Top e Flop, i protagonisti di venerdì 7 giugno 2024

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 7 giugno 2024

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 7 giugno 2024.

TOP

MAURIZIO STIRPE

Maurizio Stirpe (Foto: Federico Proietti © Ansa)

Colori. Stampati su una maglietta, su una bandiera, replicate centinaia di volte. Dietro ogni colore, ogni bandiera, ogni maglietta, c’è una storia di rinunce, sofferenza, impegno, denti stretti, sacrifici, talento. E più si è piccoli, più quella bandiera ha un valore. Chiedete ai Curdi, ai palestinesi, ai senza terra di questo mondo. Israele, quando non era uno stato, combatté con le divise di Sua Maestà britannica. Che poi, nei decenni successivi, possa avere abusato della bandiera, è dibattito sul quale approfondire: i palestinesi qualcosa da raccontare la avrebbero.

I colori e la bandiera sono tutto quando non hai niente. Gli internati italiani nei campi di concentramento protessero in ogni modo la bandiera cucita nella stoffa della divisa affinché non cadesse in mano nemica. Ogni bandiera rappresenta la sua storia per ciò che è. Ed anche Frosinone ha una sua bandiera.

A darle dignità nazionale sono la tigna ed il sudore dei tifosi della sua squadra di calcio. Capaci di applaudire a scena aperta i loro calciatori: non nel momento del successo bensì in quello più basso, la retrocessione. Lo fecero la volta scorsa quando lasciarono la Serie A. Lo hanno fatto nelle settimane scorse quando hanno resistito fino agli ultimi dieci minuti di storia di questo campionato.

Gli applausi al Frosinone

Un gesto non comune, non scontato, non dovuto. tanto che nelle ore scorse Brunello Cucinelli, il re del cachemere, a Solomeo ha premiato Maurizio Stirpe. Un trofeo all’incontrario: per come è stata accettata la retrocessione del Frosinone. Con dignità e saggezza, manifestate a caldo subito dopo il fischio finale dell’ultima partita. Raro esempio di cultura della sconfitta in un mondo che sembra considerare solo l’idea della vittoria.

Perché la vittoria ha tanti volti e la sconfitta pure. Basta saperli guardare. Poco più di duemila anni fa, su un monte, dei soldati romani videro morire un tizio che avevano inchiodato a due assi di legno. Alcuni ci videro la sua definitiva sconfitta. Altri l’inizio di un mondo nuovo. Questione di tifo e di punti di vista.

Mai banali.

LAURA CARAFOLI

Laura Carafoli (Foto: Canio Romaniello © Imagoeconomica)

Di solito quando parliamo di top manager intendiamo due cose: o le grandi baronie di impresa oppure le stelle più fulgenti di start up che però devono ancora dimostrare la loro validità. O che al massimo si sono guadagnate la coccarda di fatturato annuo di “Unicorni”. La responsabile dei contenuti del gruppo Warner per il Sud Europa Laura Carafoli invece sta nel mezzo di questa forbice.

L’esatto punto centrale e centrato dove abitano i (le) manager che non hanno il tempo di colonizzare le genealogie da tartina. E che non ce l’hanno neanche per crogiolarsi come icone del pionierismo. No, la Carafoli è una che ha già calato briscole sufficienti a qualificarla come “pezzo grosso” e che ne sta per calare almeno altrettante.

“Ama” al 9: colpo grossissimo

Giusto per far capire che dopo la definizione di “grosso” c’è quella di “grossissimo”. Aveva già esordito benebenissimo su Repubblica: “La politica da noi non arriva. Mai sentito nessuno. In Rai non andrei”. Ma a proposito di cosa? Dell’arrivo al 9 di Amadeus. Arrivo che lei aveva definito “non importante ma molto di più: indispensabile”.

La Carafoli si appresta infatti ad accogliere in casa Nove il “fuoriuscito dalla Rai”. E con questo mood sintattico e pubblicistico: “Dopo tanti anni di carriera è come un ragazzino che ha voglia di mettersi in gioco. E’ uno di quegli artisti che non riesci a definire perché non è statico. Cioè, detta tra i denti ma non troppo, non è (più) roba per la Rai d oggi che statica lo è assai.

