Top e Flop, i protagonisti di venerdì 4 settembre 2026

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 4 settembre 2026.

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 4 settembre 2026.

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TOP

CARLO MARIA D’ALESSANDRO

Che fosse bravo era un’evidenza, non un’opinione: fu per questo che Mario Abbruzzese, a lungo deus ex machina della politica cassinate prima di proiettarsi sullo scenario regionale e nazionale, lo scelse per candidarlo sindaco di Cassino e strappare la città al centrosinistra che la governava con Giuseppe Golini Petrarcone. Ebbe ragione: Carlo Maria D’Alessandro vinse.

Un po’ meno la ebbe sulle sue doti politiche: pressoché assenti. Infatti si ritrovò in municipio un eccellentissimo tecnico, con le mani pulite ma una sana ingenuità. Non a caso gli venne naturale sintonizzarsi sul piano tecnico diventando l’uomo ombra della macchina amministrativa. Nel senso letterale del termine: controllava nell’ombra ogni pratica, ogni protocollo e quando non lo trovava lineare correggeva gli uffici invece di firmarlo in modo distratto.

Gli uffici, si sa, non amano essere corretti: cominciarono ad averlo in uggia. Al resto pensò la politica, che di regola non perdona la competenza quando la scambia per un’ingerenza. Non lo riconobbe come uno dei suoi: lo trattò da corpo estraneo. E un corpo estraneo, come insegna la biologia prima ancora della politica, prima o poi produce anticorpi. Fecero il loro lavoro con una mozione di sfiducia degna di un manuale: epica nella messinscena, chirurgica nell’esito. Lo affondarono e tornarono di corsa fiduciosi alle urne. Consegnarono la città al centrosinistra di Enzo Salera.

Mai nessuno gli ha chiesto scusa
(Foto © Andrea Sellari A.S.Photo)

Il quale cominciò subito a suonare una musica diversa: non da quella di D’Alessandro ma dal centrodestra che lo aveva pugnalato alle spalle. Tanto diversa che gli elettori, alla prova dei fatti, Salera poi lo hanno rieletto con oltre il 60% dei voti: un plebiscito per una Cassino nella quale si litiga anche sull’ora legale.

In questi anni nessuno, nel centrodestra che lo aveva sfiduciato, ha mai chiesto scusa a D’Alessandro. Nessuno ha fatto ammenda. Lui ha messo nel suo zainetto quell’esperienza, ha pagato il conto rimasto aperto (nel senso economico del termine: il centrodestra nemmeno pagò le spese elettorali, dovette provvedere lui con un prestito alla Banca Popolare del Cassinate) ed è tornato a prendere il treno per andare in ufficio al proprio lavoro: dirigente dell’Agenzia delle Entrate, la vecchia Agenzia del Territorio o Catasto, confluitavi ormai da anni.

Senza clamore e senza processioni da oggi è arrivato a dirigere gli uffici di Napoli, al termine di una selezione nazionale: la miglior vendetta possibile contro chi lo aveva liquidato come un corpo estraneo. Di dimostrare che fosse bravo non ne aveva bisogno: a Carlo Maria D’Alessandro quella scalata nazionale serviva per dimostrare a se stesso che non era lui un corpo estraneo. Ma era quella politica ad essere estranei a lui, persona del tutto per bene.

Carlo Maria D’Alessandro, o della solitudine dei competenti.

FABIO MUSSI (in memoriam)

Fabio Mussi (Foto Luigi Mistrulli © Imagoeconomica)

Una frase che riassume una biografia intera: «Compagni, dove stiamo andando? E non potete rispondermi “Siamo in tanti”. Perché sono i Partiti a fare i Governi e non, come in questo caso, i Governi a fare un Partito». Fabio Mussi la pronunciò il 20 aprile 2007 dalla tribuna di un immenso PalaMandela a Firenze: talmente ampio e pieno da far sembrare lui, piccolino di statura, un puntino invisibile nella scenografia. Ma quello che disse quel giorno aveva la statura del gigante della politica.

Erano i giorni dello scioglimento dei Ds e della fusione con la Margherita, quando la sinistra italiana si preparava a fondersi nel nascente Partito Democratico. Mussi avrebbe avuto tutto da guadagnare a seguire la corrente: invece salì sul palco e per mezz’ora spiegò, punto per punto, perché quel progetto non aveva radici. Non un no ideologico ma un’analisi lucida dei limiti di una fusione a freddo, costruita più sull’urgenza elettorale che su un’identità condivisa.

Restò minoranza, restò fuori dal Pd, scelse Sinistra Italiana e poi si mise da parte senza mai chiedere nulla. La storia, che raramente premia chi ha ragione in anticipo, gli ha dato ragione con comodo: il Pd di oggi continua a interrogarsi proprio su quell’identità mai davvero costruita, su quel Partito nato da un Governo al quale avrebbe dovuto garantire la sopravvivenza.

Un’intelligenza che molti non seppero misurare

Fabio Mussi

Che fosse coerente fino all’autolesionismo, Fabio Mussi lo aveva già dimostrato una quindicina di anni prima del PalaMandela: nel giugno 1983, quando era responsabile Propaganda di un Pci appena sconfitto alle urne. Gli chiesero di spiegare la débâcle. Rispose: «La pubblicità era ottima, il prodotto invendibile». Una frase che gli costò la carriera, come spesso gli accadde per una battuta di troppo ma che raccontava già tutto di lui: l’onestà intellettuale di chi preferisce dire la verità scomoda piuttosto che vendere fumo.

