Top e Flop, i protagonisti di sabato 3 ottobre 2026

Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 3 ottobre 2026.

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Top e Flop: i fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 3 ottobre 2026.

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TOP

GIANCARLO RIGHINI

L’assessore regionale Giancarlo Righini illustra le cifre nel Consorzio di Bonifica Conca di Sora

Non è consueto intestarsi il compito di dire cose che stanno antipatiche. Viviamo una stagione di populismo esasperato, di politici che tornano ad affacciarsi dal balcone per proclamare sconfitta la povertà, salvo scoprire pochi anni dopo di aver mandato all’aria i conti del Paese. È facile accarezzare la pancia della gente. Più difficile dirle cose che non vuole sentire. Difficilissimo spiegarle che un’imposta va pagata perché con quella si finanzia la sicurezza idraulica di un intero territorio.

Ad assumersi quell’onere, senza se e senza ma, è stato l’assessore regionale all’Agricoltura Giancarlo Righini. Di fronte alla delibera con cui il Consiglio comunale di Sora ha votato l’uscita dal Consorzio di Bonifica Conca di Sora, Righini non ha usato il guanto felpato della diplomazia istituzionale: l’ha definita «una delibera che continuo a giudicare surreale e grottesca», e ha aggiunto, senza girarci intorno, che se per anni nessuno ha chiesto il pagamento dei contributi «era solo per ragioni di clientelismo politico ed elettorale». (Leggi qui: Sora inciampa nella sentenza di Atina: il Consorzio passa al contrattacco).

La forza dei numeri

I numeri, del resto, gli danno ragione più di qualsiasi tono polemico. La petizione che ha innescato la delibera porta 779 firme, 504 validate: appena il 7,52% dei 6.700 consorziati di Sora, il 3,12% dei 16.143 consorziati totali dell’intero Consorzio. (Leggi qui: Consorzio di Bonifica, Sora non ascolta: l’Aula vota la fuoriuscita).

E mentre il Comune ha approvato un atto che la Corte di Giustizia Tributaria, con la sentenza di Atina del 24 settembre, ha già di fatto smentito su un caso analogo (gli atti comunali non possono modificare i perimetri regionali di contribuenza, materia riservata a Consiglio e Giunta regionale) la Regione ha aumentato i trasferimenti al Consorzio del 141% in due anni: da 395.850 euro annui tra 2021 e 2024 a 954mila euro nel 2026. Il Comune, dal suo canto, spende appena 20mila euro l’anno per la convenzione di manutenzione dei fossi, con un risparmio superiore al 50% rispetto ai prezzi di mercato.

Righini, ieri sera, l’ha detto chiaramente: «Mi auguro davvero che adesso si abbia la decenza istituzionale di ritirare la delibera». Nessuna frase per compiacere chi ha firmato la petizione, nessuna ambiguità per non scontentare nessuno. Forse costa qualche voto in meno, sicuramente è capace di catalizzarne più: grazie ad un senso dello Stato che in questa stagione politica non è consueto vedere.

Severo ma giusto.

ANDREA ABODI

di GIOVANNI LANZI
Andrea Abodi (Foto: Giulia Palmigiani © Imagoeconomica)

L’unica colpa che gli si può addebitare è che conosce la materia. Dicevano i latini: “Rem tene, verba sequentur”. Cioè, se conosci l’argomento le parole seguiranno. E così quando lui dice qualcosa, bisogna solo ascoltarlo e soprattutto essere all’altezza di comprendere quello che dice.

Andrea Abodi, ministro per lo Sport e i Giovani, romano, classe 1960, è stato fin da giovanissimo manager di grandi aziende multinazionali, dirigente e consigliere di amministrazione del Coni, presidente della Lega di Serie B nelle stagioni più illuminate della Cadetteria per quasi 7 anni. E ancora presidente del Credito Sportivo e presidente del Comitato per i fondi speciali. In mezzo decine di ruoli apicali ricoperti sempre con grande garbo e competenza. È anche un giornalista. Persona di grande equilibrio riconosciuto, da lui mai una parola oltre il convenuto istituzionale.

