I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 8 novembre 2025.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di sabato 8 novembre 2025.
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GUIDO D’AMICO

Ogni fine settimana, la stessa storia: bottiglie vuote per strada, urla fino all’alba, liti, risse. La cosiddetta malamovida — sorella bastarda della movida — ha trasformato le serate in incubi per residenti e commercianti. Ma ora, proprio questi ultimi hanno deciso che non resteranno a guardare. La risposta arriva forte e chiara: chi vive del territorio vuole anche proteggerlo.
A settembre, sollecitato dal presidente di ConfimpreseItalia Guido D’Amico, nella Prefettura di Frosinone è stato messo nero su bianco un protocollo di intesa con le Forze dell’Ordine e le principali associazioni di categoria. Ora, quell’accordo prende vita concreta: tre incontri – a Frosinone, Cassino e Sora – serviranno a tradurre i principi in azioni. Non più solo firme ma fatti.
ConfimpreseItalia, Confcommercio Lazio Sud, Confesercenti e Silb Fipe si mettono in prima linea per spiegare ai gestori di bar, locali e ristoranti come trasformare i propri spazi in presìdi di legalità. Non poliziotti in camicia nera ma sentinelle civiche. Non moralizzatori, ma professionisti consapevoli.
Prevenire e contrastare

L’obiettivo è chiaro: prevenire e contrastare la criminalità che sfrutta il caos delle notti per agire indisturbata. La risposta? Collaborazione, tecnologia e regole trasparenti. Si parla di videocamere, luci all’esterno dei locali, codici di condotta da far leggere ai clienti prima dello scontrino. Non un’utopia, ma una strategia concreta.
Il protocollo non chiede miracoli ma impegno condiviso. Le Forze dell’Ordine ci sono, ma non possono essere ovunque. Serve chi conosce il quartiere, chi sa riconoscere i segnali prima che diventino sirene. I commercianti, in questo, hanno un ruolo fondamentale.
Ecco perché gli incontri del 10 (Frosinone), 17 (Cassino) e 24 novembre (Sora) non sono semplici appuntamenti istituzionali: sono il segnale di un patto di civiltà. Perché la movida può esistere, deve esistere — ma non può trasformarsi in zona franca per l’abuso, l’illegalità e la paura.
I commercianti rispondono: “Non ci stiamo”.
MATTIA SANTUCCI

La città di Alatri sta vivendo una piccola rivoluzione — e la firma, sorprendentemente, non è solo politica: è culturale, è emotiva, è concreta. A guidarla è stato Mattia Santucci, consigliere comunale con delega all’Ambiente, che ha messo in moto un nuovo modo di concepire gli eventi, come prova lampante la recente rassegna GustAlatri 2025. Ad una settimana dall’evento, è chiaro che non si è trattato della solita sagra paesana: è stato un messaggio, è stato un cambiamento, è stata una sfida alle troppe formule di lunga data. (Leggi qui: GustAlatri fa il pieno, ma non è solo una sagra: è un messaggio politico).
Santucci non si è limito ad immaginare: ha costruito. Ha spalancato porte alla filiera corta, ha inserito la cultura agricola al centro dello spettacolo, ha reso protagonisti i produttori, non solo i banchi. Il risultato? Una piazza — quella di Santa Maria Maggiore — che diventa laboratorio a cielo aperto di identità, gusto, relazioni.
La svolta è stata netta. Non più eventi rituali, inerti, ma momenti di rigenerazione urbana, partendo dalla terra e dalla stagionalità. Santucci ha scommesso sul valore locale e sull’orgoglio di una comunità: “l’agricoltura non è solo produzione, è paesaggio, salute, educazione. È un ponte tra passato e futuro”.
Mantenere l’intensità

Il messaggio, sottile, è stato cambiano modalità, cambiano priorità, cambia la città. Dall’idea alla pratica. Santucci non ha solo progettato: ha dato rete, ha dato palco, ha dato contesto. Certo, rimane la sfida: mantenere l’intensità anche nei giorni ordinari, trasformare l’evento‑vetrina in piattaforma permanente. Ma la base è solida.
Mattia Santucci ha messo in campo la svolta nella gestione degli eventi che cambia il modo di organizzare le cose in città. GustAlatri ha segnato uno spartiacque, segnando un prima ed un dopo. Non più solo festa ma occasione per ripensare una comunità. Che aveva bisogno di guardarsi dentro, sentirsi coinvolta, ritrovarsi in piazza.
Il Gusto di Mattia per Alatri.
ALDO MATTIA

