Augusto Duro, ala sinistra numero undici (il Duro del week end)

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

Luciano Duro
di LUCIANO DURO
Narratore e Sognatore

 

Augusto era l’attaccante principe dell’Isola Liri Calcio, ed io, da piccolo, con orgoglio portavo il suo stesso cognome, il parente famoso, l’idolo di tutti i bambini. Era il cugino di mio padre, nonno e suo fratello con le rispettive mogli, si erano stabiliti nella nostra città, provenienti dall’hinterland di Napoli, ed avevano cresciuto i figli con autorevolezza, imprimendo nella mente e nell’animo nobili sentimenti e saldi principi morali.

 

Augusto era un ragazzo tranquillo, cresciuto con la guerra, semplice, senza grilli per la testa, non di elevata statura ma forte e robusto come il tronco di una quercia e il calcio l’ unica grande passione. Mio padre raccontava che era un predestinato, sempre a correre dietro una palla di stracci sulla salita di viale Garibaldi, tirava calci così potenti da divenire pericoloso per gli altri e per i vetri delle finestre circostanti, tanta la forza che aveva nelle gambe.

 

Il calcio di una volta si imparava nelle piazze, nei cortili, nelle strade, lì sostavano i responsabili della società calcistica per scoprire i piccoli calciatori da inserire nel vivaio. Era adolescente quando indossò la maglia bianco-rossa della sua città, allora si diventava grandi presto, e fu subito il beniamino della tifoseria: Augusto Duro, ala sinistra numero 11.

 

Un altro calcio allora, c’era poesia ed un legame forte con la città e quella maglia era una seconda pelle che portava cucita addosso. Ma qualcosa rese ancora più grande la sua passione: nell’affollata sala del “Premiato Cinema Liri”, all’inizio e tra un tempo e l’altro del film, andava in proiezione il “Cinegiornale”, fu in quelle occasioni che restò sconvolto nel vedere un ragazzo brasiliano di colore, di 17 anni, vincere il mondiale del 1958 in Svezia, si chiamava Pelè e poco prima faceva il lustrascarpe negli angoli delle strade di Bauru, nello Stato di San Paolo.

 

Rimase folgorato da quella classe cristallina che era fantasia, samba, acrobazia, arte pura, divertimento per gli occhi e per il cuore. Non si divertiva più ingabbiato nelle rigide regole di quel tempo. Si giocava a uomo ed ognuno aveva il suo da marcare, non è come oggi, zona, pressing a tutto campo, fasce, occupazione dello spazio, raddoppi e formule di gioco che sembrano numeri magici: 4 – 4 – 2, 3 – 4 – 1- 2 e così via. C’era il 5 centromediano, il 2 e il 3 i terzini, il 4 e il 6 i mediani, 8 e 10 le mezzali, il 9 il centravanti ed il 7 e 11 rispettivamente ala destra e ala sinistra. Era un gioco statico dove correva più la palla che il calciatore e le caviglie di un attaccante erano sempre preda del difensore, che ti faceva sentire il fiato sul collo.

 

Ma c’era altro da guardare in quei cinegiornali. Il Real Madrid, la squadra più forte del mondo che vinceva coppe dei campioni a ripetizione, un modo di intendere il calcio diverso dai brasiliani, meno fantasioso ma comunque di sostanza e bello a vedersi, con Di Stefano “Saeta Rubia” che giocava a tutto campo al di fuori di ogni schema prestabilito. In quella compagine spagnola composta da grandi campioni ce n’era uno che affascinava Augusto: Francisco Gento , di piede mancino, numero 11 come lui, era in possesso di una velocità impressionante e nel contempo di un gran controllo di palla, realizzava diversi gol da distanze proibitive.

