I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 2 gennaio 2026.
*
*
I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 2 gennaio 2026.
*
TOP
SERGIO MATTARELLA

Non è stato un discorso “contro” qualcuno, né “per” una parte. Quello tenuto a capodanno dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato, più semplicemente, un richiamo alla grammatica di base della convivenza. Mentre la politica vive di slogan urlati e di parole usate come clave, Mattarella ha scelto di partire da un concetto disarmante nella sua semplicità: la pace è un modo di pensare. Vivere insieme senza pretendere di imporre la propria volontà. Disarmare le parole, prima ancora degli arsenali.
Da lì il passo verso la storia repubblicana è stato naturale. Il Presidente ha ricordato che la nostra Costituzione nasce da un paradosso virtuoso: al mattino scontro, al pomeriggio costruzione comune. Un’immagine che oggi suona quasi rivoluzionaria. Eppure è stata quella capacità di tenere insieme conflitto e unità a rendere solide scelte che all’inizio dividevano, dall’Europa all’Alleanza Atlantica, oggi pilastri condivisi.
Mattarella non ha indulgiato nella nostalgia. Ha legato le conquiste del passato ai nodi irrisolti del presente: la casa che manca ai giovani, il lavoro che deve tornare sicuro e giusto, le diseguaglianze che si allargano. Nessuna rimozione, nessuna retorica. Ma anche nessun pessimismo di maniera.
Orgoglio sobrio

Anzi. A colpire è stato l’orgoglio sobrio con cui ha rivendicato un dato spesso dimenticato: l’Italia repubblicana è una storia di successo. Non perfetta, non lineare, ma reale. Un successo costruito grazie a una coesione sociale che nasce dalla libertà e dalla democrazia, non dalla loro compressione.
Dentro questo quadro trovano posto anche le crepe: povertà vecchie e nuove, corruzione, infedeltà fiscale, reati ambientali. Problemi che non si risolvono con la propaganda ma che rischiano di erodere proprio quel collante che tiene insieme il Paese. E poi i giovani. A cui Mattarella non ha chiesto pazienza, ma coraggio. Non rassegnazione ma esigente partecipazione. Respinge i giudizi sommari, invita a non accettare etichette comode e pigre.
Il messaggio finale è chiaro e forse controcorrente: il confronto non è il problema. Lo diventa quando smette di riconoscere l’altro come parte della stessa comunità. Coesione e dialettica non sono alternative. Sono, ancora oggi, la nostra unica strada possibile.
Guida dello Stato.
IL CONSORZIO INDUSTRIALE

I numeri hanno la testa dura. E 40 milioni di euro ce l’hanno anche molto ampia. Non sono rimasti né sulla carta né su una slide: sono diventati cantieri. Creando una piccola anomalia positiva, targata Regione Lazio e Consorzio Industriale.
Il Fondo Sviluppo e Coesione nasce per colmare divari ma troppo spesso finisce per alimentare un altro squilibrio: quello tra risorse assegnate e opere mai partite. Non nel caso del Lazio. Qui i numeri raccontano una storia diversa. Trentasette interventi, ventisette già appaltati, ventidue in esecuzione. Tradotto: ruspe, recinzioni, lavori veri. (Leggi qui: Fsc, il Consorzio Industriale trasforma in cantieri 40 milioni).
Il motore di questa macchina è il Consorzio Industriale del Lazio, emanazione dell’assessorato regionale guidato da Roberta Angelilli e guidato sul campo dal professore Raffaele Trequattrini. Un ente pubblico che ha fatto una cosa quasi rivoluzionaria: ha trasformato la programmazione in realizzazione.
Questione di metodo

Il punto non è solo la velocità ma il metodo. Pianificazione chiara, struttura tecnica rafforzata, capacità amministrativa che evita l’alibi preferito della politica: “la burocrazia non ce lo consente”. Qui la burocrazia è stata governata, non subita.
È anche una lezione di stile istituzionale. Niente guerre di competenza, niente rimpalli tra livelli. Regione e Consorzio hanno lavorato come dovrebbero sempre lavorare gli enti pubblici: ciascuno nel proprio ruolo, con un obiettivo comune.
Per anni, da queste parti la spesa dei fondi è stata spesso un’agonia lenta: vedere oltre 9 milioni già rendicontati e più di 23 impegnati con atti vincolanti significa una cosa semplice: il rischio di perdere risorse è stato neutralizzato.
Questo non risolve tutti i problemi del Lazio industriale. Non è una bacchetta magica. Ma è un segnale politico-amministrativo forte: quando la macchina funziona, lo sviluppo smette di essere una promessa e diventa un fatto. Ed è forse la notizia più interessante di tutte. Non l’eccezionalità dell’intervento: ma la sua normalità.
La normalità delle cose eccezionali.
ANTONIO CARDILLO

