I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 3 ottobre 2025.
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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 3 ottobre 2025.
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GUIDO CROSETTO

Nell’intera vicenda della Flotilla e della componente italiana dei suoi equipaggi probabilmente lui è stato il più oculato tra i membri del Governo, più oculato anche di una premier persa nel solito imbarazzo tra giustizia ed endorsement a Stati alleati anche se carnefici.
Guido Crosetto, da titolare della Difesa, è intervenuto ieri sui social per spiegare alcuni concetti dopo le numerose manifestazioni di ieri a seguito degli abbordaggi da parte della Shayetet 13 israeliana ai natanti della Flotilla. E da un punto di vista concettuale Crosetto ha fatto bene, perché una cosa è stare con la popolazione decimata di Gaza e con chi la vuole aiutare, altra cosa è denigrare l’Esercito italiano.
I fatti del Politeama

Ma cosa è successo? Parrebbe che di “alcuni ‘attivisti’, a Palermo, davanti al teatro Politeama”, si sarebbero sentiti “‘offesi’ dal solo fatto di vedere uno stand dell’Esercito italiano ‘mentre migliaia di civili vengono sterminati a Gaza‘”. Il ministro ovviamente è intervenuto ed ha spiegato, esordendo con un richiamo forte alle mansioni delle nostre Forze Armate. In questo modo. “Mi sento in dovere di dire una sola cosa, per rassicurarli: in caso di pericolo, o di minaccia, i militari italiani saranno pronti a difendervi”.
Insomma, chi indossa la divisa con lo stemma Tricolore non è assimilabile a chi spara ai bambini ad est. E Crosetto ha spiegato anche che “l’equazione è illogica, totalmente priva di senso e anche offensiva”. Perciò “non si può che rigettarla cercando di spiegare al mittente che l’Esercito Italiano, tutte le forze armate italiane, esistono proprio perché la nostra amata Italia non sia mai più teatro per quella violenza e per concorrere, ovunque sia possibile, a ripristinare la pace“.
Questo perché “i soldati italiani, come tutti i membri delle Forze Armate, dal soldato semplice al generale più alto in grado, svolgono, ogni giorno, con spirito di sacrificio, abnegazione, senso del dovere, fedeltà al loro giuramento, alla bandiera e alla Costituzione, un solo, e preciso, compito: proteggere e difendere la Repubblica, le sue Istituzioni, i suoi cittadini“.
Ed è vero, come pure è vero che a volte la rabbia dei giusti genera posizioni ingiuste, e deve esserci chi sani ogni cosa.
A Difesa.
ANTONIO CARDILLO

Il dirigente provinciale di Fratelli d’Italia Antonio Cardillo ieri ha detto una cosa semplice, forse perfino ovvia: “Che senso ha se ci vediamo sempre tra di noi?”. Eppure, nel panorama politico locale e nazionale, questa domanda suona come una piccola rivoluzione. Uscire dai circoli, dalle segreterie, dalle stanze dove si ripetono sempre gli stessi nomi e le stesse frasi, e andare tra le persone – quelle vere, con problemi veri – è oggi un gesto più coraggioso che celebrativo.
Cardillo non ha annunciato miracoli. Non ha promesso salvifiche piroette elettorali. Ha semplicemente chiesto che Fratelli d’Italia, Partito che governa il Paese e che punta a consolidarsi nei territori, di fare ciò che gli ha consentito di passare da piccole forza di testimonianza all’opposizione a forza di traino dell’Italia: tornare a sporcarsi le scarpe. Che anche nel sud della Ciociaria entri nelle fabbriche vuote, nelle scuole stanche, nei negozi svuotati dai mutamenti economici.
Ritorno alle origini

Una linea che – va detto – ricalca quella lanciata un anno fa dal coordinatore provinciale Massimo Ruspandini, ma che Cardillo ora prova a rendere operativa, itinerante, quasi “federale” nei metodi. Ogni riunione, in un Comune diverso. Ogni circolo, chiamato a raccontare il proprio territorio prima di fare proclami.
C’è poi un messaggio non detto, ma evidente: la crisi di Stellantis è solo la punta dell’iceberg. Dietro, c’è un intero ecosistema che soffre in silenzio. E se la politica continua a parlarsi addosso, nessuna soluzione sarà all’altezza.
Certo, viene da chiedersi perché questa “dottrina del contatto con la realtà” debba sembrare rivoluzionaria nel 2025. Ma la risposta è nella domanda. Ed è per questo che, pur senza toni trionfalistici, la rotta proposta da Cardillo merita attenzione.
Non è una strategia. È, finalmente, un metodo.
La dottrina Cardillo
FLOP
ANDREA QUERQUI

