Top e Flop, i protagonisti di venerdì 14 giugno 2024

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 14 giugno 2024

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 14 giugno 2024.

TOP

GIORGIA MELONI

Giorgia Meloni

Il G7 organizzato dal governo Italiano con mansioni di Presidenza nella splendida Puglia è di fatto il G7 di Giorgia Meloni. Piaccia o meno, la premier di Palazzo Chigi non è solo madrina con i compiti istituzionali dell’Anfitrione di rango, è anche simbolo. Oggi Giorgia Meloni è di fatto il totem tridimensionale di un successo tutto politico che ha dato birra anche alla sua verve istituzionale.

Il G7 ha preso il via al Borgo Egnazia ieri mattina ed avrà conclusione e chiosa sui temi domani, sabato 15 giugno. Innanzitutto va rilevato che Giorgia Meloni è riuscita, in forma e sostanza, a mantenere una sorta di “promessa”. Quella che fece l’anno scorso quando, facendo somma di una fugace vacanza di fine estate e della visita esplorativa sul tema migranti al premier albanese Rama, disegnò il suo piano. Quello di tenere appunto il G7 in una erra che fosse simbologicamente trait d’union fra Occidente ed Oriente, e che fosse bella al punto di incarnare la bellezza del Paese ospitante.

Oggi atteso Papa Francesco
Papa Francesco (Foto: Andrea Giannetti / Imagoeconomica)

Ieri dunque la premier ha accolto gli ospiti e per oggi è atteso quello più importante e, fino a qualche settimana fa, inaspettato: Papa Francesco. Dal canto suo ieri è arrivato Volodymyr Zelensky. Sempre ieri è giunto il presidente americano Joe Biden, che sarà il relatore di ghisa per una bozza di relazione finale anticipata da Bloomberg. Essa “prevede più armi per difendere l’Ucraina, stop al sostegno della Cina a Putin, via libera al piano Usa per la tregua a Gaza.

Da essa scompare il tema dell’aborto ma gli sherpa devono ancore relazionare ai leader. Dal canto suo il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, ha detto: “Grazie, cara Giorgia Meloni, per la tua calorosa accoglienza nel bellissimo Borgo Egnazia per questo importante incontro del G7. Unità e cooperazione, le nostre risorse più forti”. Anche in chiave di geografia rinnovata del nuovo Parlamento Ue. Poco da fare: piaccia o meno, oggi Meloni è più leader che mai.

Comunque una leader.

MATTEO RICCI

Matteo Ricci con Sara Battisti

Da qualche giorno e formalmente lui non è più solo sindaco di Pesaro, coordinatore dei primi cittadini dem e referente delle Autonomie locali italiane. Da qualche giorno e fattualmente Matteo Ricci è anche neoeletto deputato al Parlamento europeo. Ci è diventato con oltre 84.500 preferenze scrutinate e messe in conto a cui andranno ad aggiungersi quelle sortite dalle sezioni di Roma in ritardo per il noto e riprovevole bug.

Quello di Matteo Ricci è anche uno dei due nomi dem su cui si sono misurati gli esponenti del Pd protagonisti dell’ultima “frattura” capitolina con ripercussioni ciociare. Quindi con Francesco De Angelis che assieme ad Antonio Pompeo ha spinto per il sindaco di Firenze e Sara Battisti che ha fatto altrettanto per quello di Pesaro. Al netto del suo ruolo di uomo totem dell’ennesimo bisticcio al Nazareno, Ricci è e resta uomo quadrato.

Venti miliardi senza coperture
Giancarlo Giorgetti

E capace di profilare scenari su cui applicare diritto-dovere di critica e strategie politiche in purezza. Lo prova la sua ultima nota stampa: 20 miliardi senza coperture in Legge di Bilancio. La destra al Governo prepara una manovra correttiva”. Poi il quesito sibillino ma non troppo: “Attenderà i ballottaggi prima di annunciare tagli a sanità e Enti Locali?”. Spiega Ricci: “Mentre la destra al governo portava avanti questa campagna elettorale, il Ministero dell’Economia e delle Finanze era disperatamente alla ricerca di soldi. In 10 giorni, prima è stata ipotizzata la privatizzazione delle Poste, rimessa subito nel cassetto, in attesa delle elezioni”.

L’excursus storico di Ricci sul dietro le quinte d’urna prosegue: “Poi è stata ipotizzata l’introduzione del Redditometro, rimesso allo stesso modo nel cassetto. Infine, sono stati ipotizzati tagli agli Enti Locali”. E ancora, mutuando esternazioni rese già note nella puntata di DiMartedì di questa settimana: “In questo momento ci sono 20 miliardi di previsione di spesa, nella Legge di Bilancio, che non hanno copertura”.

Giorgia e Giorgetti a caccia di soldi

E la domanda delle cento pistole a chiosa secca: “Dove li prenderà il governo di Giorgia Meloni? Ancora una volta tagliando sulla sanità, sulla scuola, sugli Enti Locali? La destra lo dirà prima dei ballottaggi o farà una manovra correttiva tagliando su sanità ed Enti Locali?”.

E’ un pratico, Ricci, e si vede. Perciò specie adesso che il governo si aggrappa a G7 ed al successo elettorale in Ue la sua è la skill giusta per ripartire. Anche dal risultato di quel Pd a trazione Schlein che nelle corde di Ricci non c’è. O non c’era?

