Top e Flop, i protagonisti di venerdì 19 settembre 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 19 settembre 2025

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 19 settembre 2025.

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TOP

LEONARDO MARIA DEL VECCHIO

Leonardo Maria Del Vecchio (Foto: Andrea Di Biagio © Imagoeconomica)

Il caffè gratis tutti i giorni per i lavoratori della ‘fabbrica dell’acqua‘: si presentò così Leonardo Maria Del Vecchio quando mise per la prima volta un piede nel suo nuovo acquisto, l’Acqua di Fiuggi. Non fu tanto la prospettiva del business a muoverlo. Ma l’affetto. Per quel papà che tanto gli aveva insegnato e lasciato e che beveva solo quell’acqua che sgorga in Ciociaria. La volta successiva non si limitò al caffè: mise mano al portafogli e ripianò circa 3,5 milioni di disavanzo che aveva trovato nei conti . Torna oggi: per presentare uno stabilimento completamente rinnovato ed una Fiuggi che vuole giocare una partita totalmente diversa.

Leonardo Maria Del Vecchio non è solo un nome famoso. È una mentalità. È l’idea che sviluppo non significhi solo cemento o capannoni ma ecosistemastrategieorizzonte lungo. Il progetto messo in campo – un investimento strutturale mai visto prima a Fiuggi, in proporzioni e ambizioni – non è solo una scommessa industriale. È, prima di tutto, un atto politico: che dice «io ci credo», dove tanti hanno detto «non c’è più niente da fare».

Perché Leonardo Maria Del Vecchio non sta portando filantropia, sta portando industria vera, innovazione, formazione. Sta costruendo ponti tra il territorio e il futuro. Con quella idea precisa e rarissima nel capitalismo italiano: lasciare qualcosa che resti, anche quando il ciclo economico sarà cambiato.

Più il quanto del come
Lo stabilimento rinnovato

Il dato che più colpisce non è solo il “quanto”, ma il “come”. La capacità di integrare visione e presenza. Di non calare dall’alto un progetto ma di inserirlo in una rete locale fatta di amministrazioni, università, imprese, persone. Non un’operazione spot, ma un piano coerente, sostenibile, pensato per durare. La differenza, alla fine, la fa questo: la visione.

Oggi si confonde l’investitore con lo speculatore, invece Del Vecchio dimostra che si può pensare l’impresa come fattore sociale oltre che economico. E nel farlo restituisce centralità a un territorio troppo spesso costretto a rincorrere le occasioni anziché guidarle.

Non è detto che tutto filerà liscio, perché nessun grande progetto è esente da ostacoli. Ma l’approccio dice molto. E oggi ci dice questo: c’è qualcuno che crede che il nostro territorio valga il rischio dell’ambizione.

La visione che mancava.

SARA BATTISTI

Sara Battisti

Nel gioco a scacchi della politica, spesso la mossa più importante è quella che non fa rumore. Ed è in quel silenzio che si avverte il passo deciso di Sara Battisti, consigliera regionale del Pd, che con una scelta solo in apparenza “di merito” ha compiuto un gesto squisitamente politico: tendere la mano ai Socialisti.

A Frosinone, infatti, è già iniziata — con largo anticipo e sorprendente lucidità — la partita delle Comunali 2027. O, chissà, anche prima: se le turbolenze in Aula dovessero trasformarsi in rottura. I Socialisti hanno fatto la loro mossa con tempismo chirurgico: hanno presentato il candidato sindaco Vincenzo Iacovissi, tre liste pronte all’uso (una di Partito, due civiche) e un messaggio forte ma realistico. Ma dietro le apparenze c’è una cinica sostanza alla quale anche la buona volontà dei Socialisti deve sottostare: non si vince da soli.

