Top e Flop, i protagonisti di venerdì 7 novembre 2025

I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 7 novembre 2025.

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I fatti, i personaggi ed i protagonisti delle ultime ore. Per capire cosa ci attende nella giornata di venerdì 7 novembre 2025.

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TOP

GENNARO D’AVINO

Gennaro D’Avino (Foto: Erica Del Vecchio © Teleuniverso)

La cronaca dello stabilimento Stellantis di Cassino suona come un campanello d’allarme talmente intonso che non può essere ignorato. Carlo Calenda, in visita allo stabilimento, ha parlato chiaro: «c’è un piano di deindustrializzazione che si completerà dopo le elezioni del 2027 con un accordo con lo Stato». Il segretario sindacale Gennaro D’Avino (UILM Frosinone) ieri ha fatto bene a rincarare la dose: servono date, volumi, certezze. (Leggi qui: Cassino sull’orlo del silenzio industriale: senza piani per Stellantis c’è solo l’abbandono. E leggi anche Top e Flop, i protagonisti di martedì 28 ottobre 2025).

I mercati la reclamano. Il governo la reclama. Il Paese – smarrito – la reclama. Perché non si tratta più solo di un solo stabilimento che arranca, ma della fiducia industriale del Paese. Soprattutto dopo che la Novo Nordisk ha annunciato un investimento da 2,5 miliardi ad Anagni e lo ha disdetto dopo tre mesi, il messaggio è forte: le promesse non bastano. È un segnale che mina le certezze industriali italiane.

Fu lucidissimo Sergio Marchionne quando disse: «Perdiamo 5 milioni al giorno e così Fiat non sta in piedi». Era una chiamata alle armi: truppa, colonnelli, tutti erano mobilitati. Oggi, come allora, la nave auto italiana rischia di affondare mentre in plancia ci si fuma tranquillamente una sigaretta. Stellantis – gruppo che eredita quella tradizione – dovrebbe essere altrettanto chiara: progetti, tempi, volumi. Niente slide, niente promesse vaghe. Cosa intende fare di cassino e di tutti gli altri stabilimenti italiani?

Un piede nell’abisso
Foto © Imagoeconomica

La voce di D’Avino è necessaria perché riverbera una verità: non si può attendere. Non si può dire “stiamo lavorando”. È il momento di dare fatti concreti, non solo annunci. Perché quando uno stabilimento che produceva 135.000 auto all’anno scende a meno di 20.000, come segnala Calenda, non è più emergenza: è procedura di crisi.

Ed è una chiamata alle armi che anche questa volta deve coinvolgere tutti. A partire dal Governo: deve mettere sul tavolo un piano energetico nazionale con il quale fornire finalmente alle fabbriche energia elettrica ad un prezzo conveniente altrimenti quel costo si scarica sui prodotti finali che non sono competitivi, da altre parti continueranno a farli a prezzi più bassi e belli come i nostri. Al tempo stesso Stellantis deve reclamare le condizioni industriali per rimanere in Italia: dicendo con onestà che qui non si può rimanere perché a questi prezzi sono più convenienti Spagna e Francia.

Ed anche il mercato deve far sentire la sua voce: le auto prodotte oggi dal gruppo sono diventate delle pessime auto francesi dalle quali ogni automobilista scapperebbe di corsa, nulla a che vedere con le gloriose auto che Fiat ed Alfa Romeo tiravano fuori un tempo. Queste di oggi non sono degne nemmeno di baciare i cerchioni ad un’Alfetta, una Lancia Thema o una Fiat 132

Anche il territorio deve dare risposte: prepari le alternative, ma non si limiti ad assistere al declino.

L’ora della chiarezza
Foto: Sergio Oliverio © Imagoeconomica

Ci vuole trasparenza: quanti modelli arriveranno a Cassino? Quale mix tra benzina, ibrido, elettrico? Quali volumi previsti per il 2026‑27? Quale indotto rimane? E le ZES, a che punto sono? Basta diktat: servono impegni. E basta silenzi: servono annunci vincolanti. Il rischio altrimenti è chiaro: diventiamo terra di annunci, non di produzione. Diventiamo spettatori della nostra industria che va via. Non possiamo accettarlo. Non più.

L’ora dello storytelling è finita. È iniziata l’ora della chiarezza industriale.

L’ora della chiarezza industriale.

MASSIMO CACCIARI

Massimo Cacciari (Foto: Paolo Lo Debole / Imagoeconomica)

Non bisogna essere particolarmente addentrati nelle cose spesso pazzoidi della politica italiana per capire che nel commentarla Massimo Cacciari rappresenta una delle menti più lucide. Il filosofo e già sindaco prog di Venezia è una di quelle persone che sanno mettere a fuoco il pensiero complesso in maniera scevra da ogni ragione precostituita.

