I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 12 dicembre 2025
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 12 dicembre 2025.
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LUCA DI STEFANO

Ieri mattina, nella sala consiliare del Comune di Sora, non si è parlato soltanto di un progetto urbanistico. Si è parlato di visione. Quella che serve quando si decide di guardare uno spazio non per ciò che è diventato ma per ciò che può tornare a essere. Piazza Palestro, per anni parcheggio per necessità e abitudine, ha finalmente ritrovato il suo nome e la sua vocazione: quella di piazza, appunto. (Leggi qui: Sora riparte dal cuore: piazza Palestro entra in cantiere)
Il sindaco Luca Di Stefano lo ha ricordato senza enfasi, ma con la coerenza di chi non arriva all’appuntamento per caso. L’idea di intervenire su quello spazio nasce nel 2017, quando sedeva all’opposizione, ed è stata poi scritta nero su bianco nel programma elettorale del 2021. Oggi quel punto di programma diventa un cantiere. Ed è già una notizia, in tempi in cui la distanza tra promesse e fatti è spesso siderale.
La scelta di liberare piazza Palestro dalle auto non è un gesto simbolico. È una dichiarazione politica precisa: lo spazio pubblico appartiene alle persone. Giovani, famiglie, anziani, attività commerciali. Non a caso, come ha sottolineato il sindaco, proprio in quell’area alcune serrande hanno ricominciato ad alzarsi. La rigenerazione urbana, quando è pensata, produce effetti concreti.
Un passato riaffiora ed un presente prende forma

Ma sotto l’asfalto, a due metri di profondità, c’è molto di più. I sondaggi preliminari hanno riportato alla luce i resti di un edificio templare di epoca tardo repubblicana, databile tra il II e il I secolo avanti Cristo. Un ritrovamento importante, spiegato con chiarezza dal funzionario della Soprintendenza Carlo Molle, che ricorda a tutti una verità spesso dimenticata: Sora poggia su una storia millenaria, e ogni intervento serio deve saper dialogare con essa.
Qui sta il punto più interessante. La riqualificazione di piazza Palestro non cancella il passato, lo integra. Lo rispetta. Lo valorizza. Di Stefano ha annunciato un open day per raccontare alla città ciò che è emerso dal sottosuolo, trasformando una scoperta archeologica in un’occasione di conoscenza collettiva.
In fondo, il senso è tutto qui. Piazza Palestro smette di essere una soluzione di comodo e torna a essere un luogo. Con un passato che riaffiora e un futuro che prende forma. Questa non è solo una riqualificazione. È una scelta di identità. Ed è, soprattutto, una prova di visione.
Il sindaco scende in… piazza
PASQUALE CIACCIARELLI

Non è un’operazione ad effetto. Non è nemmeno una scorciatoia. È piuttosto una scelta di metodo: usare ciò che già esiste, rimetterlo in circolo e trasformarlo in risposta pubblica a un’emergenza che non è più episodica ma strutturale. C’è un modo silenzioso ma concreto di fare politica abitativa: smettere di inseguire annunci e iniziare a mettere case dove servono case. La delibera della Giunta regionale del Lazio che stanzia 3 milioni di euro per consentire all’Ater di Roma l’acquisto di 118 immobili Enasarco va letta esattamente in questa chiave.
Centodiciotto alloggi non risolvono il problema casa a Roma, ma indicano una direzione credibile. La novità sta nel meccanismo. La legge di stabilità 2024 consente alle Ater di acquistare immobili da enti previdenziali, superando una rigidità che per anni ha bloccato operazioni di buon senso. La Regione ha deciso di usarla subito, senza attendere che restasse lettera morta.
L’anticipo da 3 milioni di euro non è solo una leva finanziaria. È un messaggio politico chiaro: la Regione si assume la responsabilità di accompagnare le aziende territoriali, invece di lasciarle sole davanti a bilanci fragili e bisogni crescenti.
Una risposta reale all’emergenza abitativa
L’assessore Pasquale Ciacciarelli parla di“continuità e rapidità dell’azione amministrativa”. Tradotto: meno piani sulla carta, più atti deliberati. E soprattutto una visione che tiene insieme recupero del patrimonio esistente, nuovi acquisti e social housing, cioè le tre gambe senza le quali la politica abitativa zoppica.
C’è poi un elemento spesso trascurato: la cosiddetta fascia grigia. Famiglie che non sono abbastanza povere per l’emergenza, ma troppo fragili per il mercato. È lì che si gioca la vera partita sociale dei prossimi anni, ed è lì che questi 118 alloggi iniziano a pesare.
Non è la soluzione definitiva. Ma è una risposta reale. E in tempi in cui l’emergenza casa viene spesso evocata più che affrontata, anche questo fa notizia. Perché le politiche pubbliche non si misurano solo dai numeri, ma dalla direzione che indicano. E qui, finalmente, la direzione è quella giusta.
Silenzio e concretezza
MATTEO SALVINI

Al di là della retorica stucchevole con cui ha condito ogni mese della sua permanenza nello status di imputato, ieri ed in punto di Procedura Matteo Salvini ha avuto torto… e anche ragione, Che significa? Che il termometro di Giulia Bongiorno ha fatto rinviare l’udienza in Cassazione in merito la processo sulla vicenda Open Arms.
Se ne riparlerà tra 6 giorni, almeno secondo fonti della Lega. Ma procediamo per gradi: dopo l’assoluzione in primo grado per i noti fatti presuntivamente delittuosi ed ipoteticamente commessi dall’attuale ministro di Trasporti ed Infrastrutture quando era titolare del Viminale, la Procura “non ci era stata”.
Ed aveva impugnato quella sentenza con una serie di passi procedurali non particolarmente consueti. In primo luogo gli inquirenti avevano proposto ricorso “per saltum”.
Ricorso “per saltum”