Tribuna a pallottoliere.

FLOP

ADOLFO URSO

Adolfo Urso (Foto: Sara Minelli © Imagoeconomica)

Non ci aggrapperemo alla definizione giuridica, tecnica e gratuita nel caso di specie, di “lite temeraria”, nel definire le ultime azioni del ministro del Made in Italy Adolfo Urso. Non starebbe bene e sarebbe avventato. Tuttavia che Urso sia temerario lui di indole e non di format procedurale, questo sì, lo possiamo dire senza tema di essere partigiani. O di vederci arrivare una briscola targata 595 Cp tra capo e collo, che è roba poco piacevole a prescindere.

Spieghiamo: a suo tempo noi stessi arrivammo a quella definizione e lo facemmo in maniera del tutto indipendente da Il Foglio di Claudio Cerasa, che pure aveva colto l’usta. La definizione, tutta giocata sulle affinità di pronuncia tra cognome ed un’entità politica defunta, era “Adolfo Urss”. La verità è che era ed è troppo figa per scavare assonanze concettuali, e che bisogna un po’ impalcarcele addosso con qualche giro sillogico, a contare che Urso e L’Urss davvero non hanno nulla a che spartirsi.

La definizione che non è piaciuta
Claudio Cerasa

Tuttavia quella definizione non è piaciuta al ministro, e ci sta. Quello che magari ci sta un po’ meno è il fatto che quella definizione sia piaciuta talmente poco ad Urso da fargli partire la denuncia penale. Open spiega infatti che “il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso, vuole dai 250 ai 500 mila euro di risarcimento dai giornalisti de Il Foglio”. Perché? Avrebbero a suo dire “tenuto un comportamento gravemente lesivo dell’onore e della reputazione”.

Questo “attraverso la diffusione di articoli denigratori e non rispondenti alla realtà in merito ad alcuni delicati temi di politica industriale. Quali: caro benzina, caro voli aerei, licenze taxi, ex Ilva e Uber, si legge nell’istanza”. Ok, quindi il contesto pare più largo e meno settato sulla singola definizione. Ma perché denunciare una testata per un giochino di parole?

Approccio critico e carte bollate
(Foto: Bruno Weltmann © DepositPhotos)

E perché poi denunciare una testata o più testate per un approccio critico a temi che comunque Urso tratta e governa? Secondo lo stesso Foglio Urso avrebbe “avviato il procedimento nei confronti del direttore Claudio Cerasa, Luciano Capone, Annarita Digiorgio e dell’ex direttore del Riformista Andrea Ruggieri. L’articolo del quotidiano dell’Elefantino Ferrara è del 14 febbraio.

Aveva titolo “Terapia D’Urso” ed “analizzava criticamente l’attività di un esponente di punta del governo Meloni. Caratterizzata da un profluvio di dichiarazioni e di azioni dirigiste e ostili al mercato che, ad avviso di questo giornale, acuiscono gli storici problemi dell’Italia anziché risolverli. Sono le parole dello stesso estensore della nota, Capone.

Urso poi “cita altri due articoli (uno de Il Foglio, l’altro del Riformista) dove i giornalisti utilizzano il nomignolo: ‘Adolfo Urss’, definito dallo stesso ministro un ‘appellativo originale, ma dai contenuti fortemente denigratori’”.

Ecco, veniamo al dunque. Posto che sia vera la storia della querela, e se di una cosa si riconosce l’originalità e quindi il chiaro intento simbologico e sardonico, più per paradosso che per afferenza quindi, perché farlo diventare totem di carte bollate? Non era meglio farsi una risata, magari a denti stretti, con gli autori?

Temerario.

I MAZZIERI DI MONTECITORIO

Frame dalla diretta tv

La solita scazzottata in Aula sotto gli occhi di Italia e mondo e la solita ignavia beota e barbara rispetto al fatto che quella è un’Aula con la A maiuscola. Cioè un posto dove, se si discute in punto di democrazia, si arriva al confronto, magari allo scontro e poi ad una soluzione maggioritaria. Ma sempre tenendo conto di alcuni fatterelli che pare vi siate dimenticati.

Che siate del M5s che espone il tricolore in faccia a Roberto Calderoli o supporters dello stesso che spediscono Leonardo Donno a farsi medicare in carrozzina poco cale. Vorremmo vi fosse chiara una cosa, egregi deputato e senatori rissosi e serialmente tali. Noi vi diamo la delega parlamentare perché siate testimoni di quel che pensiamo e che, nell’esserlo, siate migliori di noi.

La procura ad essere migliori di noi

Siete titolari di una procura con clausola di eccellenza, non di una cambiale in bianco con facoltà di latrare. Se concettualmente siete tali e quali a (molti di) noi ma con uno stipendio decuplicato non ha senso. Non ce l’ha perché la democrazia è una cosa delicata e difficile, per questo il suo esercizio diretto è così ben pagato. E sacralmente declinato in Costituzione, tra l’altro.

Voi invece siete tamarri e basici. Se non icoroniamo più re per diritto è perché investiamo persone per dovere. Così invece tanto valeva votare un buon picchiatore pescato tra i caruggi di Genova, allo Zen2 oppure alla Stazione Centrale di Milano. Noi lo sappiamo dove dovreste andare, ma non ve lo diciamo. Lo pensiamo solo, perché noi e noi soli, quelli che vi hanno dato delega, siamo civili.

Però andateci.