I sindaci ci hanno venduto ad Acea, ecco come

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CESIDIO VANO per LA PROVINCIA QUOTIDIANO

Il maxi conguaglio da 75.180.000 euro è legittimo ed Acea Ato5 può proseguire ad incassare quei soldi direttamente dalle bollette dell’acqua dopo che la Consulta dei sindaci ha chiuso le porte a qualsiasi altra soluzione – e ce ne erano – che avesse evitato il salasso ai cittadini.

Infatti, il Consiglio di Stato ha depositato la sentenza n. 1882/2016 con cui ha respinto il ricorso d’appello che l’Ato5 di Frosinone aveva proposto contro la sentenza di primo grado tramite la quale già il Tar di Latina aveva sancito la piena legittimità della somma riconosciuta a vantaggio del gestore del servizio idrico nella provincia di Frosinone.

I giudici amministrativi d’appello hanno dichiarato infondati, uno ad uno, tutti i motivi di ricorso presentati dai legali nominati dal presidente dell’Ato5 Antonio Pompeo e nuovamente confermato il lavoro fatto dal commissario ad acta Eligio Fedele dell’Oste, incaricato dal Tar di Latina – è bene ricordare – dopo aver inutilmente intimato ai sindaci dell’Ato 5, rimasti per anni inadempienti, di deliberare la tariffa del servizio idrico per gli anni dal 2006 al 2011 e di provvedere alla revisione del piano d’ambito per il triennio 2011 – 2013.

Con la sentenza del Consiglio di Stato è ormai chiaro a tutti con quale moneta si stanno pagando le populistiche prese di posizione di tanti sindaci, i quali hanno preferito far credere ai propri cittadini che loro gli aumenti dell’acqua non li avrebbero mai approvati, pur sapendo che quegli aumenti sarebbero poi arrivati lo stesso e tutti assieme con il conguaglio, ma potendo pur sempre dire: io non ho colpa!

Ed invece, la colpa di questi 75 milioni messi a carico delle tasche dei cittadini è tutta e solo dei sindaci, incapaci di governare con responsabilità e serietà questioni serie e complesse come quella della gestione idrica.

Ma c’è anche di peggio in questa vicenda. Perché i 75 milioni di euro che oggi, con il sigillo della giustizia amministrativa, sono definitivamente posti a carico degli utenti, non dovevano assolutamente essere messi in conto ai cittadini. Non dovevano finire in bolletta. Non li avrebbero dovuti pagare gli utenti!

Lo ha detto, chiaro e tondo, anche lo stesso commissario ad acta che, a termine del suo lavoro, aveva invitato gestore e Ambito territoriale a trovare un accordo, viste le varie pendenze che reciprocamente si contestavano. Un accordo capace di permettere ad Acea, da una parte, di rientrare dei minori ricavi e dei maggiori costi sostenuti e all’Ato, dall’altra parte, di pagare il dovuto senza far pesare sulle bollette il maxi conguaglio. Soluzione che era stata anche trovata dalla precedente Segreteria tecnico operativa e accettata da Acea: ovvero quella di utilizzare le economie esistenti sui canoni concessori per saldare in 19 anni (tanti quanti ne mancavano all’epoca alla scadenza del contratto con Acea fissato al 2032) tutto quanto riconosciuto al gestore e – soprattutto – senza caricare nemmeno un centesimo sulle bollette dei cittadini. Inoltre la stessa Sto aveva ‘abbassato’ da 75,1 a 69 i milioni di euro dovuti ed Acea non aveva mosso ciglio.

A dire no, invece, sono stati però i sindaci, quelli della Consulta beninteso perché, tra l’altro, la proposta non è mai stata portata in assemblea. Perché hanno detto no? Per evitare che l’Ato ricevesse dal gestore meno soldi rispetto a quelli previsti, che sono pur sempre più del necessario per pagare i mutui, ma che devono anche garantire il funzionamento della medesima Sto sui cui costi ha chiesto chiarimenti persino l’Autorità di vigilanza. Soldi, inoltre, che servono per pagare consulenze e incarichi milionari affidati ogni anni dall’Ambito a tecnici e avvocati di fiducia.

Soldi a cui non si può rinunciare. Un esempio? Per perdere questa causa in primo grado ed in appello sono state pagate parcelle per 210.000 euro in totale: i legali che hanno portato la vicenda davanti al Tar hanno richiesto ed incassato 80.000 euro di competenze; i tecnici che hanno elaborato la relazione che avrebbe dovuto smontare tutte le ragioni di Acea ne hanno incassato 40.000 e l’avvocato che ha curato l’appello al Consiglio di Stato, ora finito in un nulla di fatto, ha presentato parcella per 90.000 euro. Soldi che – ancora una volta – pagheranno gli utenti tramite le bollette.

 

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