I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 24 aprile 2026.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 24 aprile 2026.
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GIANCARLO D’ANDREA

Riccardo Ponza aveva quasi due anni di cartelle cliniche con una diagnosi sbagliata, mal di testa sempre più feroci che lo portavano quasi allo svenimento, e l’impressione — condivisa da chi lo curava — che si potesse aspettare. Nel cervello di un uomo di 52 anni cresceva qualcosa di mezzo centimetro ogni sei mesi, e la risposta era: monitoriamo.
La svolta non è arrivata dal Policlinico Gemelli, che pure aveva visitato il caso. È arrivata il 16 marzo scorso, quando sua moglie Antonella ha deciso di bussare alla porta del professor Giancarlo D’Andrea, direttore della neurochirurgia allo Spaziani di Frosinone. D’Andrea ha guardato gli stessi esami che altri avevano guardato prima di lui e ha detto una cosa semplice e devastante insieme: «non è un pinealoma, è un meningioma». Non solo un tipo diverso di tumore — una situazione che richiedeva intervento urgente, prima che il blocco del liquido cerebrospinale diventasse totale e la pressione nel cervello esplodesse. Lo ha raccontato questa mattina la giornalista Annalisa Maggi sulle pagine dell’edizione di Frosinone del quotidiano Il Messaggero.
La svolta

Meno di un mese dopo, il 13 aprile, Riccardo era in sala operatoria. Posizione semiseduta per massimizzare la visibilità — tecnica che aumenta esponenzialmente il rischio di embolia. Un team multidisciplinare che ha sorvegliato il suo cuore per tutta la durata dell’intervento, con cateteri pronti ad aspirare eventuale aria nel circolo sanguigno. Non tutti i centri la eseguono così. Lo Spaziani sì. Otto giorni dopo, Riccardo era a casa dalla moglie e dalla figlia. Senza deficit neurologici. Guarito.
C’è una frase della moglie Antonella che vale più di qualsiasi analisi sulla sanità provinciale: «spesso si ha l’istinto di correre verso Roma, pensando che la qualità sia solo altrove. Noi abbiamo scoperto un’eccellenza assoluta in Ciociaria». È una frase che andrebbe scolpita sulle pareti di ogni ospedale della provincia. Non per autocelebrazione ma per memoria. Perché i sistemi sanitari si costruiscono anche così: un caso alla volta, una diagnosi corretta alla volta, un team che funziona alla volta.
Il problema non è che lo Spaziani non sia all’altezza. Il problema è che troppo spesso i pazienti non lo sanno. E vanno a Roma.
A Frosinone l’eccellenza è dietro l’angolo.
LAURA CARTAGINESE

Alle scorse elezioni Regionali del Lazio Pasquale Ciacciarelli ha preso 14.030 voti alle Regionali del 2023. Il suo collega di partito Angelo Tripodi ne ha presi 8.119. È entrato Tripodi. Perché il seggio non lo decide il numero di preferenze — lo decide uno scarto dello 0,4% nella percentuale di lista tra due province. Frosinone al 12,31%, Latina al 12,71%: mezzo punto percentuale che sposta un seggio da una parte all’altra come una pallina da flipper, ignorando completamente la volontà di quattordicimila elettori ciociarii.
È questa la stortura che prova a correggere con la sua proposta di legge la consigliera Laura Cartaginese che l’ha costruita tecnicamente con Mario Abbruzzese, che quella riforma elettorale del 2017 la conosce dall’interno avendola inizialmente redatta prima che venisse stravolta in Aula. La logica è semplice: se dopo la normale assegnazione dei seggi una provincia rimane senza nemmeno un rappresentante, le viene garantito almeno un seggio. Punto. (Leggi qui: Lazio, la Legge che prova a sanare lo sfregio a Ciacciarelli).
Più rappresentanza, meno potere

Il secondo intervento è altrettanto netto: incompatibilità tra assessore e consigliere regionale. Se un eletto viene nominato in Giunta, il suo seggio va temporaneamente a chi ha preso più voti dopo di lui nella stessa lista. Più rappresentanza, meno concentrazione di potere.
Dietro la tecnica dei commi c’è una scelta politica identitaria. La Ciociaria da anni porta voti e riceve meno di quanto meriterebbe in termini di rappresentanza istituzionale. Il caso Ciacciarelli ne è diventato il simbolo — tanto che per riconoscere quei 14.000 voti fu necessario riconoscergli un assessorato. Una soluzione onorevole ma pur sempre un rattoppo. Questa legge prova a essere la cucitura definitiva.
I voti devono pesare dove vengono presi.
FLOP
GIUSEPPE VALDITARA

È paradossale la proposta del ministro Giuseppe Valditara di spostare Manzoni dal biennio al quarto anno. Lo è in particolare la motivazione: per il ministro andrebbe studiato «quando si affronta la letteratura all’epoca di Manzoni». È esattamente l’errore che Filippo La Porta smaschera con precisione su Repubblica: ridurre un classico al suo contesto storico significa togliergli il pungiglione. Significa trasformarlo da interlocutore vivo in reperto da museo.
I classici non si leggono perché appartengono a un’epoca. Si leggono perché parlano alla nostra. E Manzoni — con la sua critica spietata del potere arbitrario, con Don Rodrigo come forma istituzionale dell’abuso, con quella riunione politica al Conte Zio che smonta la corruzione e la manipolazione con una lucidità che fa spavento — parla al 2026 con una precisione che molti romanzieri contemporanei si sognano.
Privare un quindicenne di quella lettura nel momento in cui sta formando la propria coscienza civile — rimandarlo al quarto anno, quando sarà già abbastanza grande da difendersi da solo — non è una scelta pedagogica. È una rinuncia. L’idea che la lingua manzoniana sia ostica a un nativo digitale è smentita dal fatto che Gadda, nei suoi ultimi giorni, si faceva leggere i Promessi Sposi da Arbasino per trovare un momento di pace. Se bastava a Gadda, può bastare a un quindicenne.
I classici non invecchiano.



