Top e Flop, i protagonisti di venerdì 11 luglio 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 11 luglio 2025

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 11 luglio 2025.

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TOP

GIUSEPPE VALDITARA

Giuseppe Valditara

Chi fa scena muta, dal prossimo anno, sarà bocciato. Il ministro Valditara lo ha detto chiaro: all’orale si parla, altrimenti si torna in classe. Il messaggio è semplice quanto ruvido: non è più tempo di gesti simbolici, né di proteste silenziose mascherate da coraggio.

Va riconosciuto che, dietro quei silenzi c’è qualcosa che merita almeno di essere ascoltato. La studentessa di Belluno, che ha scelto il mutismo per denunciare un sistema scolastico disattento, ha sbagliato bersaglio ma non del tutto la sostanza. La scuola, spesso, non vede né sente. E in un Paese dove l’educazione emotiva è ancora una nota a margine, il disagio degli studenti non trova microfono — se non all’ultimo minuto, sotto i riflettori di un esame.

La vita è un esame
(Foto © DepositPhotos.com)

Ma il punto è un altro: protestare sì, ma non contro la valutazione. La vita giudica ogni giorno. E non fa sconti. Non ci si può sottrarre, né giocare a “non mi va”. È anche questo che dovrebbe insegnare la scuola: non solo a prendere la parola, ma ad accettare che le parole abbiano un peso. Che ci sia un tempo per parlare — e che all’orale, quel tempo sia adesso.

Valditara ha fatto bene a richiamare la serietà dell’esame. Ma quel mutismo selettivo è un segnale da non ignorare. Lo stesso rigore andrebbe applicato a ciò che la scuola ancora non sa fare: capire chi ha qualcosa da dire, prima che scelga di non dire più nulla.

La scena muta e la lezione mancata.

FRANCESCA ALBANESE

Francesc Albanese (Foto: Andrea Di Biagio © Imagoeconomica)

Il Segretario di Stato americano Marco Rubio sbatte la porta in faccia alla Corte penale internazionale: per lui la Palestina non esiste e meno ancora i Palestinesi. Nemmeno i bambini falciati mentre erano in fila per un pezzo di pane smuovono il cuore dell’avvocato chiamato da Donald Trump ad occuparsi di diplomazia. Per commuoversi, un cuore bisogna averlo. Lo ha sicuramente Francesca Albanese, la relatrice speciale dell’ONU per i territori palestinesi: ha osato fare ciò che molti preferiscono evitare, chiamando il genocidio con il suo nome.

I potentissimi Stati Uniti d’America le hanno imposto sanzioni per ciò che ha avuto il coraggio di dire. Lei ha risposto nelle ore scorse da una piazza slovena nella quale si trovava in missione: ha alzato in aria il pugno sinistro. Non è solo una foto da Instagram: è una dichiarazione d’intenti, un gesto antico che oggi torna a parlare chiaro.

Il rapporto Albanese
Foto: Omar Naaman / ApaImages

Albanese, la parola genocidio l’ha scritta nero su bianco in un rapporto dettagliato. Quello con cui accusa poteri economici e governi — incluso quello di Tel Aviv — di alimentare con profitto la distruzione di Gaza. È per questo che ora si trova sotto tiro. Non solo dalle istituzioni statunitensi ma anche da personaggi come Sergey Brin, che definisce il suo lavoro “antisemita”. Come se denunciare crimini contro l’umanità fosse, di per sé, un crimine.

L’attacco è frontale, eppure l’esperta italiana non arretra. Anzi, rilancia: “Resto dalla parte della giustizia, fermamente e con convinzione”. E lo fa ricordando, implicitamente, che il suo incarico è indipendente, non retribuito e — dettaglio non secondario — moralmente molto più solido di quello di molti suoi accusatori.

Gli Stati Uniti da sempre snobbano la Corte dell’Aia. Questa volta però sembrano più preoccupati dalla verità che da un processo equo. Minacciano, sanzionano, vietano visti, bloccano conti. È una strategia vecchia, quella del discredito come arma. Ma stavolta, forse, non funzionerà. Perché ogni volta che si prova a spegnere una voce scomoda, il mondo si accorge di quanto fosse necessaria.

E allora sì, quel pugno alzato vale più di mille comunicati stampa. Perché in tempi di genocidi negati e verità manipolate, anche un gesto silenzioso può gridare giustizia.

Il pugno alzato di Francesca.

FLOP

NIKOLA OTTAVIANI

Nicola Ottaviani (Foto © Stefano Strani)

Una K può sembrare un dettaglio da poco. Ma quando entra in gioco la malafede digitale, fa tutta la differenza del mondo. È successo all’onorevole Nicola Ottaviani, la cui pagina Facebook è stata hackerata e rimpiazzata con un profilo clone, ribattezzato con astuzia “Nikola” Ottaviani. Un trucco vecchio stile, ma potenziato da nuove tecnologie: l’intelligenza artificiale.