Che significa? Che i Pm avevano avversato il pronunciamento di primo grado impugnando la sentenza direttamente in Cassazione, senza passare per il secondo grado, l’appello. La motivazione risiederebbe nel fatto che per i requirenti quel verdetto di primo grado conteneva “errori di diritto e di interpretazione delle leggi e delle convenzioni internazionali”. Traducendo: fino al secondo grado le corti si esprimono in senso assolutorio o colpevolista nel merito delle vicende portate a dibattimento.
In Cassazione invece il giudizio non è sulla verità giudiziaria, ma su come a quella verità ci si è arrivati, cioè rispettando o meno i passi della Procedura, le regole di ingaggio, per capirci. In tutto questo Salvini aveva continuato a dolersi del fatto che “a pochi giorni dal Natale” lui sarebbe dovuto andare di nuovo a giudizio “per aver difeso gli italiani”. Un claim da martirologio piagnone che fondava (e fonda) sull’insopprimibile bisogno del leader leghista di acquistare consensi pop, per lui e per un partito che negli ultimi anni ha stentato un po’.
L’udienza si sarebbe dovuta celebrare ieri, ma nelle ore precedenti l’imputato aveva fatto fare istanza di rinvio. Attenzione: questo malgrado la memoria del ricorso dei Pm fosse stata già mezza “bocciata” (non in sede procedurale).
Un ricorso “debole”
E con queste parole: “Si deve ritenere che il ricorso non dimostra, nella prospettiva di censura della sentenza impugnata, la sussistenza di tutti gli elementi dei reati contestati, al fine di poter dimostrarne la tenuta della posizione accusatoria”. Il che significa che magari battere il ferro finché era ancora caldo sarebbe stato meglio.
Sfortuna (o tattica concomitante, nessuno mette in dubbio l’Indisponibilità sanitaria dell’avvocato Bongiorno) ha voluto però ha voluto che il legale di punta di Salvini non stesse bene. Con questo esito: “L’udienza in Cassazione sul procedimento a carico di Matteo Salvini per la vicenda Open Arms è stata rinviata a mercoledì 17 dicembre alle 10. Ne dà notizia la Lega”. Ora, a fare un po’ di aritmetica spiccia, il quadro è chiaro e non proprio solare per il vicepremier. Lui si era lamentato di dover andare sotto processo sotto Natale e adesso ci andrà ancor più sotto Natale.

E per di più pochi giorni dopo il compleanno di sua figlia, che per sua stessa ammissione si intendeva rovinato (o rovinabile ipoteticamente) per l’udienza in oggetto. Lui aveva dalla sua una base di “favor procedurale” e di certo ce l’avrà ancora, ma con un posticipo che non giova certo alla parte politica della sua azione. Forse gioverà, una volta ristabilita, alla puntualità dell’arringa della sua legale.
Una situazione di stallo dunque, in realtà né positiva né negativa per l’ex “Capitano”, ma con il carico di dover ancora attendere un giudizio cassato sulla sua posizione.
Dura Lex, sed Maalox.
FLOP
ANTONIO TAJANI

In politica non esistono avvisi di sfratto ufficiali. Esistono però segnali. E quando iniziano ad accumularsi, anche il più esperto degli inquilini capisce che l’aria è cambiata. Antonio Tajani, oggi, è esattamente in quel momento.
Non c’è una sfiducia formale, non c’è un congresso alle porte, non c’è una successione dichiarata. Ma c’è qualcosa di più eloquente: la presa di distanza della famiglia Berlusconi. E quando gli eredi smettono di coprire il capofamiglia politico, la storia insegna che il finale è già scritto.

Le parole di Pier Silvio Berlusconi non sono una semplice richiesta di rinnovamento. Quelle si fanno nei corridoi, non davanti ai microfoni. Qui siamo di fronte a una dichiarazione pubblica, netta, persino ruvida: servono volti nuovi, idee nuove, un programma nuovo. Traduzione dal politichese: non basta più Tajani.
Il segretario di Forza Italia prova a resistere con l’arsenale classico della sopravvivenza: “stiamo già rinnovando”, “non c’è tempo per rivoluzioni”, “deciderò io le liste”. È la grammatica di chi difende la posizione, non di chi guida una fase nuova.
Marina osserva, Pier Silvio alza il tono. Non contro ma oltre Tajani
Il problema, però, non è Tajani in sé. È ciò che rappresenta. Un equilibrio rassicurante, istituzionale, europeo. Ma anche un’epoca che non parla più al presente. Forza Italia oggi è un partito sospeso: troppo moderato per entusiasmare, troppo governativo per distinguersi, troppo legato al passato per reinventarsi.

La famiglia Berlusconi lo ha capito prima degli altri. Marina osserva, incontra, ascolta. Pier Silvio alza il tono. E intanto nascono correnti, si organizzano raduni, si muovono governatori. Non contro Tajani, ufficialmente. Ma oltre Tajani.
Il fatto che il segretario apprenda tutto da Mumbai, nel mezzo di una missione internazionale, è un dettaglio che pesa più di mille analisi. I leader forti vengono avvertiti prima. Gli altri lo scoprono dai giornali.
Tajani non cadrà domani. Ma è entrato nella fase crepuscolare del suo ruolo. Quella in cui si resta formalmente al comando, mentre il partito guarda già altrove.
I titoli di coda, in politica, scorrono lentamente. Ma quando iniziano, difficilmente si fermano.
Lentamente sul viale del Tramonto