È la perseveranza a tracciare la strada che porta a risultati impensabili. A solcare terreni che non avevano mai condotto da alcuna parte. Ma occorre continuare a scavare, dissodare, scansare le pietre anche quando i riflettori si sono spenti, i nastri sono stati tagliati ed i circo mediatico ha spostato le tende su un altro evento. Il deputato Aldo Mattia ha avuto a che fare per tutta la sua esistenza professionale con contadini ed allevatori: è lì che ha appreso la perseveranza. La stessa che ora sta mettendo in campo per arrivare ad una soluzione sul caso del Sin Valle del Sacco e la rivisitazione del suo perimetro.
Quella sigla pesa come un macigno su sviluppo, lavoro e quotidianità di migliaia di persone. Un territorio vasto, 7.200 ettari in 19 Comuni tra Frosinone e Roma, che ancora oggi vive sotto vincoli e limitazioni ambientali nati da un passato di disastri industriali. Ma non più giustificabili alla luce degli attuali dati di monitoraggio. E qui entra in gioco il lavoro paziente, tecnico e politico di Mattia, che non ha mai smesso di pungolare Ministero, enti locali e strutture scientifiche per portare il dossier al punto di svolta.
Vicini alla fine

Il punto è proprio questo: siamo vicini alla fine di un’anomalia, di un blocco che penalizza chi rispetta le regole, chi coltiva, chi costruisce, chi investe. Mentre molti sono andati via appena le luci della ribalta si sono spente, Mattia ha continuato a lavorare.
L’onorevole ha organizzato un convegno pubblico al Teatro delle Vittorie, ha presentato un’interpellanza e un’interrogazione parlamentare, ha seguito passo dopo passo lo stato degli studi scientifici condotti da ARPA Lazio. Ed è proprio dai monitoraggi aggiornati che arriva la spinta decisiva: un miglioramento sensibile delle matrici ambientali.
Ora manca un solo passaggio: completare l’analisi delle acque irrigue nei territori di Frosinone e Anagni. Ed è su questo che Mattia ha riunito i due sindaci, Riccardo Mastrangeli e Daniele Natalia, incassando una doppia disponibilità concreta ad attivare le rispettive strutture tecniche. Il tempo delle parole è finito: si passa ai fatti.
Il deputato che non dimentica.
FLOP
RENATO BRUNETTA

L’incendio è divampato a Villa Lubin ma non si è fermato lì. Ha bruciato comunicati, irritato palazzi, costretto a retromarce in zona Cesarini. Il caso Brunetta è ormai il simbolo di quanto sia pericoloso giocare con gli stipendi pubblici quando fuori — nei mercati, nei supermercati, nei contratti — c’è chi combatte con l’inflazione e sogna un aumento che non arriva mai.
Il presidente del Cnel, Renato Brunetta, ha fatto un passo indietro. Ma il polverone resta. E, soprattutto, resta la domanda: è normale che un organo costituzionale, reduce da anni di polemiche su costi e utilità, si alzi lo stipendio in automatico mentre il governo dice che “non ci sono risorse” per il salario minimo?
La risposta ufficiale del Cnel è tecnicamente inattaccabile: “Abbiamo solo recepito una sentenza della Consulta”. Tradotto: la Corte ha detto che il tetto ai manager pubblici è incostituzionale, e noi ci siamo adeguati. Tutto regolare. Peccato che regolare non significhi indispensabile. E nemmeno opportuno. E il tempismo — come in politica spesso accade — pesa quanto la sostanza.
La scelta sbagliata

Il vero problema è proprio lì: il Cnel aveva il diritto, ma ha esercitato una scelta sbagliata nel momento sbagliato. Nel giorno in cui si parla di bollette, salari al palo, contratti pubblici in ritardo, ecco il boomerang: 1,5 milioni in più per i vertici, 200mila per lo staff. E il sospetto, alimentato da opposizioni e social, che il “poltronificio” non solo esista, ma si premi da solo.
Renzi, Conte, Fratoianni e il Pd hanno fatto fuoco di fila. “Niente salario minimo ma aumentano gli stipendi del Cnel”: slogan, certo. Ma che colpiscono dritto al bersaglio, perché raccontano una percezione diffusa. Brunetta è diventato, suo malgrado, l’emblema di una distanza: tra chi può e chi no. Tra chi firma aumenti con una delibera e chi aspetta da mesi un rinnovo contrattuale.

La premier Meloni ha reagito in serata, facendo trapelare tutta la sua irritazione. Non solo per il merito della decisione ma per l’effetto domino che ha scatenato. E il ministro della PA, Zangrillo, ha detto chiaramente: non c’è nessun via libera generalizzato agli aumenti. Pochi, pochissimi, possono tornare agli stipendi pre-2014. E per tutti gli altri, si studia ora una disciplina che colleghi retribuzione, ruolo e performance.
Bene, benissimo. Ma il danno d’immagine è fatto. E rimane un punto di fondo: non può essere un organo a decidere da solo quanto vale il proprio lavoro, specie se quel lavoro è pagato coi soldi dei cittadini.
Poltrone calde, stipendi bollenti.



