Top e Flop, i protagonisti di sabato 3 gennaio 2026

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 3 gennaio 2026.

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 3 gennaio 2026.

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TOP

MARCO DELL’ISOLA

Il rettore Marco Dell’Isola

Il debito Unicas è una riga chiusa: il buco contabile che si era aperto all’epoca dei grandi cantieri è materia del passato. Il Ministero ha accettato l’estinzione anticipata del prestito che aveva fatto, rimane una sola rata che nel 2026 verrà onorata. Il resto è agenda politica universitaria, nel senso migliore del termine. C’è questo nelle parole del rettore Marco Dell’Isola su Alessioporcu.it (Leggi qui: Cassino, il giorno dopo il debito Unicas).

Dell’Isola racconta un’Unicas che smette di difendersi e ricomincia a proporsi. Nuovi corsi attivati, percorsi formativi che parlano al mercato del lavoro reale e non alle mode accademiche. È lì che si misura la qualità di un ateneo: nella capacità di essere utile, prima ancora che prestigioso.

C’è poi il tema delle relazioni internazionali. Non come vetrina, ma come rete concreta. Accordi con università europee, mobilità vera di studenti e docenti, scambi che fanno circolare competenze. L’idea è semplice e ambiziosa: Unicas non come periferia, ma come nodo. Gli spin off universitari sono un altro segnale chiaro. Quando la ricerca esce dai laboratori e diventa impresa, significa che l’università sta funzionando. Non produce solo titoli ma valore. Economico, tecnologico, territoriale.

Senza trionfalismi

E poi l’attrattività. Studenti stranieri che arrivano a Cassino non per caso, ma per scelta. Perché trovano corsi competitivi, servizi, un ambiente che non li considera ospiti temporanei ma parte di una comunità accademica. In controluce, emerge una visione precisa: Unicas come infrastruttura di sviluppo del Lazio meridionale. Non un’appendice, non un presidio da difendere ma un motore da far girare a regime.

Dell’Isola evita i toni trionfalistici e fa bene. Perché il messaggio non è “tutto va bene”, ma “ora sappiamo dove andare”. Ed è una differenza enorme, soprattutto in un territorio che troppe volte ha vissuto di occasioni mancate. Alla fine, l’intervista restituisce un’università che non chiede protezione ma attenzione. Che non rivendica rendite di posizione ma costruisce relazioni, competenze, futuro.

Ed è forse questo il dato più politico di tutti: Unicas non sta più spiegando perché esiste. Sta spiegando a cosa serve.

L’ascensore del territorio.

LA ASL DI FROSINONE

Giancarlo D’Andrea

C’è un modo semplice per misurare la qualità di una sanità pubblica: vedere cosa succede quando nessuno guarda. Di notte, nei festivi, a Natale e subito dopo Capodanno. È lì che si capisce se un sistema regge o se si limita a sopravvivere. Quello che è accaduto alla ASL di Frosinone a cavallo tra il 24 dicembre e i primi giorni di gennaio racconta una storia chiara. Raccontata dai fatti.

Alla vigilia di Natale una paziente arriva allo Ospedale Fabrizio Spaziani di Frosinone con un aneurisma cerebrale rotto. In pratica: una sacca di sangue che si era formata in un’arteria del cervello si è lacerata, causando un sanguinamento improvviso e violento nello spazio intorno al cervello. Emergenza assoluta. Allo Spaziani è entrata in scena la “ultra-early surgery”: diagnosi immediata, angio-Tac, sala operatoria. Tempo minimo, precisione massima. Vita salvata.

Non è fortuna. È organizzazione. È una neurochirurgia che lavora come un reparto di fascia alta, con numeri, volumi e prontezza che i dati Agenas certificano: 113 craniotomie in un anno non sono un dettaglio statistico ma competenza che si allena ogni giorno. Mentre il resto del mondo affettava il panettone, l’equipe guidata da Giancarlo D’Andrea, con Vincenza Maiola e Guglielmo Iess, ha dimostrato che l’emergenza non conosce calendario.

In scioltezza

Poi passa Capodanno ed a Sora arriva un’altra situazione da stress test. Una giovane paziente, candidata altrove a un intervento demolitivo al colon, trova allo Ospedale SS. Trinità una strada diversa. Più avanzata. Più rispettosa del corpo.

Il dispositivo FTRD permette una resezione completa, mininvasiva, in ambulatorio. In parole semplici? Invece di ricoverarla, aprirla, tagliarle un pezzo di colon, l’hanno trattata senza bisturi tradizionale e senza niente ricovero. Una tecnologia che pochi centri sanno usare e che qui viene messa in pratica dal dottor Massimo Pompa con naturalezza clinica.

Due episodi, una stessa lezione: la sanità pubblica funziona quando investe in persone, organizzazione e competenze. Da anni la Asl di Frosinone sta dimostrando che non è indispensabile andare fuori: non è Zurigo ma più di qualcosa da clinica svizzera la facciamo, sotto casa e con la sanità pubblica. Qui non si rincorre l’eccellenza: la si pratica. Anche quando il calendario direbbe di no. (Leggi anche: Quando il Sud salva la vita e il Nord si ferma).

