Top e Flop, i protagonisti di sabato 31 maggio maggio 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 31 maggio 2025

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 31 maggio 2025.

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TOP

ANTONIO TAJANI

Foto: Giuliano Del Gatto © Imagoeconomica

Ci sono tre cose che vanno dette in preambolo di Antonio Tajani: non ha il carisma un po’ circense del suo predecessore e fondatore di Forza Italia. Non ha il suo rapporto, per così dire, conflittuale, con la magistratura.

E soprattutto non ha quelle iperboli di pancia che il suo predecessore lo rendevano così amato dall’elettorato “pop” ma al contempo così esecrato da una certa politica official.

Detto questo il dato è evidente: Antonio Tajani è molto di meno di Silvio Berlusconi ed un bel po’ in più dello stesso. Lo dimostrano, tra le centinaia di episodi, certe sue prese di posizione che non hanno solo il tono di un’adesione etica a grandi questioni non più ignorabili. No, con Tajani si ha sempre l’impressione che lui voglia fare a Forza Italia una “polizza di credibilità” che tenga gli azzurri fuori dal recinto urlato dei due alleati sovranisti con cui oggi Tajani governa il Paese.

I conti con le briglie
Silvio Berlusconi (Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

Una credibilità che passa anche e soprattutto dai conti del Partito. Finalmente sotto controllo.

Due righe secche in un comunicato e un messaggio che pesa come un macigno: “Forza Italia non dipende più, almeno non del tutto, dai fondi della famiglia Berlusconi”. Firmato Antonio Tajani. Tradotto: il Partito azzurro sta cercando di sopravvivere al suo fondatore, non solo politicamente, ma finanziariamente. E ci sta provando sul serio.

La notizia arriva con un bilancio approvato, qualche faccia tesa per Fedez ospite ai giovani azzurri, e una strategia che punta su parole chiave come “sostenibilità” e “efficienza”. Parole che nella storia di Forza Italia suonano quasi rivoluzionarie.

Per trent’anni il partito ha vissuto sotto l’ombrello (e il conto corrente) di Silvio Berlusconi. Tutto passava da Arcore. Adesso, con il Cavaliere scomparso e l’asse ereditario ancora in assestamento, Tajani prova a trasformare FI in un Partito “normale”.

Cosa significa normale?
Antonio Tajani al Consiglio Nazionale di Forza Italia (Foto: Carlo Lannutti © Imagoeconomica)

Ma cos’è un Partito normale in Italia? È un’organizzazione dove gli eletti versano le quote, dove si cercano mecenati tra imprenditori amici, dove il segretario fa la spola tra Roma e Milano a caccia di fondi come un fundraiser d’assalto. È una struttura leggera, snella – come si dice oggi – che deve camminare con le proprie gambe. E sì, deve anche fare i conti con il fatto che i Berlusconi, per ora, non hanno staccato neanche un bonifico.

Siamo davanti a un paradosso storico: Forza Italia vuole sopravvivere come Partito senza dipendere da chi l’ha creata. Il punto non è solo finanziario. È politico. Tajani manda un messaggio chiaro a Palazzo Chigi, dove Meloni guarda Forza Italia come a un alleato utile ma non sempre affidabile, e dove molti nel centrodestra speravano – o temevano – un lento spegnimento del partito azzurro. Invece FI si rialza, rivendica autonomia, chiede ai suoi di contribuire e si libera (in parte) dell’ipoteca dinastica.

È una sfida gigantesca. Non solo per la sopravvivenza dell’organizzazione, ma per la sua identità. Perché senza Berlusconi – senza la sua visione, la sua voce, la sua capacità di attrazione e di potere – Forza Italia rischiava di diventare un contenitore vuoto o, peggio, un ceto politico alla ricerca di protezione. Così non è. Antonio Tajani punta a quella regolarità da imprenditore lombardo che tanto piace al suo elettorato. Come se fosse l’eredità lasciata da Silvio.

Nel nome di Silvio.

GIOVANNI MINNUCCI

Giovanni Minnucci

Il 2 giugno, nel cuore civico e simbolico della Festa della Repubblica, a Siena verrà consegnata l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine “Al merito della Repubblica Italiana” al professor Giovanni Minnucci. È un riconoscimento che all’accademico nato ad Alatri e trasferitosi in Toscana non arriva per caso, né per forma. È il suggello a un percorso che incarna l’idea più autentica di servizio alla cultura, alle istituzioni e alla comunità accademica e civile.

