Top e Flop, i protagonisti di venerdì 22 maggio 2026

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 22 maggio 2026.

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 22 maggio 2026.

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TOP

FRANCESCO ROCCA

Francesco Rocca

La capacità di visione sta nei messaggi che si è capaci di lanciare con anticipo al territorio. Nella giornata di ieri Francesco Rocca ne ha mandati due.

Il primo segnale riguarda Cassino«Ahimè, non mi aspettavo nulla di nuovo»: tre parole che valgono più di qualsiasi analisi sul piano FaSTLAne 2030Rocca si è presentato all’appuntamento del 21 maggio con la lucidità di chi ha già visto troppe volte lo stesso film. E ha annunciato l’unica cosa sensata da dire in questo momento: «inizia una stagione di battaglie per non perdere neanche un posto di lavoro».

La frase più importante però è un’altra: «non c’è geopolitica che tenga, se ci sono le opportunità, noi le prendiamo tutte». Non è apertura ideologica ai cinesi: è pragmatismo industriale. Se BYD o Dongfeng vogliono produrre a Cassino, ben vengano. Se la riconversione militare è l’unica strada, non è entusiasmante ma è un comparto come gli altri. La bussola non è l’identità del produttore: è il lavoro dei duemila addetti ed altrettanti nell’indotto. Questo è il ragionamento di un governatore che ha fatto i conti con la realtà invece di nascondersi dietro le ideologie.

Muto in California
Un datacenter Seeweb a Frosinone

Il secondo segnale è arrivato al Festival del Lavoro e riguarda un tema completamente diverso ma ugualmente urgente: l’intelligenza artificiale e la trasformazione del mercato del lavoro. Rocca racconta un aneddoto dalla missione in California: il governatore Newsom gli ha chiesto quanti data center avesse aperto nel Lazio«Ho fatto scena muta». Non è un’ammissione di imbarazzo: è la descrizione di un divario reale tra ciò che accade nella frontiera tecnologica globale e ciò che accade nelle regioni italiane. A San Francisco i taxi senza autista sono già quotidianità. Nel Lazio, come nel resto d’Italia, si discute ancora di come gestire le crisi del passato invece di prepararsi alle trasformazioni del futuro.

«Non dobbiamo trovarci tra qualche anno a inseguire migliaia di disoccupati». È la frase più importante che un presidente di Regione italiana abbia pronunciato sul tema dell’intelligenza artificiale negli ultimi mesi. Perché contiene una verità che la politica italiana evita sistematicamente: la AI non è un problema futuro, è un problema presente, che si sta materializzando mentre si parla e che colpirà per prime le professioni più diffuse, non quelle più rare.

Cassino è la crisi dell’oggi, la AI è la crisi del domani: un’intera generazione di lavoratori che svolge professioni destinate a essere trasformate o eliminate dalla tecnologia. In entrambi i casi, la risposta non può essere emergenziale. Deve essere anticipatoria. Rocca non ha tutte le risposte. Ma sta almeno facendo le domande giuste.

Di governo, di lotta, di prospettiva.

ANTONIO FILOSA

C’è una scena nei film americani (quelli buoni, non quelli di cassetta) in cui qualcuno chiama a raccolta un gruppo di ragazzi brillanti, li mette davanti a un problema impossibile, e loro lo risolvono. Non con arroganza, non con la certezza di chi sa già tutto, ma con quella miscela di talento e umiltà che è la marca dei veri grandi: guardate Fury o Salvate il Soldato Ryan  o Quella Sporca Dozzina. Antonio Filosa ad Auburn Hills, davanti agli investitori di mezzo mondo, ha trasmesso esattamente quella sensazione.

Non era il CEO di una multinazionale da centinaia di miliardi che scende dall’Olimpo a dettare le sue tavole della legge. Era un uomo — un manager formato in Europa, arrivato in America con il suo bagaglio di competenze e di accento — che spiegava con la semplicità dei convinti come si ridisegna una macchina produttiva enorme partendo da quello che si ha, non da quello che si vorrebbe avere.  Senza vestito di taglio Armani, senza cravatta Hermes, come se si fosse alzato un minuto prima dalla scrivania e si fosse messo addosso la giacca solo per educazione: «Stiamo lavorando duramente», ha detto a proposito di Cassino. Non «stiamo elaborando una strategia», non «il gruppo valuterà le opzioni». Stiamo lavorando duramente. Parole di chi ha le mani in pasta, non di chi guarda il grafico dal trentesimo piano. (Leggi qui: Stellantis, colpo di scena a Detroit. Filosa: Cassino ha un futuro. A dicembre il piano Maserati).