 

D’altronde allo spagnolo somigliava per caratteristiche. Un bagaglio tecnico essenziale, su quella fascia sinistra sembrava non voler perdere tempo, poche finte di corpo, poi scatto e velocità, “uccellava” il mastino che lo marcava e velocissimo rasentava la linea bianca poi, giunto ai trentacinque, trenta metri, lasciava partire un sinistro potente e preciso che quando inquadrava la porta, non c’era scampo per il portiere e se riusciva ad intercettarlo non di rado si piegavano le mani. E di goal Augusto ne aveva segnati tanti fino ad essere capocannoniere ed aveva acquisito anche una vasta notorietà, avrebbe potuto giocare in squadre professionistiche, su di lui avevano messo gli occhi più di qualche osservatore di serie A.

 

Ma erano altri tempi allora, non si viveva di calcio e, più che rischiare un’avventura, era opportuno cercare un lavoro solido e metter su famiglia, il calcio poteva essere solo un amore da alimentare. Così fece divideva la fabbrica con il campo, spesso lo vedevi allenarsi il pomeriggio fino a sera e continuò per tanti anni a giocare con l’Isola Liri, sempre a correre, a sfiorare quella linea bianca ed a tirare sassate con quel sinistro che sembrava una fionda. Io lo ricordo bene nei tanti derby con il Sora, nelle sfide con il Terracina, il Formia, le squadre aziendali romane, ma ricordo ancor di più quella partita con la Vis Velletri, quel portiere fortissimo, non più giovane, che già aveva giocato in serie A ed era scivolato in Promozione, a seguito di un brutto incidente di gioco.

Era un gattaccio nero che volava da un palo all’altro, sembrava imbattibile. Quando la squadra incontrava difficoltà il pubblico acclamava il suo beniamino e così dal Nazareth sempre pieno, si alzava un incitamento che si udiva fino al Capocroce: “Oh Tore”, soprannome d’arte, derivato da Salvatore , così si chiamava suo padre.

 

Lui si era infortunato, zoppicava e triste, stazionava fermo, trascurato da tutti ad aspettare la fine, ma badando sempre a non finire in fuorigioco, allora non c’erano le sostituzioni e del resto cosa poteva fare quel ragazzo biondo che si trascinava sulla fascia sinistra del campo? Ma la palla arrivò da lui per caso, rotolando era destinata a finire fuori. Non ci pensò un attimo, a stento, zoppicando la raggiunse, scaricò tutta la sua rabbia e scagliò un sinistro di una potenza inaudita all’incrocio dei pali, il portiere come una molla schizzò, l’aveva quasi raggiunta, ma tale era la forza che le dita si piegarono, fu goal e lo stadio in tripudio. “Oh Tore”… “Oh Tore” continuava a gridare il pubblico all’unisono, impazzito per una prodezza che solo un campione vero poteva fare, ma Augusto Duro era un ragazzo senza ambizioni smodate.

 

Lo vedo ancora claudicante sulla terra battuta, a respirare polvere e alla fine andare verso i tifosi a ringraziare. Scherzava con me che lo consideravo un fuoriclasse assoluto. Lo chiamavo zio Augusto quando con i miei piccoli amici lo circondavamo al bar Macciocchi, quando uscivamo dalla scuola “Garibaldi”, ne rideva, raccontava di qualche sua impresa, esagerava, perchè ai bambini piacciono anche le storie fantastiche, narrava di un pallone da lui scagliato in alto con tale forza da andare in orbita e non ritornare più giù.

Noi lo ascoltavamo con la bocca aperta ed il fiato sospeso mentre cresceva in me l’orgoglio di portare il cognome di un calciatore che aveva segnato, nella semplicità, senza accorgersene, un’epoca felice della nostra città, quando c’era voglia di ricostruire e le macchine riprendevano a cantare, alimentate dalle turbine che producevano energia elettrica… poi, dopo una settimana lavorativa, la Domenica tutti al campo sportivo, insieme, piccoli e grandi, mariti e mogli, come una grande famiglia, per tifare i colori bianco-rossi.