette incontri chiarificatori. Ma resta l’impressione di una nomina che nasce fragile. Alla Fenice, più che la musica, oggi risuona una domanda: il podio è un palco artistico o un palcoscenico politico?
La Fenice, la musica e la politica che stona.