I fatti si giudicano dalla loro sostanza. A Pignataro Interamna, a Capodanno, Antonio Cardillo ha organizzato un confronto politico di dimensione regionale: senza effetti speciali e senza passerelle inutili. Lo ha fatto in un periodo dell’anno solitamente riservato ai brindisi, agli auguri ed alle frivolezze. Ai quali ha affiancato un confronto politico vero, sui problemi e sulle prospettive della Ciociaria: non una sfilata di sigle, ma un dibattito con contenuti e livelli diversi che si parlano.
Sul salotto si sono alternati il co-presidente del gruppo europeo ECR Nicola Procaccini, il presidente nazionale di ConfimpreseItalia Guido D’Amico, l’ex deputata Maria Veronica Rossi, protagonista – insieme all’onorevole Aldo Mattia – di una battaglia concreta come il mantenimento della presenza militare all’aeroporto di Frosinone, oggi destinato a diventare una scuola interforze sui droni.
C’erano il presidente Saf Fabio De Angelis che ha illustrato il futuro del ciclo dei rifiuti, il consigliere regionale Daniele Maura che ha messo il dito nella piaga di una Regione a trazione romana, sindaci e amministratori locali. Un parterre che, messo insieme, racconta già una visione: collegare territorio, istituzioni, impresa e prospettiva europea.
Sostanza oltre ai nomi

Il merito di Cardillo non sta nell’aver “portato nomi”, ma nell’aver creato le condizioni perché quei nomi si confrontassero su temi reali, davanti a un pubblico vero e con le telecamere accese di A Porte Aperte.
Non è stata politica gridata e improvvisata, ma un segnale chiaro: la capacità politica passa anche dalla regia. E quella, a Pignataro, si è vista tutta.
Visione di prospettiva.
FLOP
LA SVIZZERA

Le tragedie non chiedono retorica ma serietà. Anche quella di Crans-Montana. Che più di tutto chiede di non essere minimizzata. La tentazione è forte. Rifugiarsi nell’aplomb, nella prudenza lessicale, nella difesa dell’immagine. La Svizzera efficiente, sicura, impeccabile. Ma proprio per questo, oggi, serve il contrario. Serve il coraggio della verità. Anche quando graffia il mito.
Una sola via di fuga. Un’uscita inadeguata rispetto al numero di ragazzi presenti. Sono fatti, non opinioni. E quando i fatti parlano, le istituzioni devono ascoltare, non spiegare via l’orrore con formule rassicuranti o ricostruzioni addomesticate. Proteggere un modello a scapito della chiarezza non è neutralità. È un errore. E rischia di diventare un’offesa indiretta alle vittime. Perché nessuna eccellenza nazionale vale più della responsabilità di dire cosa non ha funzionato.
Quello che è accaduto non riguarda solo la Svizzera. Riguarda tutti. Perché in quel locale poteva esserci il figlio di chiunque. Italiano, francese, tedesco. Poco importa. La tragedia non ha passaporto.
Nessuno è immune

Per anni ci siamo raccontati che esistono Paesi immuni dal caos e altri geneticamente predisposti al disordine. Nord virtuoso, Sud fragile. È una favola comoda. Crans-Montana la smentisce con brutalità. Non è successo in una periferia dimenticata ma in una località esclusiva. Non a ragazzi marginali ma a giovani benestanti in vacanza. Segno che l’insicurezza è trasversale, non sociale né geografica.
Questo Capodanno ha incrinato una narrazione. Come l’incendio della chiesa storica di Amsterdam, mostra che anche i luoghi simbolo dell’ordine possono fallire. E quando falliscono, il colpo è doppio: umano e culturale. La differenza tra i Paesi non sta nell’assenza di problemi. Sta nel modo in cui li affrontano. Nel non rimuoverli. Nel non nasconderli sotto il tappeto della reputazione.
La sicurezza assoluta non esiste. Esiste però la gestione consapevole del rischio. Qui, purtroppo, le falle erano evidenti. E resteranno scritte nella sorte di ragazzi morti per disattenzioni altrui. Dopo l’incapacità di gestire l’ordinario, una notte di festa, serve ora una prova straordinaria di responsabilità. Spiegare tutto. Mettersi in discussione. Senza paura di perdere prestigio.
Imprecisione svizzera.