“La nuova tv degli italiani”

“Con Amadeus costruiremo su Discovery la nuova tv degli italiani. La politica da noi non arriva”. Il tutto con l’annuncio accessorio ma non troppo dello “sbarco sul Nove di uno dei titoli di punta del preserale di Rai1: I soliti ignoti”. La rete ammiraglia della tv pubblica infatti ha lasciato che scadessero i diritti del format. E adesso lo stesso è stato acquistato dal gruppo Warner. E, come spiega Fanpage, “a partire dalla prossima stagione andrà in onda sul Nove con la conduzione di Amadeus”.

Per la rete si apre “una nuova era con il nono canale che tenterà di imporsi sulla concorrente con un progetto globale”. Progetto il cui esordio è noto ed aveva riguardato un altro pezzo da novanta. Il contratto a Fabio Fazio che sul Nove ci ha traslocato con il suo Che tempo che fa. Dietro ognuna di questa briscola c’è la Carafoli, che non è baronessa e non è startupper. E’ solo una manager coi controfiocchi.

Fiuto e classe.

FLOP

ELISABETTA CASELLATI

Marco Travaglio, come noto, nn la ama moltissimo, e l’ha battezzata fantozzianamente “…. Mazzanti Viendalmare”, come l’iconica contessa del film dedicato al ragioniere più sventurato d’Italia. Tuttavia il giudizio alla Quintiliano direttore de Il Fatto in questo caso c’entra solo come contenitore iperbolico. Un contenitore dove i modi ed un certo aplomb da generone di Elisabetta Casellati ci stanno di un bene pazzesco. Il lessico, il problema della Casellati, oltre che di merito, è di lessico.

Un linguaggio affettato e socialmente claudicante che condanna l’ex presidente del Senato ad apparire sempre come quella che cerca i bruscoli di tabacco pregiato sullo jabot del cugino-principotto. Come noto la Casellati è stata tra coloro che materialmente hanno approntato parti sostanziose della riforma del premierato e di parte di quella della Giustizia che ultimamente fa gongolare Carlo Nordio. Ecco, invece di gongolare anche lei la Casellati attacca, e recrimina fortemente contro il giudizio – ovviamente non proprio positivo – delle opposizioni parlamentari.

Nessuno tocchi la “mia” riforma
Pier Ferdinando Casini con Maria Elisabetta Alberti Casellati (Foto: Benvegnu’ Guaitoli © Imagoeconomica)

Oggi la Casellati è ministra per le Riforme ed ha quindi voce in capitolo due volte per dire la sua, ma la dice malissimo. Con retorica ed acidità del tutto inadatte ad un momento istituzionalmente così delicato. Per lei gli oppositori di Governo e riforma “sembrano gli ultimi giapponesi, mi fa orrore. Noi andiamo avanti, poi decideranno gli italiani”. E di fronte alla domanda di chi le fa notare che una modifica così sostanziale di leggi così di rango non dovrebbe andare avanti “a colpi di maggioranza” Casellati risponde.

Lo fa con la durezza di chi ha tessuto una trama lunga e non accetta rilievi sui ferri usati. “Ho atteso un anno prima di presentare il testo della riforma per aprirmi al confronto con tutti e prioritariamente con le opposizioni. Ho rinunciato all’elezione diretta del capo dello Stato, prevista dal nostro programma, virando verso il premierato”. Questo “per andare incontro alla richiesta delle minoranze. Io ho fatto la mia parte, ma dialogo è contribuire alla costruzione di un progetto, non presentare 3.250 emendamenti ostruzionistici in Aula e 2.600 in Commissione. Uno schiaffo alla Costituzione. Saranno comunque gli italiani a decidere”.

Aria di concessione…
Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Cassino

Ma a cosa avrebbe rinunciato lei di prima persona? Non era meglio usare un impersonale e soprattutto smetterla con il claim della rinuncia per accontentare i “bambini”, come se fosse vero e come se le opposizioni davvero fossero state disposte a barattare il presidenzialismo col premierato secco?

“Nessun affievolimento perché il Presidente della Repubblica non ha alcun potere politico. È super partes come garante dell’unità nazionale e dei valori costituzionali. Le sue prerogative non sono state toccate”.

Non è del tutto vero e metterla più soft sarebbe stato fatto di sostanza prima ancora che di forma. La forma che la Casellati forse ha voluto ignorare. Deliberatamente.

Generalessa del generone.