Giovanni Minnucci non è un nome da copertina, ma è uno di quei profili che danno sostanza all’Italia che lavora, studia, tramanda, costruisce. Storico del diritto medievale e moderno, per decenni ha formato generazioni di giuristi e scienziati sociali. Lo ha fatto con rigore e passione, come docente prima, come professore ordinario per 25 anni all’Università di Siena, poi come Pro Rettore Vicario, Preside, Direttore di Dipartimento e figura centrale nella vita accademica.

Ruoli che non sono solo titoli: sono responsabilità complesse, esercitate spesso lontano dai riflettori ma con un impatto duraturo.

Il ponte tra sapere e patrimonio storico
Giovanni Minnucci (Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica)

Non è tutto. Minnucci è stato ponte tra sapere e patrimonio storico, tra cultura e territorio. Lo dimostra il suo ruolo di Rettore dell’Opera della Metropolitana di Siena, custode della magnificenza della Cattedrale e del suo straordinario complesso artistico. Un incarico che non si improvvisa e che richiede sensibilità, equilibrio, visione.

Il profilo di Minnucci è quello di uno studioso completo: oltre 140 pubblicazioni, 15 monografie, incarichi nei principali comitati scientifici italiani ed europei, esperienze internazionali come visiting scholar negli Stati Uniti. Ma soprattutto, è un uomo che ha sempre tenuto insieme l’impegno accademico con quello istituzionale, senza mai perdere la bussola del senso civico.

In tempi in cui il riconoscimento del merito rischia di essere travolto dalla superficialità del presente, il decreto firmato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella suona come un richiamo al valore della competenza, della dedizione silenziosa, dello studio come fondamento della cittadinanza.

Il professore di Alatri
Giovanni Minnucci

Minnucci è nato ad Alatri ed ha trovato in Siena la città d’adozione intellettuale e civile. Tra le due città ha costruito un ponte ideale fatto di cultura, responsabilità, e amore per il sapere. Già premiato ad Alatri con “Il Ciclope d’Oro”, oggi riceve l’onorificenza più alta: quella dello Stato.

La cerimonia del 2 giugno non sarà solo un atto formale. Sarà un momento per riconoscere, con sobrietà e gratitudine, il valore di una carriera che onora non solo l’uomo, ma l’intero Paese. In un’Italia che ha bisogno di esempi più che di eroi mediatici, il nome di Giovanni Minnucci è uno di quelli da tenere a mente.

Giurista, accademico, servitore delle istituzioni ed ora anche Commendatore.

FLOP

LA CORTE D’ASSISE D’APPELLO

(Foto: Stefano Scarpiello © Imagoeconomica)

Nel caso del processo per l’omicidio di Serena Mollicone, la Corte d’Assise d’Appello ha fallito il suo compito più essenziale: spiegare. E in un processo penale, soprattutto uno che tocca una ferita aperta come la morte di Serena, non spiegare è un tradimento. Della legge, prima di tutto. Ma anche – e forse soprattutto – della verità e della fiducia dei cittadini nella giustizia.

La Cassazione è stata chiarissima. La sentenza che ha assolto per la seconda volta Franco, Anna Maria e Marco Mottola è “incoerente”, “contraddittoria”, “incomprensibile” e in alcuni punti addirittura “inesistente”. È stata annullata perché non motivata: non ha affrontato, non ha chiarito, non ha scelto. E se un giudice non sceglie, abdica al proprio ruolo. (Leggi qui: Omicidio Mollicone, cosa ha deciso la Cassazione e cosa significa).

Decidere e spiegare
L’abbraccio tra il maresciallo Mottola ed i suoi difensori al termine del Processo d’Appello per l’omicidio di Serena a Roma

È legittimo assolvere. È doveroso farlo quando i dubbi superano le certezze. Ma è inaccettabile farlo per inerzia, scrollando le spalle di fronte a contraddizioni e indizi che meriterebbero approfondimento. Il dovere di motivare non è un atto formale. È il fondamento che rende la giustizia trasparente, credibile, accettabile anche da chi ne subisce il verdetto. Se mancano le motivazioni, manca tutto.