La geografia invertita.

FLOP

JACOPO MADAU

Jacopo Madau

Ci sono confini che un amministratore pubblico non dovrebbe mai superare. Non per opportunità politica, ma per igiene istituzionale. Dire a una persona “non sei il benvenuto” a causa della sua nazionalità è uno di quei confini. Lo ha valicato Jacopo Madau, assessore alla Cultura di Sesto Fiorentino: non un commentatore da Bar dello Sport, non un attivista qualunque ma un rappresentante delle istituzioni. Ed è questo il punto.

Il bersaglio è Manor Solomon, professionista appena arrivato alla Fiorentina. Colpa imputata: essere israeliano e, per associazione, portatore delle responsabilità del governo Netanyahu. Una scorciatoia logica che non regge e che fa paura. Qui non c’entra il conflitto israelo-palestinese, né il diritto sacrosanto di criticarne le politiche. Qui c’entra una cosa più semplice e più grave: l’idea che l’identità nazionale possa diventare criterio di esclusione pubblica.

Quando un assessore alla Cultura imbocca questa strada, qualcosa si è rotto. Perché la cultura serve esattamente a evitare che si ragioni per etichette collettive e colpe per discendenza.

Lo Sport è un pretesto
Manor Solomon

Lo sport, in tutto questo, è solo il pretesto. Non un rifugio neutro ma nemmeno un tribunale politico. Chiedere a un calciatore di rispondere di guerre, governi e strategie militari è una scorciatoia emotiva che confonde giustizia e rabbia. Le repliche arrivate da Fratelli d’Italia, da Italia Viva e dal console Marco Carrai hanno avuto toni diversi, ma un punto comune: questa linea è sbagliata. Perché se passa l’idea che una persona sia “non gradita” per la sua origine, il passo successivo è sempre lo stesso. Non immediato, non automatico, ma storicamente noto. Ed è per questo che le istituzioni devono essere le prime a fermarsi.

Criticare un governo è legittimo. Delegittimare una persona per la sua nazionalità no. Farlo da un ruolo pubblico è peggio. La politica può essere aspra, il dibattito anche feroce. Ma quando smette di distinguere tra individui e Stati, tra responsabilità personali e collettive, smette di essere politica e diventa altro.

E quel “altro” non ha mai portato nulla di buono.

Completamente fuori strada.

ELLY SCHLEIN

Elly Schlein (Foto: Ermes Beltrami © Imagoeconomica)

C’erano una volta i cacicchi. E c’era una Segretaria del Pd che prometteva di mandarli in pensione anticipata. Si chiamava Elly Schlein, parlava di rinnovamento, di fine del feudalesimo interno, di sfratto ai capibastone. Applausi. Titoli. Speranze.

Poi sono arrivate le elezioni. E con le elezioni, come da tradizione, è arrivata la realtà.

Perché il Pd, senza i cacicchi, non solo non vince: spesso non apre nemmeno il seggio. Così è successo che quelli che dovevano essere cacciati sono rimasti. Anzi, sono entrati in giunta. In Campania, in Puglia, in tutto il Sud dove i voti non cadono dal cielo ma si raccolgono, uno a uno, con pazienza antica.

Il capolavoro finale di queste ore è Michele Emiliano assessore. Non un comprimario, non un tecnico prestato ma l’Emiro in persona. L’uomo che incarnava tutto ciò che Schlein diceva di voler superare. E invece eccolo lì, riabilitato, rilanciato, normalizzato. Altro che cacicco: “esperienza”. Altro che ras: “radicamento”.

Una parabola a 360 gradi

La parabola è interessante perché non parla solo di Schlein ma della politica italiana tutta. Lei aveva promesso una rivoluzione morale. Poi ha scoperto che le rivoluzioni, senza generali sul territorio, restano conferenze stampa.

A quel punto, inevitabile il ritorno a Machiavelli. Quello vero, non quello delle citazioni da social. Il principe mantiene la parola finché conviene. Quando non conviene più, cambia narrazione. Non più “via i cacicchi”, ma “non sono mai stati cacicchi”. Solo amministratori, notabili gentili, portatori sani di preferenze. Il risultato è che il Pd governa. Vero. Ma governa esattamente come prima, con gli stessi uomini, gli stessi equilibri, le stesse liturgie. Solo con un lessico aggiornato. Che è la vera specialità della casa.

Schlein non è ingenua. È semmai prigioniera della contraddizione che si è costruita da sola: voler sembrare nuova senza poter fare a meno del vecchio. E allora succede questo: si vince, ma a prezzo della propria promessa fondativa. Alla fine resta una domanda semplice: era propaganda o era convinzione? Perché se era propaganda, ha funzionato. Se era convinzione, è finita male.

La cacicca.