Il casus belli

Giovanni Malagò (Foto: Emanuele Valeri © Ansa)

Qual è il casus belli? Fosse solo uno, sarebbe quasi semplice districarsi nel fiume di parole, esposti, pareri, voci, illazioni e chi più ne ha più ne metta.

Partiamo dalle cose semplici: il presidente della Figc, Giovanni Malagò, è stato eletto lo scorso 12 giugno con il 68.58% dei voti dopo 83 giorni di vacatio del ruolo a seguito delle dimissioni dell’ex presidente Gabriele Gravina. Tutto innescato dalla debacle della Nazionale il 31 marzo in Bosnia che ci ha estromesso per la terza volta dai Mondiali.

Tutto bene? Fino ad un certo punto. Perché l’avvocato romano Renato Miele, ex calciatore della Lazio, si candida anche lui alla presidenza della Figc. Ma in assenza di requisiti, in primis il tesseramento alla Figc, viene escluso dalla competizione elettorale. Miele fa leva, nel suo ricorso iniziale, sul fatto che anche Malagò non era tesserato Figc. L’11 settembre il ricorso però viene bocciato dalla Corte Federale d’Appello che lo ritiene inammissibile. Lui alza la voce: “Vado diretto alla Magistratura Ordinaria”. Lo può fare perché, appunto, non è tesserato e non violerebbe la clausola compromissoria.

I primi pareri dei saggi giuristi del CONI chiesti dal presidente Buonfiglio intanto confermano che tale requisito del tesseramento era vincolante.

Cosa c’entra Abodi

Diana Bianchedi (Foto: Canio Romaniello © Imagoeconomica)

E che c’entra Abodi? Prima che venisse fissata per il prossimo 4 ottobre la data del ‘Giorno della verità’ su Malagò con la convocazione della Giunta Coni, il ministro dice una frase che ha il potere di togliere l’ultimo pezzetto di guaina ad un nervo forse già scoperto.

Il casus belli (l’ennesimo) sul commissariamento della FederPesi: “Il vicepresidente vicario (l’ex schermitrice Diana Bianchedi, nominata capo delegazione della nazionale azzurra da Malagò, ndr)) e il vicepresidente (Marco Di Paola) hanno diritto e dovere di esprimere un’opinione, ma se è sempre contraria dovrebbero fare una scelta. Quel ruolo è stato affidato loro nell’ambito di un rapporto fiduciario… Sono scelte che faranno al loro interno, ma normalmente questi rapporti così non durano molto nel ruolo e nella funzione”.

Apriti cielo. La dottoressa Bianchedi, campionessa di scherma di lungo corso con due ori olimpici in bacheca, non para la stoccata, incassa malamente il colpo e si dimette da capo delegazione della Nazionale (“Messi in discussione i miei valori…”). Gli fa eco il presidente della Figc, Giovanni Malagò: “L’uscita su Bianchedi sgrammaticata e fuori luogo…”. La replica del ministro: “Diffido di chi esprime solo il giudizio verso gli altri e non fa mai autocritica. Mi hanno sorpreso le dimissioni della Bianchedi, ho solo espresso un’opinione e non ho mancato di rispetto”.

Il 6 ottobre la resa dei conti su Malagò in Figc? Nemmeno per niente, perché a seguire ci sarà la ratifica del Consiglio Nazionale. Con ben 78 voti da contare. Ma se martedi dovesse andare in minoranza il presidente del Coni Buonfiglio sarebbe lui a rischiare il commissariamento. Un caos all’italiana. Per colpa di Abodi? “Ma mi facci il piacere…” avrebbe detto il buon Totò!

Dritto al bersaglio.

Nè TOP Né FLOP

RICCARDO MASTRANGELI

di ROBERTA DI DOMENICO
(Foto © Stefano Strani)

Nuova fumata nera a Palazzo Munari, la seconda in pochi giorni. Carlo Gagliardi, il candidato sostenuto dal sindaco Riccardo Mastrangeli, si è fermato a 12 voti su 33, lontano dai 17 della maggioranza assoluta: tre in più della prima votazione, ma ancora cinque sotto il traguardo. Il sindaco, dopo lo spoglio, ha scelto la via della prudenza: «Mi riservo di prendere qualsiasi tipo di decisione e non escludo assolutamente nulla», ha detto, concedendosi «qualche giorno di tempo». (Leggi qui: Nuova fumata nera per il presidente. Il sindaco: «Non escludo alcuna ipotesi»).