Fu ministro rigoroso con Romano Prodi, capogruppo che faceva infuriare Berlusconi in Aula, al punto da guadagnarsi dal Cavaliere un paragone tra un salumiere e Hitler, di cui rise senza rancore. Non ne serbava. Così come era esente dalle dietrologie: giovanissimo, fu tra i pochi nel Pci a votare contro la radiazione dei compagni del Manifesto, un’indipendenza che pagò allora come pagò poi.

Se n’è andato a 78 anni lasciando la lezione più scomoda per chi fa politica: a volte la pubblicità onesta, quella che ammette i limiti del prodotto, vale più di ogni fusione costruita per convenienza.

 Il prodotto era la coerenza.

MAX RENDINA

Max Rendina

Un’antica obiezione sostiene da sempre che nei territori della provincia italiana certe cose non si possono fare. Perché mancano le strutture, mancano le competenze, manca il territorio adatto. Max Rendina, Campione del Mondo di rally e manager dal talento indiscusso (c’è lui dietro la strategia che ha contribuito a portare a Roma il Mondiale Rally) ha risposto a quell’obiezione senza discuterla: l’ha semplicemente smentita con i fatti.

Nel 2021 Rendina ha unto tre manifestazioni storiche (tra cui il Rally di Pico) in un unico progetto: il Rally del Lazio. Non un’operazione di facciata ma un lavoro di ingegneria sportiva che oggi vale la massima titolazione tricolore: sesto round del Campionato Italiano Assoluto Rally Sparco, decimo appuntamento del FIA European Rally Trophy, prova della Coppa Rally di 8ª Zona. Dal 17 al 19 settembre, Cassino torna a essere per tre giorni il centro del rallismo nazionale, con 11 prove speciali e oltre 150 chilometri cronometrati.

Il paradosso della provincia
Andrea Crugnola e Pietro Ometto, in gara nell’edizione 2025 (Foto © ACI Sport)

Il paradosso è che tutto questo accade nella provincia di Frosinone, cioè quella che di solito compare nelle statistiche per ciò che le manca, non per ciò che costruisce. Rendina ha dimostrato l’opposto: che la competenza tecnica, applicata con metodo, produce risultati a prescindere dal codice postale. Lo stesso principio che lo ha portato a ideare il Rally di Roma Capitale, valido per il campionato europeo e dal prossimo anno porterà nel Lazio il Mondiale.

Il Rally del Lazio, in attesa di quell’appuntamento, è già una delle prove generali di ciò che la Ciociaria può ospitare quando chi organizza sa cosa sta facendo. Non serve inventare miracoli: basta, a volte, smettere di credere che i miracoli servano.

 La competenza non ha bisogno di scuse.

FLOP

IL CONSIGLIO COMUNALE DI FROSINONE

(Foto © Massimo Scaccia)

Alcune istituzioni smettono di funzionare in un giorno: per via di uno scandalo, un crollo improvviso. Il Consiglio comunale di Frosinone sta percorrendo la via esattamente opposta. Sta smettendo di funzionare per autoconsunzione come una fiamma di candela. Lentamente, per accumulo di rinvii, finché nessuno ricorda più da quanto tempo manchi il pezzo essenziale. Il tutto mentre, al tempo stesso, il sindaco Riccardo Mastrangeli viaggia più spedito di un treno giapponese: aprendo cantieri, inaugurando opere, realizzando il programma che i suoi Consiglieri bloccati nella discussione avevano promesso ai cittadini di realizzare.

Da mesi senza un Presidente d’Aula eletto, nelle settimane scorse ha incassato un richiamo della Prefettura, formalmente garbato ma sostanzialmente un atto d’accusa. Con il quale il prefetto Giuseppe Ranieri rimetteva la palla dove doveva stare fin dall’inizio: nell’Aula stessa. Dicendole che è lei ad avere la competenza per risolvere il problema dell’elezione di un presidente e non il Governo.

Ma non è bastato. Ora arriva una nuova richiesta, firmata dagli stessi consiglieri di opposizione. Che arrivano ad ipotizzare lo scioglimento del Consiglio. (Leggi qui: E dopo il question time parte il nuovo esposto al Prefetto).

Il vuoto che si autoalimenta
Marco Ferrara

La dinamica, ormai nota, si ripete identica. Sedute convocate tra dubbi di legittimità, esposti che si susseguono, lettere al Viminale, pareri tecnici invocati per risolvere quello che in realtà è un problema aritmetico: 17 voti su un nome condiviso che nessuno riesce a trovare. Non è più una questione di articoli e commi, l’aveva già scritto la Prefettura. Ormai è un test di tenuta politica che la maggioranza sta clamorosamente fallendo, a dieci mesi dalle elezioni. Mentre il sindaco marcia a ritmi da Frecciarossa.

Il paradosso è proprio questo: il vuoto istituzionale convive, nello stesso Comune, con un’iperattività amministrativa che sembra viaggiare su un binario parallelo. Il sindaco Riccardo Mastrangeli inaugura cantieri, taglia nastri, presidia ogni opera pubblica con la costanza di chi è già in campagna elettorale. Il Consiglio, che dovrebbe essere la sede del controllo e dell’indirizzo politico, si è auto ridotto a comparsa di sé stesso: bloccato su una poltrona che interessa ai cittadini quanto una fornitura di frigoriferi.

È proprio questo squilibrio il problema vero: un sindaco che corre e un’assemblea elettiva che si guarda allo specchio senza riconoscersi. Una città può sopravvivere a un consiglio comunale debole. Fatica molto di più a sopravvivere a un consiglio comunale assente, mentre il potere esecutivo si abitua a governare senza il contrappeso che la legge gli avrebbe assegnato.

L’aula vuota, il sindaco pieno.