Nel giro di poche ore, il finto profilo ha iniziato a raccogliere contatti, intrecciare dialoghi pseudo-politici e, soprattutto, chiedere soldi. Donazioni fasulle a nome della Lega, con tanto di IBAN riconducibili a truffatori all’estero. Un meccanismo studiato per aggirare la buona fede degli utenti, sfruttando credibilità e visibilità del parlamentare.

Il caso Nikola
(Foto © DepositPhotos.com)

L’onorevole Ottaviani non ha perso tempo: ha sporto denuncia alla Polizia Giudiziaria, ottenendo il blocco della pagina fake e chiedendo di individuare i responsabili – auspicando ironicamente “senza assistenza legale alcuna”.

Il caso fa tornare alla mente le provocazioni di un altro tempo, quando i detrattori di Cossiga lo chiamavano “Kossiga” per alludere a derive autoritarie. Oggi quella “K” non è solo satira, ma cybercriminalità. Una nuova frontiera di attacchi politici e personali che mescola imitazione, AI e truffa organizzata.

Questa volta è toccata, per sua sfortuna, a Nicola Ottaviani: persona nota e provvista di tutti gli strumenti per reagire in maniera efficace. Il suo caso è un segnale per molti meno avveduti: attenzione ai profili falsi, ai nomi alterati, alle richieste di denaro. Le pagine ufficiali, come quella che ospita queste righe, non avanzano proposte economiche. Solo comunicazione trasparente. Senza trucchi, senza K.

Quando una K fa la differenza.

CASERTA

Prima di sollevare un inutile quanto farlocco polverone sui luoghi comuni precisiamolo: il caso della città di Caserta è paradigmatico di un format che non appartiene solo al capoluogo di provincia campano. Piuttosto esso serve come spunto di riflessione per stimolare magari un’azione più mirata e congiunta da parte di politica, istituzioni e società civile.

Nessun attacco alla città che ospita la splendida Reggia e che ha un centro storico tra i più belli (e misconosciuti) d’Italia, ma solo l’amara constatazione che al momenti essi non sono ancora abbastanza.

Non di fronte a quanto spiegato dal Rapporto 2024 “Amministratori sotto tiro”. Un’indagine statistica che, purtroppo, mette Caserta al terzo posto su scala nazionale tra i Comuni più pervasi dal format delle minacce a personaggi pubblici.

Gli episodi censiti
Carlo Marino, sindaco di Caserta (Foto: Andrea Panegrossi © Imagoeconomica)

Il report è di Avviso Pubblico ed è stato presentato nelle scorse ore a Roma. Secondo quei dati – e i numeri hanno sempre la “coda” – Caserta è tra le province italiane “con il maggior numero di atti intimidatori nei confronti di sindaci, assessori, consiglieri comunali e dirigenti pubblici”.

Da quanto si apprende sono stati ben 16 i casi “censiti nei primi sei mesi dell’anno, che collocano il territorio casertano al terzo posto nella graduatoria nazionale”. Ed alle spalle soltanto di Agrigento (26 episodi) e Cosenza (21)”.

C’è un dato generale su cui riflettere: il Sud del paese è da tempo e per colpe non solo “sue”, ammalato dalle scalmane della criminalità organizzata. Ma il vero problema pare essere un altro. Quello per cui il modo di agire, pensare e relazionarsi con il prossimo della suddetta pare abbia attecchito anche in cittadini che sono del tutto scollegati da quelle logiche.

E questo è un problema serio, perché se un format diventa applicabile invece che esecrabile lo stesso è destinato a crescere in maniera esponenziale.

I dati regionali

Ovvio che Caserta sia una città in cui vivono, operano, pensano e lottano cittadin* degnissim*, ci mancherebbe, ma è altrettanto ovvio che ci sono troppi altri cittadini che pensano di risolvere una questione minacciando. Ed il dato trova rispondenza nei suoi omologhi regionali. Secondo Caserta News la Campania si conferma “come una delle regioni più a rischio per chi ricopre ruoli pubblici”. Questo con 41 intimidazioni registrate, si colloca al terzo posto a livello nazionale, insieme alla Puglia, preceduta solo da Sicilia (51 casi) e Calabria (43)”. Un paradigma quindi del tutto speculare a quello su base provinciale, quindi decisamente attendibile.

Cosa fare? Il plafond è vario e triste. Si va dalle “minacce verbali alle lettere anonime”. Poi “danneggiamenti, incendi dolosi, e in alcuni casi veri e propri attentati a cose o persone. Si tratta di gesti che mirano a condizionare l’operato degli amministratori locali, soprattutto in territori dove la gestione della cosa pubblica si intreccia con la pressione criminale, gli interessi economici e le tensioni sociali”.

Qualcosa va fatto, ma anche il territorio e la società devono (re)agire. Con forza. E nel nome di una città che non merita questa triste nomea.

Per colpa di chi?