I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 17 aprile 2026.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 17 aprile 2026.
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LEONE XIV

Per il secondo giorno di fila, Papa Leone XIV conquista il centro dell’attenzione mondiale. Non per stanchezza dei cronisti. Ma perché anche il discorso pronunciato ieri dal Pontefice nella tappa di Bamenda del suo viaggio in Africa vale più di qualsiasi analisi geopolitica prodotta in questi mesi di guerra e di minacce nucleari.
In particolare su un punto. È quando il Pontefice americano — cresciuto nella stessa cultura che ha prodotto Trump, Vance e i masters of war della Casa Bianca — cita, senza citarla, la canzone più feroce di Bob Dylan: «fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare».
Dylan l’aveva scritto nel 1963. Sessantadue anni dopo, un Papa lo dice dal cuore del Camerun, davanti a migliaia di persone che aspettano in silenzio fuori da una cattedrale controllata da cancellate. Il silenzio, in quel contesto, è la cosa più eloquente di tutte.
Manciata di tiranni

«Il mondo è distrutto da una manciata di tiranni ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali»: è una frase che ha la struttura di un versetto biblico e la radicalità di un manifesto politico. Non nomina nessuno. Non serve. Chiunque abbia letto un giornale negli ultimi sei mesi sa perfettamente a chi si riferisce.
Il paradosso di Leone XIV è tutto qui: è il primo Papa americano della storia, parla in inglese, viene dalla stessa nazione che in questo momento sta bombardando l’Iran e agita lo spettro nucleare nel Medio Oriente. E dall’Africa — dall’Africa, non da Roma, non da Washington — dice ad alta voce ciò che i leader occidentali non trovano il coraggio di sussurrare nemmeno in privato.
«Basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire». Sono parole che Hiroshima conosce. Che Gaza conosce. Che ogni città bombardata della storia conosce. Parole che i masters of war — quelli di ieri e quelli di oggi — fingono di non sentire perché sentirle costerebbe troppo. Leone XIV le ha dette. Ad alta voce. In inglese. Perché non ci fossero dubbi su chi dovesse capire.
Il Papa che cita Dylan
MICHELE GUERRA

Parma è la prima città d’Europa ad essersi dotata dello Youth Test: un indice che assegna un punteggio alle delibere comunali in base al loro impatto sui giovani. Non una dichiarazione d’intenti, non un documento programmatico, non la solita promessa elettorale sul futuro dei ragazzi. Uno strumento scientifico, elaborato con il professor Luciano Monti della Luiss, che obbliga chi costruisce una politica pubblica a farsi una domanda semplice e rivoluzionaria insieme: questa cosa, sui giovani, ha un effetto o no?
Michele Guerra, sindaco di 44 anni, al Corriere della Sera l’ha spiegata in maniera che più chiara non si può.
«Se faccio una delibera sul trasporto pubblico locale nelle ore notturne, avrà un impatto sui giovani che vivono la notte della città, e quindi avrà alto valore di impatto alto generazionale. Se realizzo progetti di abitare che tengono in considerazione, per l’assegnazione degli alloggi, la giovane età, avranno un punteggio alto, se invece mettessi come requisito i figli, o avere un certo tipo di lavoro, allora l’impatto diventerebbe più basso. Se approvo una delibera per l’accesso gratuito, o a prezzo calmierato, ai musei , o al cinema, alle attività culturali, per i ragazzi, avvantaggio quelle categorie che hanno capacità di spesa minime.
Questa condizione ti permette di renderti conto abbastanza indirettamente di quanta politica stai facendo per i giovani. Ma anche di cambiare la forma mentis di chi questa politica la costruisce: se io assessore, dirigente, lavoro a una delibera, sapendo che questa delibera verrà valutata anche per l’impatto generazionale, la domanda sarà presente nella mia testa, comincerò a chiedermi: sui giovani questa cosa ha un effetto o no? E infatti il Comune ha fatto dei corsi di formazione per i dipendenti, perché queste domande se le ponessero indipendentemente dalla guida politica».
Una città per i giovani

Il meccanismo non boccia le delibere che non superano la soglia. Non è restrittivo, non è punitivo. Ma cambia qualcosa di più profondo: cambia la forma mentis di chi quella politica la costruisce. È educazione civica istituzionale, nella sua forma più concreta.
I risultati si vedono. Parma ha 44.000 residenti tra i 15 e i 34 anni su 202.000 totali. L’anno prossimo sarà Capitale Europea dei Giovani. Non è un caso: è la conseguenza di una scelta politica precisa, fatta con strumenti precisi.
In genere i giovani vengono evocati nei discorsi e ignorati nelle delibere. Lo Youth Test inverte questa logica: non chiede ai giovani di interessarsi alla politica, chiede alla politica di interessarsi ai giovani. Che è esattamente l’ordine giusto.
Qualcuno, magari nei 91 Comuni in provincia di Frosinone, potrebbe prendere nota.
A misura di giovane.
FLOP
MASTRANGELI – PIZZUTELLI – IACOVISSI

Esiste una differenza, piccola nella forma ma enorme nella sostanza: la sicurezza e la percezione della sicurezza non sono la stessa cosa. La prima si misura con i dati: reati commessi, denunce presentate, tempi di risposta delle forze dell’ordine. La seconda si alimenta di altro: un post sui social, una rissa filmata con il telefonino, la notizia amplificata fino a sembrare un’epidemia. Confonderle è un errore. Farlo deliberatamente è una scelta politica.
La campagna elettorale che si sta preparando a Frosinone per le Comunali del prossimo anno sembra aver scelto la strada della paura che si agita dentro ogni cittadino. Il tema della sicurezza — o meglio, della sua percezione — occupa uno spazio che non lascia molto posto ad altro.
Sarebbe anche comprensibile, se Frosinone fosse Chicago. Ma Frosinone è il capoluogo di una provincia ciociara che ha problemi reali e urgenti: un tessuto commerciale in difficoltà, un centro storico che fatica a trovare una vocazione, una mobilità urbana su cui si è già detto tutto il dicibile senza ancora trovare soluzioni, una città che continua a perdere abitanti e giovani senza che nessuno sembri avere una risposta credibile al perché. Su tutto questo, il dibattito tace. O balbetta. O si perde in polemiche che durano il tempo di un ciclo di notizie.
Visione cercasi

Una città capoluogo merita una visione. Non uno specchio deformante in cui il problema è sempre l’altro — lo straniero, il disagiato, il diverso che spaventa. Merita qualcuno che dica cosa vuole diventare Frosinone tra dieci anni. Che quartieri vuole, che economia vuole, che giovani vuole trattenere e come.
La paura è il più corto dei programmi politici. E i programmi corti, di solito, producono mandati ancora più corti.
La campagna dello spavento.



