I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 19 dicembre 2025.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 19 dicembre 2025.
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ALDO MATTIA

Aveva ragione lui. Niente chiacchiere, nessun volo con la fantasia. Quelli dell’onorevole Aldo Mattia erano fatti concreti e salite in quota calibrate su un preciso piano di volo. A Frosinone, al posto del 72° Stormo dell’Aeronautica Militare, la Difesa metterà una moderna scuola interforze per il pilotaggio da remoto. Adesso c’è l’ufficialità data da una dichiarazione del Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica militare, generale Antonio Conserva.
Quando il deputato di Frosinone lo aveva annunciato due settimane fa, in molti avevano liquidato le sue parole come una suggestione, altri come una forzatura. Addirittura erano tornati a farsi sentire quelli che da anni ignorano le evidenze e provano a far credere che sul terreno del Girolamo Moscardini si possa ricavare un aeroporto di linea: balle senza nessun fondamento. Smentite da una serie di elementi chiarissimi per chi comprende almeno un po’ delle cose militari. Oggi i fatti dimostrano che quella di Aldo Mattia era semplicemente una lettura lucida della realtà. (Leggi qui: Dopo gli elicotteri i droni: all’aeroporto di Frosinone la Scuola Militare Interforze).
Il percorso già tracciato

La conferma ufficiale dell’Aeronautica militare non fa che mettere un timbro su un percorso già tracciato. Il 72° Stormo si trasferirà a Viterbo, «forse non a gennaio ma entro la prossima estate» ha detto ieri sera mattia intervenendo alla trasmissione A Porte Aperte su Teleuniverso. «C’è un problema di alloggi per il personale». Ma al tempo stesso Frosinone diventerà un polo d’eccellenza per il pilotaggio remoto. Non una perdita secca ma una riconversione strategica. Esattamente ciò che Mattia aveva spiegato, senza giri di parole.
La scuola droni non è una scelta estemporanea: è la risposta a un cambiamento profondo delle dottrine militari, della tecnologia, persino dei conflitti contemporanei. Frosinone non viene marginalizzata, viene riposizionata. Diventa un centro nazionale, forse europeo, in un settore in piena espansione che incrocia difesa, intelligence, aerospazio e formazione avanzata. Mette Frosinone nel mirino di potenziali nemici del Paese? Non più e non meno di oggi che è sede di uno Stormo dell’Aeronautica militare.
In rotta

Mattia aveva colto il punto politico vero: non difendere il passato per inerzia ma governare il futuro. Anche quando questo comporta scelte difficili, come l’addio a una storica presenza militare. La politica matura non si limita a dire no, costruisce alternative credibili. E questa lo è. Per numeri, per investimenti, per prospettive occupazionali e per centralità strategica. Frosinone non perde uno Stormo, guadagna una missione.
A posteriori è facile allinearsi. Più raro è avere il coraggio di dirlo prima. E in questa vicenda, va riconosciuto, Aldo Mattia ci aveva visto giusto.
Sulla rotta giusta.
FABIO CAGNAZZO

C’è un limite oltre il quale la ricerca della verità rischia di trasformarsi in accanimento. E nel caso dell’omicidio di Angelo Vassallo, quel limite sembra essere stato superato da tempo. Non nel dovere sacrosanto di indagare ma nel modo in cui lo Stato sta trattando uno dei suoi servitori come il colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo, trascinato in una lunga via crucis giudiziaria che getta ombre sempre più fragili su un’istituzione come i Carabinieri che, nel nome della loro bandiera, dovrebbero essere tutelati, non logorati.
Sia detto con ancora maggiore chiarezza: è giusto indagare su Cagnazzo esattamente come lo è su qualsiasi cittadino. Ma quando la Cassazione, per la seconda volta, ha annullato l’ordinanza del Tribunale del Riesame di Salerno, bisogna arrendersi alle evidenze. L’arresto di Cagnazzo è stato annullato per la seconda volta: non per un vizio formale, ma entrando nel cuore del problema e cioè la gravità degli indizi. Che nel caso del colonnello Cagnazzo non ci sono, ha detto la Cassazione. E quando la Suprema Corte è costretta a intervenire due volte sullo stesso impianto cautelare, disponendo persino un nuovo collegio, il segnale è forte. Non gridato, ma inequivocabile.
Il marchio sulla divisa

Sette mesi di carcere preventivo non sono una parentesi neutra nella vita di un uomo. Peggio ancora se quell’uomo indossa una divisa con gli alamari. Sono un marchio, un’ombra che resta anche quando i provvedimenti cadono uno dopo l’altro. E diventano un problema istituzionale quando a subirli è un colonnello dei carabinieri, colpito da un’accusa che continua a poggiare su racconti di collaboratori di giustizia già ritenuti inattendibili dagli stessi uffici giudiziari.
Qui non è in discussione il rispetto per la memoria di Angelo Vassallo, né la necessità di arrivare alla verità. È in discussione il metodo. Perché uno Stato credibile non sacrifica la presunzione di innocenza sull’altare dell’opinione pubblica, né insiste su un impianto che la Cassazione ha già più volte smontato.
La Giustizia non è una prova di forza. È equilibrio, misura, autocorrezione. E quando l’organo di vertice segnala che qualcosa non regge, continuare sulla stessa strada non rafforza l’accusa: la indebolisce.
Inutile ostinazione.
RICCARDO MASTRANGELI

