Top e Flop, i protagonisti di venerdì 25 luglio 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 25 luglio 2025

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 25 luglio 2025

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TOP

GIORGIA MELONI

Quando parliamo della copertina di Time non ci limitiamo ad alludere ad un riconoscimento prestigioso di portata mondiale da un punto di vista del mainstream. Piaccia o meno, chi finisse sull’edizione Mondo di quel quattordicinale Usa fondato nel 1923 è una persona che viene ritenuta capace di cambiare le cose nei sistemi complessi del pianeta. (Leggi qui: Giorgia sul Time: la fine della profezia antifascista).

Ora però vanno chiarite due cose, apparentemente una antitetica all’altra. La prima: noi italiani di Giorgia Meloni conosciamo “vizi e virtù”. Sappiamo bene come sia una politica in grado di spacciare per fatto quel che non è successo e come la sua leva sovranista sia un po’ come il “ripieno per gonzi” canonizzato da Stephen King nel suo impagabile “Occhio del male” (nessun riferimento con la premier, sia chiaro, il titolo fu un suggerimento della moglie Tabhita).

Due cose due…
Foto: rawpixel.com

La seconda, quella che forse costa un po’ più di sana autocritica: al netto della sue piccinerie e del contesto in cui primeggiare non è faccenda poi così ardua Giorgia Meloni è una leader di livello planetario. Che lo sia diventata per demerito della classe dirigenziale mondiale in cui “abita” o per capacità che in Patria, non sono state colte del tutto poco importa. Lei lo è e Time glielo ha riconosciuto con una copertina che, di fatto, parla chiaro e traccia un orizzonte netto.

La premier è infatti protagonista della copertina del periodico americano Time. A lei il periodico per lungo tempo diretto (illo tempore) da Henry Robinson Luce ha dedicato un lungo articolo. Il titolo è “Where Giorgia Meloni is leading Europe”. E’ firmato da Massimo Calabresi e mette a regime un “profilo complesso e sfaccettato della leader di Fratelli d’Italia”.

Palazzo Chigi

Le anticipazioni del numero che sarà presto in edicola sono un cameo delle contraddizioni della leader di Fdi, ma anche del modo con cui lei, e lei sola, ha saputo dribblarle. “Il fascismo è un argomento da cui Giorgia Meloni, primo ministro italiano, non può sfuggire. Quando ha conquistato il potere nel 2022, guidando un movimento nato dagli ultimi fedeli di Benito Mussolini, i critici in Italia e in Europa hanno visto nella sua retorica nazionalista e nella difesa della ‘civiltà occidentale’ una pericolosa svolta a destra per il Paese”.

Fra autoritarismo e mediazione

Eppure ed al netto del paventato pericolo autoritarista, oggi Meloni “ha spiazzato molti dei suoi oppositori”. E secondo il pezzo qui da noi, dove essere Giorgia Meloni è molto più difficile che sui menabò esteri, lei “ha moderato alcune delle sue posizioni più radicali, mentre sulla scena internazionale si è mostrata più pragmatica che ideologica”.

Giorgia Meloni

Perciò “guadagnandosi il rispetto di figure politiche molto diverse tra loro, da Biden alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, fino al vicepresidente americano J.D. Vance.

Il senso è dunque questo: dove noi ci mettiamo a tartufare ambiguità il mondo ci vede una metamorfosi legittima e ben condotta. E forse avere una visione più ampia aiuta a caire che Meloni, piaccia o meno, ce l’ha fatta.

Iconica malgrado tutto.

DANIELE NATALIA

Daniele Natalia (Foto © Stefano Strani

La totale assenza del dubbio: colpiva questo negli uomini che si erano schierati contro il famigerato Beta HCH che all’improvviso sostenevano fosse la causa di tutti i mali della Valle del Sacco. Invece l’unico male erano loro, con la loro approssimazione, la loro ignoranza ed un’italico entusiasmo nel tuffarsi in discussioni sulle quali avevano nessuna competenza. In Psicologia della Comunicazione è conosciuto come Effetto Dunning Krugher: meno ci capisci e più ti atteggi a competente, è l’effetto per il quale all’improvviso tutti si sentono virologi, sismologi, climatologi ed ogni rispettabile professione scientifica si prenda la scena e consenta loro di sentirsi protagonisti.