Che significa? Che, molto più “papalmente” e perfino al netto di un carattere abbastanza fumantino, Cacciari le dice chiare. E tante, tantissime volte le dice scomode perfino per la sua area politica di riferimento.

Non è un caso infatti che le sue ultime affermazIoni abbiano innescato una sorta di micro sisma all’interno delle aree più massimaliste del Nazareno.

Il valore della Meloni
Giorgia Meloni

Sì, ma quali affermazioni? Quelle sul valore empirico di Giorgia Meloni in rapporto alla sua, di area di riferimento, cioè l’area sovranista Ue. E Cacciari ha detto una verità cristallina; scomodissima per il clima polarizzato di questi giorni ma difficilmente oppugnabile.

Questo perché, a detta del filosofo, “rispetto ad altre destre europee, rispetto a quelle dei Paesi ex Patto di Varsavia, alla destra tedesca, ma anche a Le Pen, Giorgia Meloni si sforza costantemente – al di là dei suoi toni vittimistici – di riciclarsi”.

E’ decisamente vero, e Cacciari ha avuto il coraggio di dirlo. E’ vero che lo sforzo di Meloni pare sempre parziale, ma è indubbio che questo sforzo ci sia, mentre in altri leader mastini di esso non vi è traccia, semmai vi è l’orgoglio becero di essere di una certa parte.

Lo sforzo di “ripulirsi”
Matteo Renzi (Foto: Marco Ponzianelli © Imagoeconomica)

Sforzo “di ripulire ciò che si potrebbe ancora avere di lei come memoria. Tra tutte le destre europee credo che sia onestamente la migliore”. E ancora: Giorgia Meloni non farà l’errore di Renzi, di personalizzare fino al punto per cui si vota per o contro di lei. Però sono un po’ trascinati in quella deriva lì”.

Ovviamente Cacciari voterà “no, ma non perché creda che se passa il sì sia la fine della democrazia italiana“. E a chiosa: “Se perde il referendum, per il governo sono guai a livello di immagine”.

Insomma, uno dei pochi che ha saputo mettere a fuoco una faccenda tutta inside ai due grandi schieramenti, faccenda di cui agli italiani frega poco ed in rapporto alla quale, comunque essa vada a finire, pochissimo cambierà.

Lucido borderline.

CARLO MARIA D’ALESSANDRO

Dopo l’aperta lettera dell’ex sindaco Carlo Maria D’Alessandro che lamentava «offese e silenzi complici» durante un consiglio comunale, arriva nella città di Cassino la risposta del sindaco Enzo Salera:Non ho mai pronunciato quelle parole, forse mi si attribuisce un termine usato da altro interlocutore“. (Leggi qui: Top e Flop, i protagonisti di giovedì 6 novembre 2025).

Si apre così una partita che riguarda molto più di qualche stoccata politica: riguarda l’istituzione, la dignità dell’aula comunale, la trasparenza verso i cittadini.

Salera rigetta l’accusa di aver detto “buffone, incapace” all’indirizzo di D’Alessandro o ancor peggio di aver aggiunto “è anche poco”. D’Alessandro, da parte sua, chiede conto e spiegazioni. Ed è legittimo: se si sollevano accuse, è giusto che vengano supportate da prove. Qui il punto non è “chi ha ragione” o “chi mente”, ma la corretta gestione del conflitto politico e la tutela della credibilità dell’istituzione.

Non si gioca con il Comune
Enzo Salera

Poiché il sindaco smentisce, l’ex sindaco reclama il riconoscimento dei fatti. E tutti noi dobbiamo prendere atto che finché non saranno fornite registrazioni, verbali, testimonianze certe, questa vicenda resterà una disputa di opinioni e non un fatto accertato.

Se il Consiglio comunale è “cosa seria”, come giustamente lo spettro istituzionale vorrebbe, allora occorre uscire dal pantano delle voci e passare all’evidenza. Non è sufficiente una dichiarazione: servono prove. Se ci sono, vanno presentate. Se non ci sono, occorre chiudere la ferita, chiedere scusa, e voltare pagina.

Alla comunità cassinate va detto: attenzione. Non basta un comunicato, non basta una lettera aperta. Anche due uomini pubblici, uno seduto sulla poltrona di sindaco, l’altro che fu prima cittadino, devono mostrare che l’Aula non è terreno di dispetti, ma di responsabilità. Il dibattito politico non può trasformarsi in un “lavatoio” verbal‑mediatico dove nulla è verificabile e tutto è possibile.

Fino ad allora, ogni parola rimane sospesa, ogni accusa non dimostrata, dall’una e dall’altra parte, resta semplicemente… rumore. E la Cassino delle istituzioni merita di più.

Verità cercasi: Cassino, il silenzio non è più un’opzione.