Il ragazzo di Marchionne che parla meregano
Antonio Filosa

L’inglese dei suoi interventi dice qualcosa di preciso su chi è. Non è il melting pot americano dei grandi CEO della Silicon Valley: è l’inglese dai mille accenti europei di chi in America ci è andato per portare il proprio genio, non per perdervi l’identità. Intorno a lui i suoi ragazzi – Cappellano, i responsabili delle singole regioni, i capi delle business unit – che parlano la stessa lingua, nel senso più profondo del termine. Una lingua fatta di competenza tecnica, di rispetto per il lavoro, di consapevolezza che dietro ogni numero di un piano industriale c’è una vita, una famiglia, una comunità.

Questa dimensione umana non è retorica. È il primo passo concreto per restituire umanità al lavoro. Quella stessa umanità che Sergio Marchionne insegnò a cercare nei dettagli più impensati: non era un caso che appena arrivava in uno stabilimento la prima cosa che andava a visitare erano i bagni degli operai. Non la sala riunioni, non la linea di produzione. I bagni. Perché chi vuole capire come un’azienda tratta i suoi lavoratori deve partire da lì: dal posto in cui si misura il rispetto quotidiano verso le persone, non verso i processi.

Filosa è figlio di quella scuola. Lo si capisce da come parla di Cassino — non come un problema da risolvere ma come una responsabilità da onorare. «Cassino ha un futuro»: tre parole pronunciate in conferenza stampa che valgono più di qualsiasi slide del piano industriale. Perché dietro quelle tre parole ci sono migliaia di persone, le loro famiglie, un territorio che ha scommesso sull’automotive per mezzo secolo.

Quasi con timidezza, quasi in punta di piedi. Quasi a dire: scusateci se facciamo la rivoluzione ma è l’unica via per cambiare.

I Marchionne Boys

FLOP

I SINDACI CHE DICONO SEMPRE NO

Dongfeng sceglie RennesLeapmotor produce a Madrid e SaragozzaCassino aspetta. Il piano FaSTLAne 2030 di Stellantis ha una logica industriale precisa e quella logica ha un nome che in Italia si preferisce non pronunciare: il costo dell’energia.

In Francia l’elettricità si paga relativamente poco, grazie a un parco nucleare che produce da decenni energia stabile, abbondante e a basso costo. In Germania idem. Ma anche in Spagna la situazione è migliore della nostra. Poi in Italia — e in particolare in Ciociaria — un’industria ad alta intensità energetica come quella automobilistica paga la corrente a prezzi che nessun piano di incentivi riesce a compensare davvero. Quando un investitore straniero deve scegliere dove aprire uno stabilimento in Europa, guarda i costi. E i costi parlano chiaro.

Qui bisogna avere il coraggio di dire una cosa che la politica locale non ha mai detto: questa situazione non è piombata dall’alto. È stata costruita, mattone su mattone, da una classe politica che per vent’anni — forse trenta — ha trasformato il «no» in una professione redditizia. No ai biodigestori. No alle centrali elettriche. E No ai termovalorizzatori. No a qualsiasi impianto che producesse energia. E No ai rigassificatori: quegli stessi rigassificatori che avrebbero reso l’Italia meno dipendente dal gas straniero e che invece sono stati bloccati, ritardati, ostacolati in nome di un consenso elettorale costruito sulla paura.

Ostaggi delle nostre pance

Il meccanismo è sempre lo stesso. L’amministratore locale convoca l’assemblea pubblica, ascolta i cittadini più rumorosi, cavalca l’opposizione, ottiene la visibilità che cerca. Nel breve periodo funziona: il consenso arriva, le elezioni si vincono. Nel lungo periodo il territorio resta senza infrastrutture energetiche, senza capacità produttiva adeguata, senza le condizioni che rendono un sito industriale competitivo rispetto a un concorrente francese o tedesco. Poi tutti accendono il riscaldamento in inverno e pretendono che la bolletta sia bassa. Nessuno si domanda da dove viene quel tepore.

Così come nessuno si domanda da dove viene la crisi di Cassino Plant: quello stabilimento che ha lavorato sedici giorni nei primi tre mesi del 2026, che aspetta ancora una missione produttiva mentre tutti gli altri stabilimenti italiani l’hanno ricevuta, che vede i cinesi venire a fare sopralluoghi senza che nessuno sappia ancora cosa produrranno.

La risposta è semplice e scomoda insieme: viene da trent’anni di «no» pronunciati non nel nome del territorio ma nel nome del consenso personale di chi li pronunciava. Viene da una classe politica locale che ha preferito essere popolare piuttosto che utile. Viene dalla confusione sistematica tra il benessere immediato degli elettori e il benessere strutturale del territorio.

(Foto © Erica Del Vecchio)

Rocca lunedì vede Urso. I sindacati chiedono risposte concrete. La Regione ha chiesto al professor Raffaele Trequattrini di studiare comunità energetiche. Sono tutti rimedi urgenti e necessari. Ma finché non si troverà il coraggio di dire ai cittadini che certi «no» del passato hanno un conto che si paga adesso – e che quel conto ha il nome di Cassino Plant – la storia rischia di ripetersi.

Con altri veti, altri «no», altra catastrofe futura già in preparazione.

Il No di ieri che si paga oggi.