Top e Flop, i protagonisti di venerdì 5 dicembre 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 5 dicembre 2025

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 5 dicembre 2025

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TOP

ANTONIO TAJANI

Antonio Tajani

La forza della politica estera di un Paese viene misurata oggi con il metro della forza. L’Italia decide di giocare una partita diversa: non più il muscolo come risposta automatica, ma il soft power come leva strategica. È una scommessa audace, quasi controcorrente, che il ministro Antonio Tajani ha presentato come una rivoluzione.

La Farnesina cambia pelle e lo fa in modo vistoso. Dal primo gennaio sarà un ministero a due teste, politica ed economica, con ambasciate trasformate in piattaforme di promozione del made in Italy. Un’idea che sembra guardare al modello che mise a terra il primo Silvio Berlusconi, suscitando un’ondata di perplessità. I fatti dicono che non aveva affatto torto.

L‘obiettivo di oggi sono i 700 miliardi di export nel giro di un anno. La novità che conta davvero, però, è un’altra. L’Italia prova a reagire al caos del commercio globale senza rassegnarsi alla logica dei blocchi e dei dazi. Il multilateralismo scricchiola, il WTO non regge più il ruolo di arbitro super partes, e ogni bene strategico diventa un’arma: energia, microchip, terre rare. In questa giungla la diplomazia tradizionale serve a poco.

Una piccola rivoluzione culturale
Antonio Tajani in una riunione alla Farnesina

Occorre una diplomazia che crei spazi e non solo li difenda. Che apra mercati invece di limitarsi a raccontarli. Che aiuti le nostre aziende, soprattutto quelle medie e piccole, a non restare schiacciate tra superpotenze che non fanno sconti.

È in questo quadro che va letta la nascita della Direzione generale della Crescita e l’apertura del concorso diplomatico a tutte le lauree magistrali. Una piccola rivoluzione culturale. Perché oggi servono ingegneri tanto quanto umanisti, esperti di algoritmi accanto ai latinisti, fisici insieme ai giuristi.

La geopolitica non vive più solo nei corridoi ovattati delle cancellerie ma nelle reti, nei codici, nei flussi dei dati. E non stupisce che tra le nuove strutture spunti una Direzione dedicata alla Cyber Sicurezza.

Il resto completa il quadro: servizi più semplici per i cittadini all’estero, un ufficio per il turismo delle radici, più interdisciplinarietà nelle sedi. Tutto a costo zero, dicono. Per ora c’è una visione, che in politica estera non è poco. La scommessa di Antonio Tajani è lanciata. Ora vedremo se la diplomazia versione manager saprà giocarla fino in fondo.

Sarebbe piaciuto a Silvio.

ANTONIO POMPEO

Antonio Pompeo

Nel continuo gioco degli equilibri interni al Partito Democratico, l’ex presidente della Provincia Antonio Pompeo ha scelto una posizione precisa. Sulla trattativa infinita per costruire il nuovo equilibrio provinciale con il prossimo Congresso ha lasciato il timone all’alleato Sara Battisti. E non ha mai cercato sovrapposizioni. Sulla posizione politica, gioca invece una partita che ha come campo da gioco uno scenario regionale: quello per il radicamento di Energia Popolare.

Pompeo è diventato il metronomo della corrente riformista. Lo si è visto al recente Rimland di Anagni, dove la presenza di Lorenzo Guerini era già di per sé un segnale politico forte. Ma il segnale più interessante stava dietro le quinte, dove Pompeo muoveva le fila come chi conosce perfettamente la partitura della componente riformista del Pd.

La sua è una strategia di posizione, più che di assalto. Mentre il PD guidato da Elly Schlein spinge verso un asse solido con il Movimento 5 Stelle, Pompeo rappresenta la voce che ricorda al partito quale sia il perimetro della sua identità riformista. Una voce ferma, non nostalgica. Critica, ma non demolitrice. Pompeo non ha timore di dirlo: l’elettore che non si riconosce nel profilo radicale della segretaria non è orfano. Esiste un PD che non strappa e non si contorce pur di tenere insieme alleanze traballanti. Un PD che preferisce la moderazione alla testimonianza, la costruzione alla contrapposizione rituale.

Un presidio di continuità
Lorenzo Guerini (Foto: Alessandro Amoruso © Imagoeconomica)

In questo, Pompeo si muove in perfetta sintonia con Guerini. Entrambi sanno che nel centrosinistra italiano la linea non può essere interamente dettata dal rapporto, spesso sbilanciato, con i 5 Stelle. La loro scommessa è intercettare quella parte di mondo democratico che non vuole uscire dal campo largo, ma neppure vuole cedere alla tentazione di un’opposizione gridata. Una parte che esiste, che pesa, e che attende qualcuno capace di darle forma politica.

La forza di Pompeo sta proprio qui. Nel proporsi come presidio di continuità, senza scadere nel riflesso conservatore. Nel dire che un PD riformista non è un corpo estraneo al progetto di Schlein, ma la sua parte mancante. E nel farlo senza toni ultimativi, ma ricordando che un grande partito vive solo se sa tenere dentro differenze che non diventano scissioni.