Nel caso Mollicone, invece, abbiamo avuto una Corte che ha evitato le domande scomode, ignorato i nodi cruciali, lasciato sul tavolo elementi mai risolti: il buco nella porta, i nastri adesivi, le tracce compatibili, le testimonianze rimosse. Il suicidio di Santino Tuzi – un carabiniere che aveva parlato, ritrattato, e poi taciuto per sempre – resta lì, sospeso. E la sentenza d’Appello non ha provato neppure a sciogliere quei fili.

Non si tratta solo di un errore giuridico. È una resa culturale. Una giustizia che non argomenta è una giustizia che si rifiuta di guardare in faccia i cittadini, che si chiude nel formalismo per paura di sbagliare. Ma il vero errore è proprio non affrontare l’incertezza.

La restituzione della dignità

La Cassazione ha restituito dignità al processo. Ha detto che non basta dire “ci sono dubbi”: bisogna cercare se quei dubbi possano essere ricomposti. E se restano, allora sì, si assolve. Ma solo dopo aver combattuto per una verità coerente, non prima.

Il nuovo processo d’appello è ora una necessità morale, prima ancora che procedurale. Servirà rigore, coraggio, onestà intellettuale. Servirà, finalmente, giustizia. Non solo per Serena Mollicone, ma per tutti noi che da ventiquattro anni guardiamo a questo caso come a una misura del nostro Stato di diritto. E oggi, quella misura dice che il tempo delle scorciatoie è finito.

Sentenza vuota, giustizia in bilico.

GIORGIA MELONI

Giorgia Meloni

Nel grande gioco della diplomazia internazionale, ci sono seggi che contano e altri che pesano poco. E quando un Paese come l’Italia, fondatore dell’Unione Europea, membro del G7, partner NATO di rilievo e attore storico nello scenario mediterraneo, non viene nemmeno citato tra i partecipanti a un delicato colloquio sull’Ucraina, il problema non è solo di forma. È di sostanza.

Le rassicurazioni affannose giunte da Palazzo Chigi — “non è un’esclusione”, “c’è interlocuzione in corso”, “è solo il formato E3” — suonano come toppe malmesse su uno strappo diplomatico evidente. A Istanbul, per discutere di una possibile trattativa tra Kiev e Mosca, siederanno Germania, Francia e Regno Unito. L’Italia no. E non perché non abbia titoli per esserci, ma perché evidentemente non è stata considerata abbastanza strategica.

Commenti dal Kazakistan
Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, insieme al Presidente della Repubblica del Kazakhstan, Qasym-Jomart Kemeluly Toqaev.

Il commento della premier Giorgia Meloni, dal Kazakistan, prova a smorzare, a minimizzare: si tratta di “un formato collaudato”, non una bocciatura. Ma il sospetto è che ormai l’Italia venga vista — e vissuta — come un comprimario, non più un attore centrale. Una presenza decorativa da coinvolgere a valle, quando le decisioni sono già prese, non a monte, nel momento in cui si orientano gli equilibri geopolitici.

Il vero dato politico è proprio questo: al tavolo dove si ragiona di pace e guerra, di futuri scenari post-bellici, di linee rosse e concessioni, l’Italia non è seduta. Non conta. Non è considerata necessaria.

Colpisce ancor più questa marginalizzazione se si pensa all’impegno che il governo Meloni ha profuso nel sostenere l’Ucraina: armi, aiuti, missioni, atti simbolici e politici. Ma l’asse “duro” — quello che oggi dialoga con Kiev per conto dell’Europa — ha scelto un’altra geometria. E ha escluso Roma.

Pretesti
Giorgia Meloni

La giustificazione secondo cui l’Italia non sarebbe disponibile a inviare truppe (e quindi meno coinvolta nel negoziato) vacilla: Berlino non ha alcuna intenzione di farlo, eppure c’è. Evidentemente la nostra assenza ha motivazioni più profonde: peso politico, credibilità diplomatica, continuità strategica. Forse anche una percezione — coltivata negli anni — di un’Italia che parla molto ma incide poco.

A poco serve la diplomazia retroattiva, fatta di call notturne e smentite garbate. Conta chi è invitato. Conta chi firma. Conta chi ha voce. L’Italia, oggi, quella voce non ce l’ha. E la faccenda Zelensky-Trump di Tirana, dove Meloni fu tagliata fuori da una conversazione cruciale, si salda a questo nuovo episodio. Segnali di un isolamento mascherato, diplomaticamente minimizzato ma politicamente reale.

Esclusi da Istanbul.