Top e Flop, i protagonisti del giorno: 5 marzo 2021

Top e Flop. I protagonisti della giornata appena conclusa. Per capire meglio cosa ci attende nelle prossime ore

TOP

NICOLA ZINGARETTI

Ha sorpreso tutti, compresi i fedelissimi. Annunciando su Facebook le dimissioni da Segretario nazionale del Pd. Parlando di stillicidio e di vergogna provata per un Partito, il suo, che da venti giorni non fa altro che parlare di poltrone, di Congresso anticipato e di tutti quei riti da prima Repubblica che non hanno alcun senso. Specialmente in un momento in cui sta infuriando la terza ondata del Covid, con tutto quello che comporta. (Leggi qui Pd, Zingaretti si dimette: “Ora scelga l’Assemblea”).

Nicola Zingaretti (Foto: Benvegnu’ Guaitoli / Imagoeconomica)

Nicola Zingaretti ha voluto far capire che non intende farsi logorare. Ma c’è di più: i toni usati sembrano andare nella direzione di un non ripensamento. Anche se adesso tutti gli stanno chiedendo di restare. Non si sa se con convinzione o soltanto per cortesia istituzionale.

Quello che però Zingaretti ha messo in evidenza con il suo gesto è l’estrema contraddizione di un Partito che ignora perfino i messaggi del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Perché nel momento in cui il Capo dello Stato (che peraltro proviene dal Pd) vara un Governo di salvezza nazionale proprio per affrontare la pandemia, i Dem si preoccupano di scatenare il fuoco amico sul segretario.

In assemblea Zingaretti ha una maggioranza schiacciante, frutto della vittoria al congresso di due anni fa. Ma ormai il punto non è più questo. Non è scontato che alla fine decida di restare Segretario. Intanto però ha messo tutti davanti all’enorme responsabilità di assumere decisioni  vere. Di uscire allo scoperto.

Contropiede bruciante.

ENRICO LETTA

Sono rimasto colpito, un attimo perplesso da quanto sta accadendo”. Poche parole ma estremamente significative quelle pronunciate da Enrico Letta, ex premier.

Letta era in video collegamento alla presentazione online del libro dell’economista Laura Pennacchi quando ha letto il lancio di agenzia delle dimissioni da segretario del Pd di Nicola Zingaretti. Enrico Letta è stato il primo nel Partito ad essere sacrificato sull’altare del renzismo, allora in ascesa irresistibile. La sua sorpresa è significativa perché appare chiaro che il Pd non ha imparato alcuna lezione.

Enrico Letta passa la campanella a Matteo Renzi. Foto Daniele Scudieri / Imagoeconomica

Stavolta però il Partito rischia di pagare un prezzo altissimo, quello di lasciare sguarnita la sinistra italiana nel Governo di salvezza nazionale voluto da Mattarella e presieduto da Mario Draghi. Con la destra compatta e forte grazie alla formula di lotta (i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni) e di governo (la Lega di Matteo Salvini e Forza Italia di Silvio Berlusconi).

Magari è arrivato il momento che nel Partito qualcuno cominci a chiedersi di come recuperare esponenti come Enrico Letta. Finiti in una sorta di riserva indiana proprio per quel renzismo che evidentemente è ancora molto presente nella principale forza della sinistra italiana. La perplessità di Enrico Letta sta tutta qui. A distanza di tanti anni il Partito Democratico, nato a vocazione maggioritaria per l’intuizione di Walter Veltroni, rischia di essere travolto dalla logica proporzionale delle correnti.

Rimpianto.

FLOP

DELRIO-MARCUCCI

Sono i due capigruppo del Pd, Graziano Delrio alla Camera e Andrea Marcucci al Senato. Storie politiche e personali diverse, ma entrambi legati all’ex premier Matteo Renzi.

Graziano Delrio ha detto che in un momento così grave e difficile per il Paese il Pd “ha bisogno che Nicola, che ha sempre ascoltato tutti, rimanga alla guida del Partito”. Aggiungendo che “il dibattito interno è fisiologico e non deve essere esasperato”.

Nicola Zingaretti e Andrea Marcucci. (Foto Benvegnù Guaitoli / Imagoeconomica)

Mentre per Andrea Marcucci in un Partito Democratico e libero come il nostro, è salutare avere anche idee diverse”. Dichiarazioni più dovute che sentite e in ogni caso arrivata fuori tempo massimo.

Come abbiamo detto all’inizio sono i capigruppo alla Camera e al Senato. Andrea Marcucci, tra i leader di Base Riformista (gli ex renziani che sono rimasti nel Pd), ha chiesto il Congresso più volte nei giorni scorsi. Entrambi, per il ruolo che ricoprono, avrebbero dovuto sostenere il Segretario “prima”. Non cercando di raccogliere i cocci dopo.

Anche perché lo strappo di Nicola Zingaretti è senza precedenti nella storia del partito. Ha usato la frase “mi vergogno di un Partito…”.

Lacrime di coccodrillo.

FRANCESCHINI-ORFINI

I motivi sono opposti ma ugualmente importanti. Dario Franceschini, leader di AreaDemocratica, è contemporaneamente l’azionista di maggioranza dei Gruppi parlamentari, il leader dell’anima governativa del partito e la quintessenza del correntone di “centro” che va oltre il Pd.

Dario Franceschini

Oggi è stato tra i primi ad invitare Nicola Zingaretti a restare al suo posto. Ed è sicuramente sincero. Ma proprio per questo doveva muoversi prima e con maggiore convinzione. Invece, come nella sua indole, si è barcamenato, cercando di non esporsi. Lasciando però il Segretario del Partito bersaglio del fuoco amico di minoranze agguerrite e per nulla concentrate su come sostenere il Governo e fronteggiare la pandemia.

Discorso diverso per Matteo Orfini, leader di una corrente minoritaria del Partito ma determinato a chiedere il Congresso. Mettendo in discussione il ruolo di Nicola Zingaretti. Presidente del Partito negli anni precedenti, anche Matteo Orfini ha condiviso da protagonista la stagione della segreteria di Matteo Renzi. Insieme a Renzi è stato tra i fautori delle dimissioni di massa che hanno mandato a casa il sindaco di Roma Ignazio Marino.

Sia Dario Franceschini che Matteo Orfini mettono al primo posto il ruolo e la forza delle rispettive correnti.

Di corsa verso il baratro.

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