I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 18 luglio 2025
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 18 luglio 2025.
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GIORGIA MELONI

La sinistra tace, la destra difende: è un inatteso ribaltamento del fronte quello a cui si è assistito nelle ore scorse a Milano. Giuseppe Sala, si ritrova nel mirino di un’inchiesta giudiziaria e chi lo dovrebbe abbracciare si limita a una telefonata. Mentre chi dovrebbe impallinarlo, da Giorgia Meloni in giù, si appella al garantismo.
Un paradosso solo apparente. Perché il Pd, o meglio il Nazareno targato Elly Schlein, non ha mai sentito Sala come figlio legittimo. Sindaco civico, troppo autonomo, troppo liberal, troppo milanese per la sinistra moralista che guarda a Giuseppe Conte come a un fratello ritrovato. E allora meglio silenziare, rintanarsi nell’imbarazzo, lasciare la scena ad altri.
La difesa affidata alla destra

E altri, cioè il centrodestra, questa volta sorprende. Meloni, Crosetto, persino Fontana non cadono nella trappola giustizialista. Anzi, sembrano recitare il manuale del Berlusconi garantista, quello che vedeva nei processi una torsione della democrazia. Nessuno chiede le dimissioni di Sala. Nessuno, tranne qualche voce fuori dal coro, sbatte i pugni. Persino Ignazio La Russa, solitamente più incline al ring, si limita a dire che la giunta non è adeguata. Politicamente, non penalmente.
È un clima nuovo? Difficile dirlo. Più probabilmente è solo un calcolo: oggi tocca a Sala, domani potrebbe toccare a chiunque. I teoremi della Procura di Milano si stanno rivelando alquanto innovativi. Per questo Matteo Renzi e Carlo Calenda – che sanno cos’è un avviso di garanzia e cosa può fare a una carriera – difendono Sala senza se e senza ma. E mentre Schlein esita, loro marcano il territorio.
In questa giostra di solidarietà inaspettate e silenzi eloquenti, Sala resta lì. Non per eroismo, ma per realismo. Perché le dimissioni, oggi, non sarebbero un gesto di trasparenza, ma una resa al sospetto. E, a quanto pare, persino il centrodestra lo ha capito prima del Pd.
L’imputato senza inquisitori.
NICOLA OTTAVIANI

Un tiro, un centro. Senza sprecare colpi, senza puntare troppi bersagli. Nicola Ottaviani ha scelto questa tattica: sta funzionando. Lo dimostra la riunione avvenuta ieri della Giunta Regionale del Lazio: ha approvato il programma degli interventi infrastrutturali per i presidi ospedalieri e sanitari dell’Asl di Frosinone. In pratica? I due ospedali cresceranno ed avranno nuovi immobili collegati alle attuali strutture attraverso ponti coperti in vetro.
L’operazione è stata costruita dall’ex sindaco di Frosinone ed oggi deputato della Lega. C’è lui dietro al decreto ministeriale del 26 maggio 2023. La copertura economica è stata garantita da un suo emendamento alla Legge di bilancio 2023. Che non pensa solo a Frosinone e Cassino ma anche alla Asl di Latina: per gli ospedali dell’intero Lazio Sud Ottaviani ha portato un investimento complessivo di 35 milioni di euro.
A colpo sicuro

Non un annuncio. Non una promessa. Da ieri è un risultato già nero su bianco, ratificato dalla giunta regionale del Lazio. Un po’ come avvenuto per la Stazione Ferroviaria sulla linea dell’Alta Velocità: è stato Ottaviani ad ottenere il finanziamento per realizzare lo studio di fattibilità basato sul trasporto veloce dei passeggeri il giorno e delle merci la notte. E sempre lui è stato ad ottenere la prima riunione operativa al Ministero con Matteo Salvini per iniziare ad esaminare la situazione. Finanziato. Riunito.
Ma la notizia non è solo il finanziamento. È la visione politica che lo accompagna. Ottaviani ha compreso prima di altri che le battaglie vere oggi si combattono sul territorio: nei reparti, nelle sale d’attesa, nei corridoi affollati degli ospedali di provincia dove il personale sanitario fa miracoli con infrastrutture spesso inadeguate. E ha agito di conseguenza. Con efficacia.
Il merito di Ottaviani sta nell’aver interpretato il ruolo del parlamentare come strumento operativo, non ornamentale. È riuscito a incrociare le esigenze locali con le leve nazionali, dimostrando che un deputato può ancora incidere sulla vita delle persone. E può farlo senza bisogno di megafoni, slogan o crociate ideologiche.
E se la politica ha ancora un senso, forse è proprio in questo: trasformare le idee in cantieri.
L’artigliere.
MARCO DELL’ISOLA