Daniele Natalia, all’epoca consigliere comunale di opposizione ed ora sindaco di Anagni al secondo mandato, osò alzare il dito e dubitare della bontà della perimetrazione del SIN nella Valle del Sacco. Venne guardato come la Santa Inquisizione osserva l’eretico. Natalia quel dubbio se lo prese tutto sulle spalle. Lo disse chiaro e tondo: non si può trattare un intero territorio come fosse radioattivo, sulla base di ipotesi e non di evidenze. Lo fece controcorrente, in solitudine, mentre attorno a lui impazzavano le dichiarazioni d’allarme, il verbo del principio di precauzione a oltranza, l’ambientalismo da conferenza stampa.

La sentenza del Consiglio di Stato
(Foto: Benvegnu’ e Guaitoli © Imagoeconomica)

Oggi una sentenza del Consiglio di Stato, storica nella forma e nella sostanza, dice che aveva ragione lui. Che quella perimetrazione allargata fino a 5 chilometri dal fiume Sacco – figlia di un eccesso ideologico e di un ambientalismo più retorico che scientifico – non regge. Perché non basta evocare il pericolo: servono prove. Perché non si può bloccare l’economia di un’intera città sulla base di una paura indimostrata.

E Natalia lo sapeva. Lo aveva capito allora, quando era più facile accodarsi al pensiero dominante. E lo ha ribadito da sindaco, dando battaglia burocratica e politica. È vero, il tempo gli ha dato ragione. Ma nel frattempo Anagni ha perso milioni di euro in investimenti. Imprese che avrebbero potuto insediarsi nel suo territorio – già pronto, già infrastrutturato – hanno preferito spostarsi altrove, dove la burocrazia non trattava ogni ettaro come un sospetto. È questo il danno più grande: non solo aver sbagliato, ma aver lasciato che a pagare fosse una comunità intera.

Ora la politica ha il dovere di imparare la lezione. Di capire che tutela ambientale non significa immobilismo. Che si può proteggere l’ambiente anche con la ragione, non solo con la paura. E che il coraggio, in certi momenti, non sta nell’uniformarsi, ma nel dire: qui stiamo esagerando. Natalia lo ha fatto. E il Consiglio di Stato ha messo il timbro. Tardi, forse. Ma meglio tardi che mai.

Il tempo gli ha dato ragione.

FLOP

FRANCO EVANGELISTA

Franco Evangelista

Gioca come i terzini anni ’70: palla o gamba, meglio la gamba. Meglio gli stinchi, meglio provocare che proporre. È quello che è andato in scena, ancora una volta, nell’aula consiliare di Cassino, trasformata in un ring retorico dove la parola non è più strumento di confronto ma di offesa.

Il protagonista? Franco Evangelista, consigliere di minoranza con il vizio dell’assalto personale. Ieri sera ha innescato l’ennesima polemica che con la politica concreta c’entrava poco: si discuteva della riduzione di alcune somme legate a contenziosi legali. Tema tecnico, delicato, ma certo non tale da giustificare la valanga di accuse, urla e scambi velenosi con il sindaco Enzo Salera.

Toni imbarazzanti
Franco Evangelista

Una questione marginale è diventata il pretesto per alzare i toni fino all’imbarazzo, in un crescendo da stadio più che da aula. Gli inglesi, con la loro proverbiale lucidità, dicevano che noi italiani andiamo alla guerra come se fosse una partita di calcio, e allo stadio come se fosse una guerra. Purtroppo vale anche per le sedute del Consiglio comunale di Cassino. E non è una medaglia.

A un certo punto è toccato alla presidente del Consiglio Comunale Barbara Di Rollo spegnere i microfoni per mettere fine alla bagarre. Perché quando la dialettica scivola nell’insulto, l’unica via è il silenzio. Poi, con una normalità ipocrita, si è tornati al voto: 15 favorevoli, 9 contrari. Come se nulla fosse successo. Ma qualcosa è successo. Perché ogni volta che si oltrepassa il limite, si alza l’asticella della decenza tollerata. E si abbassa l’asticella della fiducia dei cittadini nelle istituzioni.