A Frosinone si inaugurano le fogne. E già questo dovrebbe far sorridere, se non fosse che il sorriso dura poco quando si scopre che a beneficiarne sono oltre quattromila cittadini che, fino a ieri, ne erano privi. Non in un borgo medievale arroccato, ma nel capoluogo di una provincia del Lazio. Il quartiere Maniano entra finalmente nel XXI secolo, mentre l’antica Roma le fogne le costruiva ventIcinque secoli fa. Cloaca Maxima, anno 600 avanti Cristo. Qui siamo arrivati al 2025. Con calma.
Eppure la notizia è buona. Buonissima. Perché parliamo di salute pubblica, di ambiente, di dignità urbana. Di famiglie che per decenni hanno convissuto con disagi quotidiani diventati normalità.
L’opera c’è, è concreta: chilometri di rete fognaria, un impianto di depurazione potenziato, uno dei tratti più delicati dello Schioppo finalmente bonificato. Un investimento da 1,3 milioni che restituisce valore alle case e serenità alle persone.
Giustizia sociale

Il sindaco Mastrangeli ha ragione quando parla di giustizia sociale. Perché non c’è nulla di più ingiusto che dover attendere mezzo secolo per un servizio basilare. E se oggi si taglia il nastro, è bene ricordare anche quanto tempo si è perso prima.
Il che pone due aspetti. Il primo, contingente. La politica ama le grandi opere. Ma a volte la civiltà passa dalle cose più elementari. Come una fogna che arriva. Tardi, sì. Ma finalmente arriva. Il secondo, di sistema. Riccardo Mastrangeli ha curato talmente poco la sua immagine da avere lasciato proliferare una narrazione fondamentalmente basata sul Brt e le polemiche che ha giustamente innescato. Mentre sono decine le opere che ha portato a termine ed ha inaugurato. Alcune attese da sempre come le fogne di Maniano.
Eppur si muove, eppur inaugura.
FLOP
GLI ANTAGONISTI DI ASKATASUNA
Non è, né sarà mai, in discussione la libertà di opinione. Né potrà mai essere contestato o avversato il diritto delle persone di associarsi e riunirsi per coltivare idee che non sono particolarmente “mainstream” rispetto al comune pensare di un Paese. Quello che è, già da tempo, in discussione certissima delle scelte fatte dagli antagonisti di Askatasuna è il ricorso ad una violenza che ha dato prova fin troppo esemplare di sé.
Quella, ad esempio, che ad inizio mese aveva visto un pattiglione di mezzi invasati torinesi assaltare la redazione de La Stampa. E in casi come questo la risposta di uno Stato di Diritto non può e non deve essere “soft” (in senso di iniziative, non di violenza), neanche quando quello Stato di Diritto è governato secondo un mood non particolarmente liberale.
Perché se alla fine la si dà vinta ai violenti solo per non urtare potenziali pascoli di consenso o solo per non prendersi le coccarde nere di Nazione Polizitta allora si sbaglia.
L’annuncio di Piantedosi

Ecco perché il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha fatto bene (lo si scrive con i denti un filino a bruxare – ndr) a sguinzagliare, ieri mattina, oltre 300 agenti di Polizia per sgomberare quel centro sociale che tra l’altro aveva anche stretto una sorta di “patto di non belligeranza” con il Comune di Torino.
Ha comunicato il titolare del Viminale in merito al blitz mattutino al civico 47 di Corso Regina Margherita. “Sgomberato il centro sociale Askatasuna di Torino. Dallo Stato un segnale chiaro: non ci deve essere spazio per la violenza nel nostro Paese”.
Al di là dei soliti toni altisonanti da carica di Balaclava tipici dei “jolly” dell’Esecutivo in carica il dato resta: gli antagonisti hanno fatto di tutto per attirare l’attenzione sulla loro sortita vandala. E alla fine è arrivato il conto.
Il blitz all’alba
Ed è stato un conto servito in maniera speed, visto che, come ha spiegato l’agenzia Dire, “non c’è stato neanche il tempo di far girare l’allarme sui social, chiamando a raccolta gli antagonisti per provare a impedirlo”.
Lo stabile in questione risultava occupato dal 1996, ed è evidente che non tutti i suoi “inquilini” sono certissimamente coinvolti nel blitz a La Stampa, ma il dato due è più decisivo.
Se in quel contesto è maturato il clima che poi ha portato alla decisione da parte di una minoranza di effettuare quel raid allora il Centro “Aska” è socialmente pericoloso.
“Pagherete, pagherete tutto…”

Una sorta di “disco verde morale e formale al contempo” era poi arrivato dal sindaco Stefano Lo Russo, che aveva proclamato “la fine della collaborazione con il centro sociale e il mancato rispetto del ‘patto‘ siglato da Askatasuna con il Comune”. Perciò ieri fuori tutti: quelli che la rabbia la traducono in parole ed azioni conchiuse nel recinto di diritti e legalità e quelli che hanno deciso di scavalcare quei recinti.
Gli stessi che, a sgombero avvenuto, hanno lanciato un tam tam social. Un’adunata associata ad un presidio permanente in cui spiegano che “l’Aska non si tocca, pagherete caro, pagherete tutto“.
Perché purtroppo certe forme di violenza non le addomestichi mai solo con la tenuta antisommossa, ma con una graduale cultura del rispetto: per chi potesta senza “scassare” e per chi interviene quando si passa farlo.
Sfrattati e rabbiosi.