Molte università arrancano tra burocrazia, calo di iscritti e fuga di cervelli: nello stesso tempo a Cassino succede qualcosa di molto diverso. L’Ateneo del Lazio Meridionale, guidato dal rettore Marco Dell’Isola, ha appena conquistato il secondo posto nella classifica Censis 2025/2026 tra i piccoli atenei statali. E non è una medaglia di consolazione: è un riconoscimento che fotografa una realtà in crescita, viva, capace di attrarre studenti e investimenti, di farsi motore di sviluppo in un’area storicamente marginalizzata.
Non è un colpo di fortuna ma un progetto. Il rettore lo dice con chiarezza: “È il frutto di un lavoro certosino, del piano strategico dell’Ateneo e della capacità di coinvolgere tutta la comunità universitaria”. Ha ragione. A Cassino, l’università non è un’isola felice staccata dal mondo. È un ascensore sociale per intere generazioni del basso Lazio, della Campania settentrionale e del Molise. È un laboratorio inclusivo, dove si investe nella disabilità, nell’internazionalizzazione, nell’orientamento, nella crescita vera.
Unicas d’Europa

L’ateneo cassinate parla oggi 80 lingue, perché attrae studenti da 80 nazionalità. Offre un quarto dei suoi corsi in inglese. E — dato più importante di tutti — triplica i suoi iscritti nelle scuole del territorio. Non solo: aumenta anche l’occupabilità dei laureati, molti dei quali trovano lavoro già nel primo anno dopo la laurea. Questo vuol dire aver capito che università e lavoro non sono due pianeti distanti.
Non è solo cultura: è economia. Cassino non vive più solo dei fasti dell’industria automobilistica. Oggi l’università è una delle principali leve di sviluppo locale. Lo dimostra la joint venture con Fincantieri, colosso mondiale della cantieristica: non una comparsata simbolica, ma una vera alleanza industriale che porta ricerca, know-how e opportunità sul territorio.
La seconda posizione nella classifica Censis è solo una tappa. Perché qui, a sud di Roma e a nord di Napoli, si sta costruendo qualcosa che vale più di una classifica: una comunità accademica che non si limita a formare laureati, ma cittadini, professionisti e leader. Cassino, oggi, è più che un’università: è un trampolino per il futuro.
L’Ateneo che non forma solo studenti ma futuro.
FLOP
MOBY

Il naufragio non è ancora ufficiale, ma la prua di Moby punta decisa verso le secche. Dopo mesi di trattative, speranze e concordati, la compagnia di navigazione più riconoscibile del Paese – quella con la balena blu stampata sulla fiancata – vede sfumare il suo salvataggio per mano dell’Europa, o meglio, per un’istruttoria dell’Antitrust che ha fatto indietreggiare MSC, il colosso marittimo del gruppo Aponte.
Già, perché in nome del sacro dogma della concorrenza, Bruxelles ha bloccato un’operazione che avrebbe messo in sicurezza oltre cinquemila posti di lavoro e garantito la continuità territoriale con isole come l’Elba e la Sardegna. Il timore? Un presunto monopolio sui traghetti. Come se oggi ci fosse una fila di investitori pronti a contendersi rotte in perdita.
Indietro tutta

E così, MSC – che avrebbe portato know-how, navi moderne e un respiro internazionale – ha fatto retromarcia. Ufficialmente per evitare una multa. Ufficiosamente, per non imbarcarsi in una guerra di carte bollate con Bruxelles. Onorato si riprende la sua barca zoppicante, con un prestito da restituire e la promessa (vagamente disperata) di trovare nuove soluzioni. Intanto i dipendenti – marinai, cuochi, tecnici, fornitori – restano sospesi tra i flutti.
Fa sorridere, amaramente, il confronto con Stati Uniti e Cina, dove fusioni e concentrazioni sono incoraggiate per salvare comparti strategici. In Europa, invece, si difende la concorrenza anche quando non c’è nessuno disposto a competere.
Siamo insomma al paradosso europeo: meglio affondare in solitaria che galleggiare con qualcuno al timone. Ma anche questa, a ben vedere, è una rotta ben tracciata.
La balena blu senza ancora.