Ed il primo ad esserne consapevole è il loro leader Gian Franco Schietroma: sa che non si vince senza un’idea chiara di coalizione. Ed il significato della sua mossa voleva essere proprio quello: lanciare un messaggio al Partito Democratico dicendo ‘noi ci siamo, ora tocca a voi’. (Leggi qui: I Socialisti rompono gli indugi: la ‘Frosinone di domani’ parte già oggi. E qui: Top e Flop, i protagonisti di martedì 16 settembre 2025).

La politica fatta di segnali
Gian Franco Schietroma (Foto: Alessia Mastropietro © Imagoeconomica)

Fin qui, però, il Pd era rimasto in un eloquente silenzio. Troppo preso — forse — dalle sue turbolenze interne, tra malpancisti e assenza di una regia unitaria. Poi è arrivata la firma di Sara Battisti su una proposta di legge per l’assistenza psicologica di base. Ma soprattutto è arrivato il ringraziamento pubblico a Gian Franco Schietroma e al Psi per il sostegno. Un gesto formale? Tutt’altro. È stato il primo, vero ponte costruito in prospettiva amministrativa.

Perché la politica, quando funziona, è fatta di segnali. E Sara Battisti lo sa. Ha capito che, in un campo progressista frantumato, occorre ricominciare dalle alleanze vere, non dai cartelli elettorali. Ha colto il segnale dei Socialisti e ha risposto con un altro segnale. Non con le solite alchimie tattiche ma con un’azione concreta e condivisibile.

La strada per una coalizione competitiva è ancora lunga, tortuosa e tutt’altro che certa. Ma un primo passo è stato fatto. E come spesso accade, a muoversi per prima è stata una donna capace di visione. La politica — quella vera — è l’arte di cogliere i momenti. Sara Battisti lo ha fatto. Ora tocca agli altri rispondere. Prima che sia troppo tardi.

L’arte politica di costruire ponti.

ROCCA e GUALTIERI

Francesco Rocca e Roberto Gualtieri (Foto: Alessandro Amoruso © Imagoeconomica)

Tutto nello stesso giorno. Ieri è stato innalzato il livello di scorta al presidente del Consiglio Giorgia Meloni ed ai vicepresidenti Antonio Tajani e e Matteo Salvini. Il dispositivo è stato deciso in seguito ad un inasprimento delle tensioni internazionali ma soprattutto del clima interno, in particolare successivamente all’omicidio, negli Stati Uniti, dell’attivista Charlie KirkNello stesso giorno, in un Paese dove il dibattito è ormai ridotto a un botta e risposta da talk show, lo spettacolo andato in scena ieri all’Eur tra il sindaco Dem di Roma Roberto Gualtieri ed il Governatore del lazio Francesco Rocca (FdI) ha avuto quasi un che di rivoluzionario. O meglio: profondamente controcorrente, proprio perché intriso di normale civiltà politica. (Leggi qui: Charlie Kirk. La violenza elimina le persone non le idee).

E che sia accaduto sul palco di una festa di Partito — e per giunta quella dei giovani di Fratelli d’Italia — rende l’episodio ancora più emblematico. Un sindaco di centrosinistra e un presidente di Regione di centrodestra che si confrontano pubblicamente, sorridono, si danno reciprocamente atto delle cose fatte insieme, si chiamano affettuosamente per nome. E soprattutto: non si insultano.

La Pax Giubilare
Francesco Rocca (Foto: Alessandro Amoruso © Imagoeconomica)

E invece, sul palco della gioventù meloniana, la “pax giubilare” tra Gualtieri e Rocca ha prodotto un momento di verità. Un momento che dimostra come, almeno tra le istituzioni, sia ancora possibile dividersi sulle idee e unirsi sui progetti. Hanno parlato di Giubileo, di treni per la Metromare, di appalti condivisi e persino di stima personale. Rocca ha ringraziato pubblicamente il sindaco per aver condiviso una parte della sua gara sui nuovi convogli. Gualtieri ha invocato il “metodo Giubileo” per la futura Linea C. Hanno discusso, sì. Ma con toni pacati, argomenti solidi e quel garbo istituzionale ormai in via d’estinzione.