Cassino non ha bisogno di gladiatori da Aula. Ha bisogno di Consiglieri che sappiano distinguere tra opposizione e ostruzione, tra critica e invettiva, tra dialettica e teatrino. Che capiscano che il loro mandato non è picconare ma costruire. Anche quando tocca stare all’opposizione. E che, ogni tanto, ricordino una verità semplice: non sempre gridare più forte significa avere più ragione.

La palla è più nobile degli stinchi.

MARIO GIORDANO

Mario Giordano (Foto: Carlo Lannutti © Imagoeconomica)

Tutta “colpa” di Piersilvio Berlusconi, che da ormai un po’ sta provando a riequilibrare gli organici di media, talk ed infotainment di Mediaset per renderli più appetibili ad un pubblico meno sovranista e “meloniano”. E che sulla scorta di questa mission in un certo senso rivoluzionaria sta scuotendo i palinsesti in particolare di Rete4 come un alberello di nocciole.

Ecco, uno dei frutti che sta precipitando nella melica è lui, Mario Giordano, già alfiere di punta del giornalismo urlato che piace tanto agli elettori “basici” della premier.

Dispiacere e veleno

Giordano è finito nel mirino del Grande Capo del fu Biscione ed oggi recita la parte di quello che tutto sommato non ha accusato colpo. Ma no, non è affatto così: “Certo, mi dispiace abbandonare l’appuntamento del mercoledì, così come mi dispiace cambiare giorno un’altra volta. Ma ciò che conta è che la trasmissione riprenderà, libera e cazzuta come sempre, anzi più di sempre”.

Roberto D’Agostino (Foto: Canio Romaniello © Imagoeconomica)

La notizia basica è che, come ha riportato il soli, venefico Dagospia, “Fuori dal Coro si sposta ancora. Nella prossima stagione TV, l’approfondimento di Mario Giordano sarà costretto nuovamente a cambiare giorno.

In certe cose vige la logica degli avvicendamenti e se qualche reuccio cade dallo sgabello vuol dire che qualche altro reuccio ci sta per salire sopra. E di chi si tratta? Di Tommaso Labate con il suo nuovo programma che è tutto un programma, “Realpolitik”. E che sta per sbarcare su Rete4. Parrebbe proprio nella prima serata del mercoledì, “nelle ultime due edizioni presidiata dalle inchieste di Giordano che, quindi, si sposterà alla domenica”. Cioè quando di seguire le inchieste agli italiani reduci dal centro commerciale o pronti all’ultima pizza della settimana fregherà molto meno.

“Primu fatturare”
Piersilvio Berlusconi (Foto. Canio Romaniello © Imagoeconomica)

Rete4 non è più il fortilizio di Matteo Salvini e non sarà più dunque la roccaforte di Via della Scrofa. Anche perché Mediaset ha ambizioni di commercio, oltre e prima che politiche, e “senza il canone riconosciuto alla Rai, il Biscione deve aggrapparsi agli ascolti e alle inserzioni pubblicitarie”. Perciò, “come ha sempre insegnato il Cav, si dà ai telespettatori ciò che chiedono. E se Mediaset vuole catturare nuove fette di pubblico, deve parlare anche al pubblico de’ sinistra”.

E di certo Giordano non le ha mandate a dire. Come testimoniato da un suo recente intervento ad un evento a cura del fedelissimo destradestrorso Nicola Porro. “Gli italiani che sono andati a dare una maggioranza forte al centrodestra l’hanno data per avere risposte che non ci sono.

Poi l’attacco in picchiata kamikaze.“Non ci sono sul fronte della sicurezza, il decreto sicurezza fa acqua da tutte le parti, sulla sanità, sulle liste d’attesa, sul fisco, non c’è quel cambio di marcia….

Ed era il caso di dirlo, dopo tutte quelle sceneggiate kitsch pro Palazzo Chigi, solo perché adesso l’egotismo a conduttore tv d’assalto è stato mortificato?

Fuori dal coro.