A Ceccano, la guerra dei rifiuti non si combatte solo con i sacchetti lasciati sui marciapiedi. A colpire, stavolta, sono le cifre: 600mila euro di fondi ambientali persi o congelati. Una somma che, in tempi di “risorse che non bastano mai”, fa rumore. Anzi, fa più rumore delle polemiche a colpi di post e comunicati che si rincorrono da giorni.
A dare la scossa è stato Gianluca Di Stefano, primo dei non eletti di Grande Ceccano, che ha sparato a zero su deleghe, gestione e immobilismo. Il suo messaggio è chiarissimo: “Altro che mancanza di fondi. Li avevamo. Ma li abbiamo lasciati andare”. (Leggi qui: Duello sull’Ambiente: Di Stefano silura, Massa si rifugia nelle divise).
Nel mirino, senza troppi giri di parole, c’è Colombo Massa, delegato all’Ambiente, accusato di fare il minimo sindacale: qualche sacco raccolto con i volontari, due aiuole in ordine, e una narrazione che – secondo Di Stefano – si regge su provvedimenti presi da Roma e dalla Regione.
Il merito politico

Ma è il merito politico che qui si giudica, non l’attivismo di facciata. I 400mila euro per l’eco centro, i 130mila del Decreto Crescita, i 190mila del fondo Apef sono risorse vere, che avrebbero potuto fare la differenza.
E invece, no. Tra commissari bloccati all’ordinaria amministrazione e uffici in attesa degli ordini giusti perché terrorizzati da un’inchiesta che ha fatto tabula rasa, Ceccano ha perso l’occasione di trasformare un problema in opportunità. Mentre altrove si piange miseria, qui si è rimasti fermi, a guardare i soldi che scivolavano via.
Ora la politica si accapiglia. Ma intanto, tra erbacce, discariche abusive e marciapiedi impraticabili, sono i cittadini a pagare il prezzo più alto. Non bastano più le parole: servono porte chiuse, fondi riattivati e una vera gestione del tema ambientale.
Perché un cancello che non si riesce a chiudere è il simbolo perfetto di un’Amministrazione che rischia di tenere aperti troppi fronti… e chiuderne nessuno.
L’ora di governare.
don ALBERTO RAVAGNANI

Don Alberto Ravagnani, classe 1992, ha imparato presto che per evangelizzare serve energia. Non solo spirituale. Con 275mila follower su Instagram, una parlantina sciolta e bicipiti in vista, è il prete influencer che la Curia milanese aveva scelto per avvicinare la Gen Z. Ma oggi, quello stesso prete è finito nel mirino proprio della Chiesa che gli aveva dato fiducia. Colpa di un post virale – e un po’ muscolare – in cui promuoveva integratori alimentari con lo slogan: “Santo sì, ma anche sano. Pregare non basta, ciccini!”.
La reazione è stata immediata: prima le critiche dei fedeli, poi lo stop della Curia, infine il silenzio stampa imposto dai vicari di Delpini. Per ora nessun provvedimento disciplinare ma il messaggio è chiaro: niente pubblicità, nemmeno a fin di bene, se indossi la talare. Il Vangelo, ok. Il placement, no.
Meno banale dell’apparenza

Eppure, la questione è meno banale di quanto sembri. Perché Don Ravagnani non è un prete qualsiasi: è uno dei pochi capaci di parlare la lingua dei ragazzi, di abitare i social con naturalezza, di portare la fede fuori dalle sagrestie e dentro TikTok. Forse sbaglia il tono, talvolta sbanda tra fede e fitness ma è difficile negare la sua efficacia comunicativa in una Chiesa che fatica a intercettare i giovani.
La sua difesa? Quei contenuti servono a finanziare le attività pastorali, a comprare microfoni e telecamere. Strumenti per fare ciò che gli è stato chiesto: evangelizzare. E qui si apre la vera questione, che va oltre la singola sponsorizzazione. È possibile essere missionari nel mondo dei social senza sembrare influencer tra i tanti? Dove finisce la testimonianza e dove inizia la vetrina?
Don Ravagnani ha sbagliato? Forse. Ma la sua parabola mostra un’altra verità: in una Chiesa che ha bisogno di voce, lo zelo mediatico fa ancora paura. Anche quando porta frutti. Anche quando parla a chi non ascolta più.
Tra Vangelo e proteine.