Pompeo ha scelto di restare. E di ricordare al PD che, per restare competitivo, serve più bussola e meno improvvisazione. Una lezione che, dalle parti di Anagni, qualcuno ha ascoltato con attenzione.

La linea della coerenza.

NICOLA CALANDRINI

Nicola Calandrini (Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

Alcune intuizioni sembrano esercizi teorici, buoni per i convegni e le interviste. Ma ci sono intuizioni che diventano struttura, fondi, progetti, decisioni operative. Quando il senatore Nicola Calandrini teorizzò in Parlamento la Fondazione Latina 2032, qualcuno la liquidò come un contenitore ancora da riempire. Oggi i fatti dicono altro. Sul conto del Comune di Latina sono arrivati ieri i primi 700mila euro, 200mila per il 2024 e 500mila per il 2025, che rendono la Fondazione non solo viva, ma capace di muovere i primi passi verso il Centenario del capoluogo pontino.

La rapidità del percorso colpisce quasi quanto la visione. A una settimana dal rogito notarile, la struttura è già operativa. La nomina della rappresentante legale, Chiara Eleonora Coppola, ha dato un volto al progetto. E la sindaca Matilde Celentano, che ha seguito ogni passaggio, ha potuto tirare un sospiro di soddisfazione quando il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha firmato il decreto che approva statuto e atto costitutivo. A stretto giro, l’autorizzazione al pagamento dei fondi. Non è solo efficienza amministrativa. È la conferma che l’idea di Calandrini ha trovato un consenso istituzionale largo e determinato.

Un laboratorio di visione
Matilde Celentano, sindaca di Latina

La Fondazione sarà il motore del Centenario, certo. Ma soprattutto sarà un laboratorio di visione. Proiettare Latina in una dimensione europea non significa collezionare celebrazioni. Significa ripensare il tessuto urbano, l’università, le connessioni culturali e produttive. L’accordo con Sapienza e Unindustria, la progettazione del centro storico affidata ad Alfonso Femia con i professionisti Romagnoli e Ranieri, il prossimo patto con l’Agenzia del demanio per recuperare edifici simbolici: tutto questo racconta una città che prepara il futuro, non che lo attende.

Perfino la scelta della sede operativa, l’ex casa del custode della scuola di piazza Dante, parla di concretezza. C’è già un incarico di progettazione, ci sarà una gara per i lavori entro gennaio. In questo mosaico, il tassello decisivo resta la politica. La sindaca chiede un ritorno all’unità, perché un progetto di questa portata non può vivere tra i veti incrociati. Ma l’unità non nasce da sola. Richiede una direzione.

Chi ben comincia.

FLOP

ANNA MARIA BERNINI

Annamaria Bernini (Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica)

C’è un punto che sfugge, mentre si commentano percentuali, appelli e soglie di sbarramento. Siamo davvero sicuri che il modo migliore per avere medici più preparati sia quello di rendere gli esami più semplici e non quello di preparare meglio e far preparare meglio i medici del futuro?

Il buon senso è un tema, non c’è dubbio, ma le scorciatoie non sempre funzionano. E la rivoluzione dell’accesso a Medicina voluta dalla ministra Anna Maria Bernini sta mostrando, in tempo reale, le sue crepe.

L’idea era chiara. Addio quiz a crocette, avanti con un semestre filtro, tre esami veri e un taglio meno arbitrario. Una selezione più meditata, più meritocratica. Poi sono arrivati i numeri. E hanno gelato l’entusiasmo. Cinquantamila aspiranti medici si sono seduti in aula.

Poco più di cinquemila ne sono usciti indenni, avendo superato tutte e tre le prove. Undicimila ne hanno passate due. Il resto, un mare di insufficienze, soprattutto in Fisica, che è diventata la montagna invalicabile del nuovo sistema. Tra il 10 e il 12% i promossi a livello nazionale. Un dato che basterebbe, da solo, a riaprire il dibattito sul metodo.

Vogliamo medici preparati o posti pieni

Ora si aspetta il secondo appello. Si spera in un effetto “rodaggio”. Ma si teme anche il paradosso. Posti aumentati a quasi ventimila, domanda altissima, eppure il rischio concreto di vedere banchi vuoti. Perché le domande del nuovo test, garantisce il ministero, non saranno più facili. Nessun correttivo lampo, nessuna sanatoria mascherata. Si andrà avanti così, almeno per quest’anno.

Nel frattempo, atenei e scuole di medicina avanzano ipotesi di recupero, prove aggiuntive, percorsi intermedi. È un modo per evitare il cortocircuito più clamoroso: selezionare i migliori e, nel frattempo, rinunciare a formare un numero adeguato di medici. Ed è qui che nasce il dubbio. Se il filtro elimina quasi tutto il bacino di partenza, è il filtro a essere troppo duro o è la preparazione di base a essere troppo debole.

Forse la domanda da cui ripartire è semplice. Vogliamo medici più preparati, o vogliamo solo posti pieni. Se scegliamo la prima strada, dobbiamo ricordare che il buon senso è utile, ma lo è ancora di più un progetto educativo che renda gli esami difficili alla portata di chi ha studiato bene, non di chi ha trovato la scorciatoia giusta.

Le scorciatoie non funzionano