Sul piano politico è un brutto colpo, e Mastrangeli lo sa. Perché a quel bivio è arrivata la dicotomia che ha segnato questa consiliatura fin dall’inizio: da un lato un Consiglio litigioso, egoista, incapace di trovare una sintesi anche quando la sintesi serve solo a eleggere il proprio presidente; dall’altro un sindaco che, a un certo punto, ha lasciato l’Aula al suo destino per concentrarsi sull’amministrazione: cantieri, scuole, parcheggi, teatri, decine di inaugurazioni ogni settimana per opere completate.

Quella scelta ha funzionato, fino a ieri: i cantieri hanno marciato spediti. Ma il prezzo lo si è visto proprio nell’aula consiliare, dove quattro mesi di veti e candidature bruciate hanno portato al collasso che si è consumato ieri sera.

Il nodo

(Foto © Massimo Scaccia)

Il nodo più pericoloso, però, è un altro più della mancanza dei numeri: la ricomposizione tra Pd e Psi, che in vista delle elezioni 2027 rischia di sottrarre pezzi alla coalizione che oggi sostiene il sindaco. Mastrangeli resta l’ingegnere che costruisce opere e bilanci, ma un ingegnere, per quanto bravo, non può da solo tenere in piedi un’aula che non trova nemmeno l’accordo per eleggersi un presidente.

La domanda che resta, dopo questa seconda fumata nera, è una sola: una maggioranza, a questo punto, c’è ancora? I numeri — 12 voti su 17 necessari, due votazioni fallite, una frattura che si allarga a ogni seduta — dicono che la risposta non è affatto scontata.

In fase di riflessione.

FLOP

RICCARDO AMBROSETTI

di PAOLO CARNEVALE
Riccardo Ambrosetti

Non c’è niente da fare. Cerca ( e spesso ci riesce) di farsi dare torto anche quando ha (forse) ragione. Riccardo Ambrosetti vicesindaco Fdi di Anagni, usa troppo spesso una tecnica tutta sua nella dialettica politica locale: la ruspa argomentativa. L’ultimo Consiglio comunale ne è stato la consacrazione. (Leggi qui: Cemento, erba sintetica e DUP: il Consiglio comunale diventa un ring).

All’ordine del giorno, i lavori per il verde sintetico al Regina Margherita. Punto che aveva scatenato anche prima del consiglio aspre polemiche tra gli ambientalisti, desiderosi di tornare al verde bucolico, e gli esponenti della maggioranza che invece optavano più pragmaticamente per un verde sintetico ma indistruttibile. Nel merito della replica al consigliere Santovincenzo, va detto, il vicesindaco non aveva (forse) nemmeno tutti i torti. Il problema, però, è che Ambrosetti possiede il talento raro e quasi mistico di riuscire a passare dalla parte della ragione a quella del torto nel giro di un paio di proposizioni.

Oltre i contenuti

Non è una questione di contenuti, ma di posture ed epifanie. Ambrosetti non parla: edifica verità rivelate. Non interviene: redime l’aula. Il suo atteggiamento, permeato da quell’incrollabile consapevolezza di chi si sente depositario dell’infallibilità amministrativa, trasforma anche il più banale chiarimento sul manto erboso in una parabola filosofica sulla propria superiorità strategica. Convenienza, diplomazia, grammatica dell’immagine? Inezie da democristiani d’altri tempi.

Il vicesindaco sembra ignorare che la percezione pubblica, in politica, batte il tecnicismo. Oppure, ed è l’ipotesi più affascinante e inquietante al tempo stesso, è proprio questo il brand che intende imporre: l’uomo forte del sintetico, infallibile e inascoltato, pronto a celebrarsi sull’altare di una (alta) opinione di sé così nitida e cristallina da sembrare quasi un’opera d’arte contemporanea.

Il troppo stroppia.