Poi certo, qualche frecciata c’è stata. Ma era calcio — e in Italia, si sa, su questo non si media. Rocca laziale, Gualtieri romanista: lo scontro più acceso è stato su Paolo Negro e il derby del 2000. Eppure, persino lì, la polemica è rimasta nel registro dell’ironia, non della rissa.

Roberto Gualtieri (Foto: Alessandro Amoruso © Imagoeconomica)

Ecco perché questo episodio, apparentemente banale, merita di essere sottolineato. Perché ci ricorda che si può fare politica senza trasformare l’avversario in un nemico. Perché dimostra che il rispetto istituzionale non è un atto di debolezza, ma una forma superiore di forza democratica. E perché, diciamolo, in un momento in cui le rispettive truppe (Pd e FdI) già affilano i coltelli in vista delle Comunali 2027, è incoraggiante vedere che almeno i generali, per ora, evitano il sangue.

Il miracolo della normalità.

FLOP

ANTONIO TAJANI

Antonio Tajani

Ai tempi di Giulio Andreotti siamo stati sposati con la moglie bionda ma avevamo l’amante mora. Cioè: eravamo alleati degli usa ma flirtavamo con i Palestinesi. E questo ci ha consentito di avere un dialogo in quel mondo che ribolliva di rabbia e già allora minacciava di esplodere. Diciamolo chiaramente: si può essere filo-israeliani senza essere ciechi e si può sostenere il diritto alla sicurezza dello Stato ebraico senza rinunciare alla critica, quando gli eventi lo impongono. E Gaza, con il suo tragico genocidio, impone una presa di posizione chiara, netta, coraggiosa. Non per simpatia ideologica ma per quella semplice forma di giustizia che dovrebbe ispirare ogni politica Estera degna di questo nome.

E invece l’Italia — ancora una volta — ha trovato il modo di non scegliere. Durante la riunione del Coreper, mentre la Francia chiedeva sanzioni rapide contro gli insediamenti dei coloni e i ministri israeliani più estremisti, l’ambasciatore italiano ha sollevato dubbi di natura procedurale. “Siamo sicuri che serva una maggioranza qualificata e non l’unanimità?” Una domanda che, in apparenza, riguarda le regole. Ma che, nella sostanza, è un freno in piena regola.

L’Italia con il freno a mano

Non è la prima volta che accade. E non sarà l’ultima. Il nostro Paese ha adottato una strategia dell’ambiguità che ci fa sembrare prudenti quando in realtà siamo solo paralizzati dalla paura di scontentare qualcuno. Soprattutto in Medio Oriente, dove la bussola dell’equidistanza è diventata un alibi per l’inazione.

Il Ministro Tajani prova a tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Critica Smotrich, ma non il governo israeliano che gli consente di parlare. Si dice a favore di uno Stato palestinese, ma “non ora, non così”. Una diplomazia a fisarmonica, che si restringe o si allarga in base all’audience del giorno.

Giorgia Meloni, dal canto suo, ha abbracciato una linea attendista, come se riconoscere uno Stato palestinese debba dipendere non da principi ma dalla calendarizzazione di una conferenza stampa. Macron lo farà all’Onu. Starmer lo farà a Londra. Noi? Forse. Ma più in là. Quando sarà più “utile”. Come se i morti di oggi potessero aspettare il pragmatismo di domani.

Il punto è che, nel disegno della storia, ci sono momenti in cui prendere posizione è un dovere, non un’opzione. La neutralità apparente dell’Italia non è saggezza: è un rifiuto della responsabilità. Di fronte a crimini di guerra, insediamenti illegali, bombardamenti su civili, l’Italia non può continuare a giocare a nascondino nei corridoi di Bruxelles.

L’arte italiana dell’astensione.